Mamma cara

Mamma

Ehi, baffone! Di chi sei? domandai, fermandomi incuriosita davanti al grosso gatto rosso che attendeva davanti alla mia porta.

Il gatto, ovviamente, non rispose. Del resto, non sembrò minimamente turbato dalla mia presenza. Non cambiò nemmeno posizione; solo quellorecchio malandato si mosse leggermente, come a dire: Sì, ti sento, ma non mi interessa rispondere.

Va bene, non importa! sbuffai, offesa, frugando nella borsa alla ricerca delle chiavi.

Il felino, quasi intuendo il mio movimento, si scostò appena dal tappetino, restando comunque attento a ogni mio gesto.

Finalmente trovai le chiavi e iniziai a lottare con la serratura, lanciando occhiate al visitatore inatteso.

Quellappartamento io e mio marito lo avevamo comprato da soli pochi mesi. Minuscolo, due stanze, sembrava comunque il sogno della nostra vita finalmente raggiunto. Alcuni dicevano che non ci si dovesse accontentare di un vecchio bilocale in uno stabile di periferia, che bisognasse sognare più in grande. Ma che ne sapevano loro? Fino a sei mesi prima io e Lorenzo condividevamo la stanza con il nonno, in una casa di ringhiera, e tutti e due eravamo già felici solo di essere autonomi.

Sofia, limportante è andare daccordo con i vicini! mi aveva raccomandato mia suocera, la signora Clara, mentre mi aiutava a sistemare la stanza prima delle nozze. Brava gente, anche se qualcuno alza un po il gomito

E cosa ci troverai, di buono, in gente che beve? avevo ribattuto, stringendo lo straccio e raccogliendo distrattamente i riccioli ribelli che mi calavano sugli occhi.

La mia criniera entusiasmava Lorenzo ma per me era una vera tortura, specialmente quando facevo le pulizie. Per quanto cercassi di tenerli a bada, quei ricci tumultuosi finivano sempre per scappare da mollette e fermagli, e mi ritrovavo con una nuvola di capelli intorno al viso, proprio come un soffione di primavera.

A volte, la bontà degli altri si cela dietro le difficoltà concludeva Clara, scuotendo la testa. Nella vita bisogna sopportare tanto, e non tutti ci riescono con dignità.

Quello lo potevo capire. Anchio, orfana affidata a una famiglia che mi cacciò via appena diventai maggiorenne, lo sapevo bene quanto fosse facile compatirsi e dimenticarsi di chi aveva bisogno di noi.

Mia madre mi abbandonò alla stazione quando avevo solo tre anni: una lettera nella tasca del giubbotto e un coniglietto di peluche con un solo orecchio, nientaltro. Dovevo rimanere seduta lì, sulla panchina della sala daspetto, ad aspettarla così mi aveva detto e io, zitta zitta, stringevo forte il mio Berto e piangevo in silenzio, resistendo anche al bisogno del bagno, temendo che, se mi fossi mossa, mamma sarebbe tornata e mi avrebbe sgridata o peggio ancora colpita. E così rimasi, aggrappata alla speranza.

Ma la mamma non tornò mai. Invece, arrivò un uomo grande e grosso, in uniforme, che mi fece delle domande cui io rispondevo scuotendo la testa ormai ero troppo stanca per piangere ancora. Avevo freddo, fame e il cuore in gola, quando lui puntò un dito sullorecchio del mio coniglio e chiese:

Come si chiama questo orecchielungo?

Alzai lo sguardo e sussurrai:

Berto

Il poliziotto accarezzò prima il coniglio, poi la mia testa e disse piano:

Mamma è andata via da tanto?

Fu allora che non ce la feci più e scoppiò un pianto controllato, allarmando persino chi fino a quel momento era rimasto indifferente a una bambina immobile e silenziosa in mezzo a una folla.

Solo molti anni dopo scoprii perché mia madre aveva fatto una cosa simile. Un giorno, poco prima del diploma, una donna sconosciuta si avvicinò a scuola, tendendomi le braccia e chiamandomi:

Figlia mia, ti ho trovata! Abbraccia la mamma, quanto mi sei mancata!

A quel punto vivevo già in una famiglia affidataria insieme ad altri sei bambini, più piccoli o più grandi. I genitori si occupavano di noi a modo loro: pancia piena, vestiti caldi, attività e scuola; ma la regola era a diciottanni si lascia spazio ad altri bambini.

Non avevo un rapporto speciale con gli affidatari la loro idea di famiglia era dovere e assistenza, senza tenerezza però non corsi incontro alla donna che si dichiarava mia madre.

Eppure, dentro di me, il desiderio di quella mamma era fortissimo. Le notti silenziose le passavo abbracciata al mio Berto, sempre più spelacchiato ma sempre il mio unico parente. Non era giusto che il coniglio fosse il solo legame al quale aggrapparsi…

Così ne ho sognata la mamma per anni: che venisse, mi abbracciasse, mi portasse via con sé e mi amasse davvero. Non sapevo nemmeno come dovesse essere quellamore, ma osservando gli altri bambini intuivo che sì, succede anche quello.

Quando però la donna apparve davvero, piangendo e supplicando, non credetti una sola lacrima. Mi avevano detto più volte che non potevo ricordare la stazione, la panchina bagnata: ero troppo piccola, secondo loro. Alla fine avevo smesso di contraddirli, ma dentro di me sapevo che non era vero; le immagini erano confuse, ma i sentimenti netti: era successo, la stazione, il frastuono, la paura Mi avevano lasciata lì.

Fu allora che la mia amica Laura, compagna di scuola e affidataria anche lei, intervenne:

Sofi, chi è questa? si piantò tra me e la donna.

Non lo so risposi, con la testa che girava e le emozioni che si affollavano senza darmi tregua.

Signora, si sbaglia! Ci lasci stare! Questa è mia sorella, di lei mi occupo io, non la conosciamo! Laura mi prese per mano e mi portò via dal cortile A mamma dirò tutto, smetta di seguirci!

Nonostante i nostri rapporti fossero a volte burrascosi, gliene fui infinitamente grata. Quel giorno tornammo a casa tenendoci la mano, e alla domanda sorpresa della mamma affidataria, rispondemmo allunisono:

Che cè?

Da quel giorno io e Laura diventammo davvero sorelle.

Anche Laura era stata abbandonata non dalla madre però, ma dal padre, sempre ubriaco. Anchella desiderava ardentemente una persona vicina, anche se solo un po simile a una sorella.

Alla fine parlai con mia madre una settimana dopo, dopo giorni in cui veniva ogni giorno a scuola senza più cercare abbracci ma solo chiedendomi, tremante:

Sofia, parlami almeno…

Quel figlia mia mi infastidiva, ma Laura scrollava le spalle:

Che sia pure figlia sono solo parole.

Fu lei a suggerirmi di affrontarla:

Non hai nulla da perdere. Almeno saprai perché ti ha lasciato, e forse smetterai di pensare che sia colpa tua.

E come fai a sapere che ci penso?

Ma scherzi? Lo facciamo tutti noi.

Anche tu?

Anche io. Ma di ste cose non si parla, Sofi. Si piange e basta. Bisogna crescere prima o poi.

Parlai con quella donna, ma il dialogo non cambiò la mia vita.

Mi hai abbandonata.

Perdonami, figlia mia!

Non chiamarmi così!

Va bene, va bene! Non arrabbiarti!

Perché lhai fatto?

Era troppo dura. Niente aiuto, nessuno. Tuo padre mi ha cacciata

Perché?

Gli dissi che non eri sua figlia.

Lo era?

No.

Allora perché?

Ero arrabbiata. Si litigava spesso, eravamo giovani e stupidi. Poi anche mia madre mi cacciò, e decisi di andarmene. Ma dove andrai con una bambina? Così ti lasciai lì. Sapevo che qualcuno si sarebbe occupato di te: ho lasciato un biglietto, no? Che sarei venuta

E pensavi che bastasse un foglio di carta? Ma che persona sei?

Ho sbagliato, lo so ma lasciami almeno provare a rimediare!

E come? Ridandomi gli anni persi senza di te? Non voglio più vederti. Basta!

Non mi perdonerai?

Non lo so. Ma anche se lo faccio, non posso dimenticare. Capisci? È impossibile.

Cosa dovresti ricordare?! Eri troppo piccola!

Dopo questo me ne andai. Da lì decisi che nessuno avrebbe mai più deciso al posto mio.

Laura per fortuna capì subito.

Se per te è giusto così, avanti e non voltarti!

Sei saggia, Laura

Ancora poco, ma ci diventerò! Voglio studiare!

Cosa vuoi essere da grande?

Psicologa. Magari così capirò come si vive bene.

Ridemmo spesso ricordando quelle parole, e qualche anno dopo, ormai madre, Laura mi disse:

Sciocchezze! Nessuno sa come vivere giusto. Né tu, né io, né nessuno.

E allora, Laura?

Così Vivendo bene, in modo che chi ti è vicino stia sereno e nessuno abbia invidia di te.

Ce la fai, Laura.

Ci provo! rise, cullando la sua bambina.

Guardando lei, anche io imparai a essere più indulgente con i miei problemi

Immagina: una stanza in una casa di ringhiera. Ma era in centro e vicino al lavoro! Un paio di riparazioni fatte con le nostre mani e la vita era quasi perfetta. Persino Clara, la suocera, aveva avuto ragione: i vicini erano brava gente, anche se i problemi non mancavano. Avevano perso una figlia e cercavano loblio nel vino, ma non disturbavano nessuno. Bisognava imparare ad avere pietà.

A lungo non accettai questa verità. Nessuno mai mi aveva compatita, tranne Laura.

Solo Clara e il nonno mi aiutarono a cambiare.

Clara era una donna pratica, parecchio cocciuta ma dal cuore doro, e la sua accoglienza fu eccezionale: mi accolse come una figlia. Laura lo chiamava unimpresa.

Non aspettarti troppo, Sofia mi consigliava, aiutandomi a prepararmi per conoscere la famiglia di Lorenzo. Non sei il massimo per loro, unorfana senza niente. La casa te la danno solo sulla carta.

Ma sono in graduatoria!

Te la ricordi la posizione in graduatoria? Quando tocca a te, saremo vecchie! Non ci contare

Ma!

Guarda avanti! Sii prudente con tua suocera, abbi fiducia ma non aspettarti miracoli.

Laura, non mi credi capace?

Spero solo che tu sappia che le persone hanno bisogno di tempo. Osserva Clara, lasciale avvicinarsi piano. Non può accettarti solo perché ti vuole il figlio.

Questo, almeno, lavevo intuito da sola.

Clara allinizio non mi piacque: troppo rumorosa, troppo generosa. Io, poco abituata alla benevolenza, accettavo a malapena le attenzioni di Lorenzo, figuriamoci le sue!

Sofia, mi dai una mano a comprare un cappotto? chiedeva, con Lorenzo non riesco, odia i negozi. Tu invece capisci di stoffe: mi aiuti?

Finivo sempre per accettare, e in qualche modo, tornavamo a casa cariche di borse, quasi tutte per me! Giacca, stivali, una borsetta che mai avrei osato sognare bastava un mio sguardo a una vetrina e subito lei diceva:

Guarda che bella quella, vero? Il colore è perfetto per te, dai proviamola!

Ogni protesta era inutile. Tornavo a casa e tra una lacrima e laltra la ringraziavo, chiamandola strana donna solo tra me e me.

Chi ero, per lei? La nuora? Sì, quasi. Ma in fondo una sconosciuta portata in casa dal figlio. Quella generosità, e persino laffetto, non erano scontati. Perciò accettavo con cautela i regali e i discorsi a cuore aperto. Ma Clara sembrava capirmi: rallentò, mi lasciò i miei spazi.

E quando chiesi di vivere da soli, capì subito e senza tante parole:

Il nonno ormai è anziano. È giusto che venga a vivere con me. Lorenzo, dovrai lasciare la stanza.

E noi?

Andate dal nonno. Vi scambiate. Così sarete da soli, i giovani devono fare esperienza.

Il nonno ascoltava le discussioni, rideva e, una volta trasferito, si svegliava la figlia per andare al parco a correre:

Muoviti, dormigliona! scherzava, Andiamo al parco!

Clara sospirava ma ubbidiva, mentre lo aiutava a versarsi addosso acqua fredda:

Papà, avrò fatto la cosa giusta?

Certo! Lascia che i giovani sbaglino con le loro mani. Solo se chiedono aiuto, intervieni.

E Sofia, che dici?

Lei aveva bisogno di te. Sta solo attenta: è orgogliosa.

Clara ascoltò e veniva solo se la invitavamo, senza mai essere invadente. Ricordava anche lei i tempi da giovane donna inesperta, quando scoprì da sola quanto fosse difficile occuparsi di un neonato; sua suocera allora laiutò tanto.

Sei la madre! diceva la madre di suo marito, vedendo tremare le mani di Clara. Tranquilla, tutte impariamo! Tu ascolta te stessa e lui. Chiedi e ti aiuterò.

A volte ricordava ad Armandino:

Ti hanno voluto bene, sai? La nonna viveva per te, tuo padre ancora di più. Oh, quanti palloni ti comprava, diceva che non erano mai abbastanza

Mamma, ma papà guidava bene!

Era una brutta nebbia quel giorno. Portava la nonna da una sorella malata, non poteva rifiutare Vedi come va la vita!

Ti manca, mamma?

Moltissimo, caro. Se non ci fossi tu e il nonno, non so cosa sarebbe stato Lo amavo tanto, tuo padre.

E lui amava te?

Certo. Sicuro.

Ma come lo capivi?

Sentivo che tra noi non cera solo abitudine, come capita a tanti. Volevo vivere con lui, non perché era comodo ma perché era amore. È così che dovrebbe essere, anche per te.

Per questo, quando portai a casa Sofia, Clara non si oppose. Se era la scelta del figlio bisognava accettare, anche se era difficile.

Con me, però, tutto si addolcì col tempo e i miei ricci si abbassarono, come le spine: lei non era più un fastidio ma quasi una confidente.

Quando il nonno propose di vendere la stanza, ci rimasi male.

Hai paura che adesso restiate senza casa? mi disse, mentre ordinava carte e io lo aiutavo.

No! Siamo adulti, troviamo una soluzione. Forse prenderemo in affitto. Lorenzo ha appena cambiato lavoro e vedremo come va. Il mio stipendio basta giusto per una stanza somigliante a questa.

E va male?

Andrebbe da dio, non ci sono soldi! Ah, se potessi, lavrei comprata io. Ma pian piano, un po di risparmi li abbiamo messi via. È poco, ma è qualcosa. Laura ha ragione: anche un risparmio piccolo dà fiducia. E vedrà, tutto arriverà.

Siete bravi. Continuate così! sorrise il nonno.

Ho detto qualcosa di strano?

Mi accarezzò la guancia e chiese un tè.

Beviamo e chiacchieriamo. Ormai i vecchi si consolano con poco Tua suocera ti fa tribolare?

No! Non ha mai detto una parola cattiva.

Davvero? Dai, calmati! Sei tutta rossa! Su, respira.

Perché lo chiede?

Beh è la suocera!

E allora?!

Ma le storie sulle suocere perfide dove le mettiamo? Saranno tutte invenzioni?

Frottole! Non so di altre, ma non la mia! Ma che domande

Lo so. Clara ti ha adottata come una figlia. Non ferirla, non scappare via. Ha un cuore tenero.

Ma io non voglio che nessuno mi compatisca!

E perché no?

Non mi piace!

Allora non tornerò qui!

Perché mai? quasi feci cadere la teiera.

Credevo mi volessi bene, e invece Ma la compassione, Sofia, non è solo pena.

Non lo è?

Nella nostra lingua, avere pietà significa tutto laffetto, la cura per chi amiamo. Se uno si ammala, vuoi solo coccole libro e serenate? O vuoi che si prenda cura di te?

Meglio la seconda

Vedi? Compassione non la si dà a tutti e non sempre. Va dosata con la testa.

Allora posso compatirla, nonno

E io te! Perché anchio sento affetto per te.

Grazie Ma chi si deve compatire?

Chi senti vicino: la famiglia, gli animali anche. Ma davvero, se dai un pezzetto di pane a un randagio una volta, non cambia niente. Vuoi fare davvero la differenza? Dagli una casa. Allora sì che conta, per te e per lui.

Perché?

Perché il bene torna sempre indietro, specie se fatto col cuore.

Proprio a questo ripensavo ora, davanti alla porta insieme a quel gatto rosso che, grazie anche allaiuto del nonno e di Clara, ora potevo accogliere davvero. Il felino lasciò che lo accarezzassi, ma allinvito ad entrare scappò di corsa su per le scale. Rimasi stupita, pronta a chiudere la porta, quando lo vidi tornare.

Ma non era solo.

Trascinava un minuscolo gattino, una sua copia in miniatura.

Ehi, guarda un po qui! presi il micetto tra le mani mentre il gatto padre correva di nuovo su per le scale.

Un secondo gattino, identico e vivace, cercava di sgattaiolare via: il padre lo lasciava cadere una volta, due, ma non si arrendeva, voleva portarli tutti dalla nuova padrona.

Bravo, che mamma sei! risi, aprendo la porta Vai, vieni dentro! Tutti qui o cè altro?

Il gatto entrò guardingo, io abbracciavo i piccoli.

Dai, entra, non temere. Nessuno vi farà del male! E la mamma dei cuccioli dovè?

Ovviamente nessuna risposta. Il rosso prese un gattino per la collottola, io corsi a prendere un vecchio vassoio e glielo sistemai come cuccia. Il gatto prese a mostrare ai cuccioli il posto nuovo, come una vera madre attenta.

Sei davvero una mamma in gonnella! sussurrai, poi, ridendo, mi misi a cercare latte dal frigo per loro.

Quella sera convocai il consiglio di famiglia.

Clara, se dici di no cercherò di trovare casa ai gattini. Non li rimetto in strada, sono troppo piccoli, non so che sia successo alla loro madre, ma trovo davvero strano che se ne occupi il gatto.

Sofia, questa casa è tua e di Lorenzo. Siete voi a decidere chi fa parte della vostra famiglia rispose Clara, accarezzando un gattino in grembo. Comunque, sfamali e vedrai cosa accade. Raccontami: cosa mangiano?

Solo latte, ma già bevono da soli.

Uno lo voglio io quando cresce. Gli altri

Cercherò famiglia per i piccoli, ma il gatto penso che lo terrò: cè molto da imparare da lui.

Da chi? chiese Clara, sorpresa.

Lorenzo mi sorrise, lasciandomi raccontare la notizia che avevamo custodito per il suo compleanno.

Da chi è bravo a fare la mamma Tra voi, ho già due maestri: tu, Clara, e questo gatto straordinario.

Accarezzai il rosso vicino al mio fianco e non riuscii a trattenere le lacrime, mentre Clara mi strinse a sé per la prima volta, come una madre vera.

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