Sei in pensione ormai. Dovresti stare con i nipoti, disse mia figlia. Ma la mia risposta la lasciò di stucco.
Mi chiamo Mariella Bianchi, e sono andata in pensione un venerdì di tanti anni fa. Pensavo che mi aspettasse un nuovo inizio, ma già il lunedì seguente capii che era, piuttosto, una trappola.
Il venerdì fu festa: i colleghi portarono una torta con le rose di zucchero, in amministrazione mi regalarono un mazzo di garofani e una cartolina firmata da tutti, persino dal portinaio Paolo che, in quindici anni, non aveva mai imparato il mio nome. Io sorridevo e mangiavo il dolce, tutto secondo i piani.
Ma la domenica sera suonò il telefono. Era mia figlia Lucia.
Mamma, io e Andrea abbiamo pensato che ora sei libera, sei in pensione, giusto? Hai tanto tempo?
Beh, in teoria sì, risposi cauta, sentendo già una strana tensione dentro.
Perfetto! Puoi prendere i bambini dallasilo e stare con loro finché torniamo, no?
Tutti i giorni? chiesi, sperando di aver capito male.
Ma sì, che ti costa? Tanto comunque sei a casa.
Comunque sei a casa. Era quel tono, quello tipico del tanto non fai niente. Allora dissi:
Daccordo, Lucia.
E fu in quel preciso istante che qualcosa dentro di me iniziò a ribollire piano piano, allaltezza dello stomaco.
Proprio il lunedì successivo era previsto che andassi finalmente a lezione di ballo, per adulti, in via dei Giardini. Avevo già pagato in anticipo. Me lero promessa due anni prima dopo aver visto, in piazza, una signora di circa sessant’anni con la schiena dritta e il passo leggero. Pensai: Ecco, io voglio essere così.
Invece, quel lunedì andai a prendere i miei nipoti allasilo.
Giulia mi chiese subito una treccia come quella di Elsa. Matteo rovesciò il succo sul tappeto bianco. Alla sera mi sentivo come un vecchio manuale di matematica a fine anno: malridotta, con gli angoli consumati.
Lucia arrivò alle sette e mezza, prese i bambini di corsa e mi diede un bacio:
Grazie, mamma! Sei un tesoro!
Tanto sono sempre a casa, pensai guardando la porta chiusa.
Così andò avanti per tre settimane. Tre settimane non sono tante per certe cose: per una dieta, per esempio, o per finire dei lavori in casa. Ma sono più che sufficienti per accorgersi che ti stanno usando, senza cattiveria, ma ti usano comunque.
La routine era perfetta. Lucia ogni mattina mi chiamava allegra:
Mamma, oggi li prendi tu, vero?
Non era una domanda. Era un avviso. Come un messaggio dalla banca: Fondi prelevati.
Io rispondevo sì per la forza dellabitudine, una di quelle prese in sessantatre anni di vita, quella di non disturbare mai. Unabitudine comoda, per tutti tranne che per me stessa.
Cancellai il ballo. Chiamai la scuola e spiegai che forse avrei rimandato le lezioni. Lamministratrice mi rassicurò: La caparra vale fino a fine mese. Poi finì il mese, e io non tornai più a lezione.
Saltai anche il cinema con la mia amica Caterina, ex collega in pensione da sei mesi, che ora faceva nordic walking e preparava marmellata di uva spina. Dovevamo vedere una commedia francese che volevo tanto. Niente da fare.
Sarà per la prossima volta, disse lei.
La prossima volta. Fa sembrare che ci sarà, ma vuol dire chissà quando.
I pomeriggi erano tutti uguali. Dopo pranzo, allasilo. Giulia voleva sempre attenzione, Matteo era più indipendente ma decisamente più pericoloso: rovesciava, buttava, e ogni volta si stupiva come se la fisica fosse una sorpresa.
Alle sei mi doleva già la schiena. Alle sette e mezza, pure la testa.
Grazie, mamma! Sei un tesoro! diceva Lucia andandosene, e io restavo seduta sul divano, guardando nel vuoto, pensierosa.
Sentivo che cera qualcosa che non andava. Ma non capivo cosa.
A illuminarmi fu, stranamente, la televisione. In un talk show cera una donna che diceva: Per tutta la vita ho vissuto per gli altri. Solo a sessantanni ho capito di avere diritto alla mia vita.
Mi fermai a riflettere.
Interessante mormorai.
Tirai fuori il programma della scuola di ballo, stampato mesi prima. La stagione finiva a fine aprile; restava ancora un mese e mezzo. Ce la potevo fare. Se lo volevo davvero.
E stavolta lo volevo.
Il giorno dopo chiamai la scuola, mi prenotai. Il programma finì appeso sotto la calamita a forma di Venezia sul frigo. Chiamai Caterina: sabato prossimo cinema.
Lei rimase sorpresa, poi felice: Fissato, disse.
Ecco. Bastarono due telefonate e improvvisamente avevo qualcosa di mio.
La domenica feci una passeggiata da sola. Senza nipoti, senza borse, solo io. Costeggiai lArno, presi un caffè in un bar con vista sul fiume. Al tavolo accanto una coppia della mia età rideva sottovoce. Li guardai e pensai: la pensione non è la fine. È solo un altro inizio. Hai consegnato il bilancio, adesso vivi.
Il lunedì tornai allasilo.
Quando Lucia venne a prendere i figli quella sera, mi guardò con più attenzione del solito.
Mamma, sei molto allegra oggi.
Buon umore, tutto qui, risposi.
Ah, fece lei, senza dare peso.
Sbagliò.
Perché il venerdì sera richiamò. La voce tranquilla, come chi non ha mai dovuto preoccuparsi:
Mamma, io e Andrea mercoledì prossimo vorremmo partire tre giorni, siamo esausti. Puoi tenerli tu, vero?
Proprio in quei tre giorni io e Caterina avevamo programmato e già pagato un viaggio a Siena, con altre due amiche. Pensione con colazione, guida, visita al Duomo, vinsanto. Tutto incluso.
Guardai il telefono.
Poi guardai il programma sotto la calamita di Venezia.
E la stampa del viaggio, appoggiata lì. Stava li accanto, come un piccolo segreto. Un silenzioso ma deciso segnale di ribellione.
Quello che aveva iniziato a ribollire in me tre settimane prima, arrivò finalmente allebollizione.
Non risposi subito.
Di solito avrei detto: Sì. O Va bene. O Certo, come vuoi. Tre scelte, conversazione chiusa. Ma questa volta feci una pausa. Solo tre secondi. Ma al telefono sembrano uneternità.
Lucia, dissi, non posso.
Dallaltra parte silenzio.
Come?
Ho prenotato un viaggio. A Siena. Con Caterina.
Muta.
Dici sul serio?
Sul serio.
Mamma. Ma sei in pensione. Dovresti occuparti dei nipoti, disse Lucia, come se fosse lovvietà più ovvia del mondo. Sei nonna, quindi stai con i nipoti. È la regola. Punto.
Stetti zitta ancora un secondo.
Lucia, sono una nonna. Non una babysitter gratis.
Cosa hai detto? sussurrò lei, la voce subito più sottile e tagliente.
Quello che ho detto.
Ma ti rendi conto che lavoriamo? Che contiamo su di te?
Certo, dissi pacata. E vi aiuto. Tre settimane tutti i giorni, non basta?
Tanto comunque sei a casa!
Ecco di nuovo.
Comunque sei a casa.
Lucia, ho vissuto trentacinque anni per te. Da sola, senza vacanze vere. Non mi lamento, era una scelta mia. Ora però vorrei qualcosa per me.
Lei non se lo aspettava proprio.
Mamma, sei egoista!
Chiamalo come vuoi, risposi.
E riattaccai.
Non credetti di averlo fatto davvero.
Misi il telefono sul tavolo. Mi versai una tazza di tè. Mi sedetti alla finestra.
Venti minuti dopo, il telefono suonò di nuovo.
Mamma. Capisci che adesso non sappiamo che fare?
Certo. Alla tua età non sapevo nemmeno io cosa fare. Ma ci sono riuscita.
Ma non è la stessa cosa!
Perché?
Silenzio dallaltra parte. Forse perché una risposta cera, ma era difficile da dire.
Sei in pensione, ripeté a voce bassa. Cosa altro vuoi fare?
Quello che mi piace, risposi. Ballare. Viaggiare. Un caffè al bar sul fiume. Un film francese. O anche solo sedermi alla finestra e guardare fuori, che ne ho diritto. Tu mica mi dici cosa fai nei weekend.
Io lavoro!
Io ho lavorato trentanni.
Pausa lunga.
Mamma, sospirò Lucia, sei cambiata.
Sì, confermai. Tardi, ma meglio tardi che mai.
Non ti capisco.
Lo so. Ma un giorno capirai.
Ci salutammo in modo secco, senza ciao mamma né un bacio. Solo arrivederci, come estranei in ascensore.
Rimasi alla finestra a lungo, fissando fuori senza pensieri.
Né ai nipoti, né a Lucia, né se avessi fatto bene o male.
Poi presi il telefono e scrissi a Caterina: Partiamo. Prenota.
La risposta arrivò dopo un minuto, piena di punti esclamativi: Evviva!!!
Sorrisi. Fuori aprile stendeva le sue prime foglioline verdi veloci, allegre, senza esitazioni.
Come se anche la primavera avesse deciso: basta rimandare. È il momento.
Lucia non chiamò per quattro giorni.
Intanto io e Caterina giravamo per Siena, assaggiando il vinsanto a piccoli sorsi, fotografando le torri e ridendo insieme per inezie, quelle risate leggere che si fanno solo quando non si ha più fretta di nulla.
Quando rientrai la domenica sera, il telefono squillò il giorno dopo. Lucia, stavolta, parlava lenta, con esitazione, come chi ha già pensato alle parole ma fatica a pronunciarle.
Mamma, penso di aver sbagliato. Certo che hai diritto alla tua vita.
Sono felice che lhai capito.
È solo che eravamo abituati ad averti sempre
Lo so. È anche colpa mia.
Restammo un attimo in silenzio.
Ma aiuterai, ogni tanto? Non sempre, solo quando puoi, chiese Lucia.
Quando posso, con piacere, risposi. I miei nipoti li adoro. Ma ogni tanto non è sempre, tanto sei a casa.
Sì, disse piano Lucia. È diverso.
Ora i nipoti li prendo io, solo il venerdì. Lo faccio con gioia. Facciamo i ravioli, guardiamo i cartoni. E spesso racconto loro di Siena, dei tetti dorati e del vinsanto che, se si sceglie bene, è dolcissimo.
Il martedì, invece, vado a ballare.
E Giulia e Matteo già raccontano agli amici dellasilo che la loro nonna va a lezione di ballo. Con una punta dorgoglio, si sente.
Una nonna che balla questo sì che è meglio di una nonna che sta sempre a casa.



