Mamma è stanca

Mamma è stanca

Chiara strillava talmente forte alla cassiera che alla poveretta tremavano le mani.

Ma quanto ci vuole ancora? Se non sei capace di lavorare, stattene a casa tua!

Mi scusi, la signora anziana già passava velocissima i prodotti sullo scanner, eppure riuscì ad andare ancora più in fretta.

Chiara, il marito la sfiorò piano su un gomito, basta, dai, andiamo.

Lei si voltò di scatto:

Tu zitto! Ti ha chiesto forse qualcuno il parere?

Marco abbassò gli occhi colpevole e tacque. Lui taceva sempre.

***

A casa odorava di pollo alle erbe. La suocera, Giuseppina Bianchi, stava dietro ai fornelli, girando la pentola della minestra.

Oh, siete arrivati! Ho preparato un bel brodo di pollo con i tagliolini. Forza, sedetevi che vi metto su qualcosa di caldo.

Te lho ripetuto mille volte di non impicciarti nella mia cucina, sussurrò Chiara fra i denti. Ma ci vivi qui o sei ancora ospite?

Giuseppina impallidì, posando piano il mestolo.

Solo volevo dare una mano

Non voglio nessun aiuto! Faccio benissimo da sola!

Dalla cameretta corse fuori Riccardo, sette anni appena compiuti:

Mamma, ciao! Sai che Gabriele dal secondo piano mi ha detto che sono uno smidollato? Ma io non lo sono, vero?

Piantala, ringhiò Chiara, ma non lo vedi che ho da fare?

Riccardo rimase immobile. Guardò la nonna. Lei abbassò lo sguardo.

Chiara si chiuse in camera sbattendo la porta come un uragano.

***

Così trascorrevano i giorni a casa loro.

Ogni giorno si assomigliava allaltro. Chiara si svegliava di malumore, andava a dormire ancora peggio, e nel mezzo urlava al primo che le capitava sotto tiro. Al marito, alla suocera, al figlio, alle cassiere, alle colleghe, perfino ai passanti.

A volte, proprio di rado, Chiara si fermava un attimo a pensare: Ma cosa sto combinando?. Poi il pensiero spariva, inghiottito da un buco nero senza uscita.

Marco resisteva. Si era ormai abituato. Dieci anni di matrimonio gli avevano insegnato una cosa: stare zitto e invisibile.

Faceva due lavori, portava gli euro a casa, faceva tutto quello che lei ordinava. Di notte, quando Chiara crollava addormentata, lui si rifugiava in cucina a bere un tè e fissare il muro. E pensava.

Giuseppina era arrivata tre mesi prima per dare una mano con Riccardo, durante le ore di lavoro dei genitori.

Aveva detto subito sì ma da allora subiva ogni giorno le occhiate da vipera della nuora.

Riccardo Riccardo semplicemente cercava di cavarsela. Correva, giocava, faceva domande. Ogni volta che si avvicinava alla mamma, trovava una muraglia.

Allinizio piangeva. Poi smise. Se ne andava dalla nonna e le stava vicino piano piano, che almeno cera pace.

***

Venerdì successe quello che succedeva spesso.

Chiara tornò dal lavoro di pessimo umore: il capo laveva rimproverata, una collega le aveva soffiato il progetto, e in metropolitana uno le aveva pure pestato il piede nuovo nuovo.

Proprio pochi minuti prima, Riccardo aveva rovesciato del succo di frutta sul divano nuovo color panna, comprato a rate.

Il bimbo era lì, con in mano il bicchiere vuoto, gli occhi terrorizzati puntati sulla macchia rossa sempre più larga.

Ma cosa hai combinato?! urlò Chiara appena entrata, lo sai quanto ci è costato questo divano!?

Non volevo, mamma, scusa. Ti prego, non gridare Ho paura

Hai paura, eh! gridò ancora più forte Chiara, riesci solo a rompere tutto! Non si può vivere con te!

Mamma, scusa

Vattene in camera tua! Non voglio vederti!

Riccardo obbedì. Chiara continuò a urlare nel vuoto ancora a lungo, fino a perdere la voce.

***

Quella notte non riuscì a dormire. Andò in cucina, si sedette al tavolo davanti alla finestra. Fuori pioveva.

Restò lì a guardare le gocce scivolare sul vetro. E pensò a quanto fosse stanca. A come desiderasse sparire, che tutti la lasciassero in pace. Silenzio. Solo quello.

Non si accorse neanche di essersi addormentata con la testa sul tavolo.

Si svegliò infreddolita, che erano ormai le quattro del mattino.

In casa regnava una calma surreale. Marco dormiva, Giuseppina dormiva, Riccardo pure.

Si alzò, andò in bagno. Tornando, passò davanti alla cameretta del figlio. La porta era socchiusa. Buttò locchio, per vedere se fosse scoperto.

Riccardo dormiva raggomitolato, abbracciato al cuscino. Sul comodino, una normalissima quadernetta a quadretti, la copertina piena di disegni di robot.

Chiara già stava andando via quando lesse la parola:

«Mamma».

Prese in mano il quaderno. Si sedette ai piedi del letto. Iniziò a leggere.

Era un diario.

La prima pagina risaliva a settembre.

Oggi la mamma ha di nuovo urlato. Papà ha detto che è solo stanca. Volevo abbracciarla, ma lei si è spostata. Perché sono cattivo.

Chiara si morse le labbra. Girò pagina.

Ottobre. Oggi la nonna fa il compleanno. Avevo fatto un biglietto tutto colorato con i fiori. Volevo darglielo la mattina, ma la mamma urlava ancora al papà, e non glielho più dato. Lho nascosto sotto il cuscino. Forse domani, se lei non cè.

Ancora.

Novembre. Ho rotto la macchinina nuova che mi ha regalato papà. Apposta. Ho pensato che se rompo qualcosa di mio, lei non urla. Invece ha urlato. Ha detto che non so capire il valore delle cose. E che sono stupido.

La mano di Chiara iniziò a tremare.

Dicembre. Presto è Natale. Ho scritto a Babbo Natale che vorrei solo che la mamma smettesse di urlare. Peccato che certi regali non si possano avere.

Gennaio. A scuola la maestra ci ha chiesto cosa vogliamo diventare da grandi. Io ho scritto: invisibile. Così la mamma non mi vede e non mi urla più addosso. La maestra si è arrabbiata e ha chiamato papà. Lui mi ha parlato. Mi ha detto che la mamma, in fondo, vuole bene a tutti, ma è solo molto stanca. Io lo so. Mi ricordo comera prima. Mi abbracciava. Sorrideva. Adesso invece non sorride mai più.

Chiara restò immobile. Le lacrime cadevano copiose sul quaderno, sciogliendo linchiostro.

Febbraio. Oggi ho rovesciato il succo sul divano. Mamma ha urlato a lungo.
Quando urla, mi sembra di morire un po alla volta. Prima le orecchie, poi il cuore, poi lanima.
Mi sono sdraiato e ho chiuso gli occhi. Chissà: se muoio nel sonno, lei piangerà? O forse dirà solo che ha un problema in meno?

Il quaderno le scivolò di mano. Le spalle le tremavano, ma non faceva rumore. Aveva paura di svegliare il figlio. Aveva paura che le vedesse così. Aveva paura di tutto.

Restò lì seduta per un sacco di tempo. Non sapendo se fossero venti minuti o unora. Poi raccolse il quaderno, lo rimise al suo posto e uscì.

Ritornò in camera. Si stese accanto a Marco. Rimase a fissare il soffitto fino allalba.

***

Il primo a svegliarsi fu Riccardo.

Aprì gli occhi, si stiracchiò, si mise seduto sul letto. Vedeva la porta socchiusa e si ricordò tutto di ieri sera. Sospirò.

Uscì nel corridoio, ascoltò. Silenzio. Strano. Di solito, a quellora, mamma già sbatteva piatti e urlava che siamo un branco di dormiglioni.

Diede una sbirciata in cucina.

La mamma era lì, seduta al tavolo. Non urlava, non faceva casino. Semplicemente fissava fuori dalla finestra. Davanti a lei una tazza di tè già freddo.

Mamma? chiamò timido Riccardo.

Chiara si voltò. Aveva una faccia diversa né arrabbiata, né stanca, ma unaltra cosa che Riccardo non sapeva spiegare.

Buongiorno, disse piano lei. Vieni a fare colazione.

Lui si sedette. La mamma posò davanti a lui una scodella di latte coi biscotti. Si mise seduta di fronte.

Riccardo mangiava guardandola di sbieco. Aspettava il solito scoppio. Ma niente.

Mamma, alla fine si fece coraggio, tutto bene?

Sì.

E perché non parli?

Sto pensando.

A cosa?

Chiara lo guardò a lungo. Poi gli accarezzò la testa, senza motivo.

A te, disse con voce roca. A noi.

Riccardo rimase col cucchiaio sospeso in bocca.

Ma mamma, non hai la febbre?

No, cucciolo. Anzi, credo che finalmente sto guarendo.

Lui non capì, ma annuì. Limportante era non sentirla urlare.

Finisci la colazione, aggiunse Chiara. Che poi si va a scuola.

Riccardo finì il latte, si alzò, iniziò a prepararsi. Sulla porta si girò.

Mamma, disse timido ma stasera tu non urlerai più, vero?

Chiara si avvicinò, si inginocchiò davanti a lui.

Ascolta bene, disse seria. Non so se ce la farò. Ma giuro che ci proverò. E ci proverò davvero tanto. Affinché tu non abbia più paura. Capito?

Riccardo annuì.

E se non ce la fai? balbettò sottovoce.

Se non ce la faccio tu dimmelo. Basta che dici: Ancora tu?. Così io mi ricorderò.

Ricorderai cosa?

Tutto, gli diede un bacio sulla fronte. Vai, adesso.

Riccardo corse fuori.

Chiara rimase nellingresso. Udì la porta dellascensore chiudersi. Poi il silenzio.

Dal salotto spuntò Marco, ancora spettinato, con gli occhi assonnati.

Ma sei già sveglia?

Non ho dormito.

Lui la fissò per un attimo con attenzione.

Tutto a posto?

Sì, rispose Chiara. Vai a fare colazione.

Marco andò in cucina. Chiara lo seguì.

Si sedettero a tavola. Marco si versò il tè

Senti, Marco, chiese Chiara allimprovviso. Ma tu perché mi ami?

Lui si intasò con una fetta biscottata.

Cosa?

Perché mi ami? Io io sono un mostro.

Marco posò la tazza. La guardò serio.

Tu non sei un mostro, disse. Ti sei solo dimenticata chi sei.

E chi sarei?

Sei tante cose, rispose lui, accennando un sorriso furbo. Sei capace di essere dolce, buffa, tenera. Sai abbracciare così forte che quasi mi rompi le costole Io mi ricordo tutto, Chiara. Sei tu che hai dimenticato.

Chiara abbassò lo sguardo.

Io aspetto che torni la Chiara di una volta, aggiunse Marco. Tanto posso aspettare quanto serve.

Lei allungò la mano, strinse la sua.

***

Quel giorno, per la prima volta dopo tanto tempo, non urlò a nessuno.

Riccardo tornò da scuola. Lanciò lo zaino, corse ad abbracciarla senza motivo.

Mamma! Ho preso dieci oggi!

Bravo! sorrise Chiara. Sono orgogliosa di te!

Lui si bloccò stupefatto.

Davvero?

Davvero.

Riccardo sorrise. Così tanto non sorrideva da una vita.

Sai, mamma, disse, oggi a scuola pensavo: magari stasera mi abbracci. E invece sì, mi hai abbracciato davvero.

Sciocchino, Chiara strinse il figlio forte. Da oggi ti abbraccerò tutti i giorni!

***

Di sera, Chiara entrò nella camera di Riccardo. Lui già dormiva. Sul tavolo cera ancora il quaderno.

Lei lo prese, aprì lultima pagina. Tirò fuori una penna e sotto la scritta del figlio aggiunse:

Tesoro, ti voglio tanto bene. Perdonami. Prometto che mi impegnerò tantissimo.
La tua mamma.

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