Mamma lo faceva solo per aiutare — Lo sai che la Ninetta ha avuto il secondo nipotino? — la suocera…

Hai sentito? La Cinzia ha avuto il secondo nipotino, puoi crederci? mia suocera, la signora Giuliana, mi riempì di nuovo la tazza di tè. Un maschietto, tre chili e ottocento. Bello robusto, con delle guanciotte che fanno invidia.

Annuii, scaldandomi le mani alla tazza bollente. A casa della signora Giuliana era sempre fresco teneva basso il riscaldamento per risparmiare, ma non mancava mai un tavolo sommerso da vassoi di crostate, polpette fatte in casa e insalate. Come se fossi lì per un banchetto di nozze e non per un semplice tè.

E voi due, tu e Lorenzo, quando mi date una gioia? Margherita, insomma, quanto dovete aspettare ancora? Non siete ragazzini Lorenzo ha trentuno anni, tu ventotto! È il momento giusto! La signora Giuliana mi avvicinò una ciotola di marmellata fatta in casa. Ormai pensavo di spingere la carrozzina al parco; e voi sempre Aspettiamo, aspettiamo
Signora Giuliana, adesso non è facile risposi con dolcezza, per non offenderla. Stiamo mettendo via i soldi per comprare casa. Tenere su un figlio più un mutuo è impossibile, capisce? Prima un appartamento tutto nostro, poi penseremo ai figli.
Lei fece un gesto con la mano, come per scacciare via una zanzara.

Ma dai! Fate un bambino e poi le cose si risolvono da sole! Io e Pietro abbiamo iniziato in un monolocale, diciotto metri quadri in tre. Ma ce la siamo cavata, abbiamo cresciuto Lorenzo e lo abbiamo portato fino alla laurea. Se aspettate troppo con tutti questi conti, rischiate di non farli mai, i figli.
Bevvi un sorso di tè, giusto per guadagnare qualche secondo. Fuori il cielo di febbraio era grigio e triste, gocce scivolavano sul vetro né pioggia né neve, solo quel tipico inverno milanese. Dalla stanza accanto si sentivano ticchettare i vecchi orologi da muro che la signora Giuliana aveva portato dalla casa dei suoi genitori.

La vita ora è cambiata posai la tazza sul tavolo. Una volta magari si poteva fare, ma ora tra bollette, spesa, pannolini, pediatra… rischiamo di perderci nei debiti.
Ma io con il nipotino sto volentieri! si sporse verso di me, come se bastasse quello a risolvere tutto. Tu fai solo il bambino, poi penso a tutto io. Passeggiate, pappe, alzarsi di notte.
Sentii salire unirritazione aspra. Non rabbia vera, solo un fastidio lento, pesante.

Signora Giuliana, io vorrei crescere mio figlio con le mie mani. Non tornare subito al lavoro solo per pagare le spese, ma stare accanto a lui. I primi anni sono quelli che contano di più.
Lei serrò le labbra e si voltò verso la finestra. Offesa, lo capivo già da come si atteggiava: adesso avrebbe fatto rumore con i piatti, facendomi capire quanto si sentisse ferita dalle mie parole.

Finito il tè, mi alzai.

Grazie signora Giuliana, per tutto. Devo andare, Lorenzo mi ha chiesto di tornare per le sette.
Lei annuì senza guardarmi. Mi misi il cappotto, un bacio sulla guancia freddo, solo di circostanza e uscii.

In taxi appoggiai la testa al finestrino ghiacciato e chiusi gli occhi. Sfilavano i palazzoni grigi di periferia, cartelloni pubblicitari, gente col giubbotto scuro. La signora Giuliana proprio non capiva che i tempi erano cambiati. Non si può far figli sperando che vada tutto bene: un figlio è una responsabilità. Io volevo dare al mio bambino una stanza tutta sua, una buona scuola, la possibilità di frequentare attività. E per tutto questo serve una casa. Nostra, non affittata.

Passarono due mesi…

Quella sera cucinai pollo e patate la cosa preferita di Lorenzo, semplice e sostanziosa. La signora Giuliana il giorno prima aveva annunciato che sarebbe passata: Ho una cosa da dirvi, aveva detto. Non le detti troppo peso: solitamente si trattava di nuove ricette o pettegolezzi dei vicini.

Ma quando ci sedemmo e vide la suocera spostare il piatto da sotto il naso, diventai allerta.

Vi ricordate la zia Clementina? La cugina di mia mamma? ci scrutò con attenzione. È morta il mese scorso, poverina…
Lorenzo annuì. Io la conoscevo appena, vista solo una volta a una riunione di famiglia.

Ecco la signora Giuliana si raddrizzò. E capii che era qualcosa di importante. Mi ha lasciato in eredità il suo appartamento. Due locali. Un po da sistemare, ma è una bella casa, in un palazzo depoca in muratura.
Lorenzo fischiò.

Non ci credo! Ma mamma, che bella notizia!
Aspetta! alzò la mano Voglio intestare la casa a voi due.
Rimasi con la forchetta a mezzaria.

Ma a una condizione e fissandomi negli occhi, continuò senza battere ciglio: Mi fate un nipotino. Maschio o femmina, non importa. Datemi un bambino, e la casa sarà vostra.
Un silenzio pesante cadde sulla stanza. In cucina si sentiva solo lo stillicidio di una goccia dal rubinetto mal chiuso.

La signora Giuliana senza lasciarci il tempo di rispondere riprese a parlare, arrotolando le parole per la paura di essere interrotta.

Vedete? Non vi serve più risparmiare! Avete già una casa pronta, tutta per voi! I soldi che avete messo da parte li spenderete per il bambino: carrozzina, lettino, vestitini vi costa tutto una fortuna, oggi! E così niente più pensieri per il mutuo o l’affitto.
Lorenzo fissava me, in attesa di una mia reazione. Ed io, allimprovviso, mi resi conto che non avevo nulla da obiettare. Desideravamo davvero un figlio, solo che avevamo rimandato per via della casa. E ora, con un colpo di penna dal notaio, il problema era risolto.

Accettiamo dissi, coprendo la mano di mio marito con la mia. Anche noi lo volevamo già da tempo, solo aspettavamo il momento giusto.
La signora Giuliana si illuminò come chi abbia appena vinto alla lotteria.

Passò un anno…

Il piccolo Matteo aveva compiuto un mese. Lo cullavo in camera, cantando sottovoce una nenia assurda, quando sentii il clic della serratura in ingresso. Uscii tenendo il bambino stretto al petto.

Lorenzo, sei già tornato?
Ma nellingresso cera la signora Giuliana. Piena di borse, con quellaria da padrona di casa.

Mi bloccai sulla soglia.

Signora Giuliana? Come ha fatto ad entrare?
Lei sollevò la mano: appeso al portachiavi con una margherita di plastica, brillava una chiave.

Ne ho tenuta una copia, non si sa mai. Magari avete bisogno di aiuto e non potete aprire…
Ingoiai le parole che mi saliva in gola. Non era il momento: Matteo si era appena addormentato, e urlare avrebbe solo creato caos.

Giuliana era già in cucina. Sbatté la lingua vedendo la pila di tazze sporche accanto al lavandino.

Margherita, ma cosè questo? Piatti sporchi, briciole aprì il frigo e scosse la testa. E da mangiare cosa cè? Solo yogurt e formaggio? Lorenzo sta per tornare, come pensi di nutrirlo?
Abbracciai più stretto il mio piccolo, che si mosse ma non si svegliò.

Sono tutto il giorno con Matteo, signora. Vuole stare solo in braccio, appena lo metto giù piange.
Lei si diresse in cameretta, e la seguii senza riuscire a fermarla. Passò in rassegna il fasciatoio, la mensola delle bottiglie.

Qui non va bene niente. E queste coperte, secondo te si possono usare? Dure così che graffiano la pelle di Matteo.
Ma sono di flanella, morbidissime.
So io quali coperte sono morbide! Il mio Lorenzo lho cresciuto bene, sa? fece la bocca a cuore, offesa. Tu stai a casa tutta la giornata, Margherita. Perché allora cè disordine?
Indicai Matteo che dormiva sulla mia spalla.

Per questo.
Sciocchezze liquidò la faccenda Io lavoravo, cucinavo, lavavo, pulivo e seguivo Lorenzo. Eppure ce la facevo.
Se ne andò dopo unora, lasciando dietro di sé giochi spostati, coperte rimescolate e la sensazione che mi fosse passato sopra uno schiacciasassi.

La sera, quando Lorenzo rientrò dal lavoro, aspettai che finisse di cenare, poi mi sedetti davanti a lui.

Lorenzo, così non si può andare avanti. Tua madre entra senza avvertire, ha una chiave sua. Io sono sfinita, già non dormo, ora pure le sue ispezioni
Lorenzo abbassò gli occhi.

Mia mamma vuole solo aiutare, Margherita. Lo fa col cuore.
Quando intende intestare la casa a te?
Lorenzo rimase in silenzio.

Dice che non ha fretta, che tanto viviamo già qui noi.
Strinsi forte il bordo del tavolo, fino a farmi male alle dita.

Passarono altri tre mesi…

La signora Giuliana ormai faceva parte degli arredi. Arrivava quando voleva, trovava sempre qualcosa che non andava: come davo la pappa a Matteo, come lo cambiavo, come lo vestivo per uscire Ogni visita si concludeva con ramanzine o silenzi offesi per la mia mancanza di gratitudine. Mi lamentavo con Lorenzo, ma lui allargava le braccia: Cosa vuoi che faccia, è pur sempre mia mamma.

Una sera non ce la feci più. Appena la suocera uscì, tirai fuori la valigia.

Raccolsi le mie cose. Poi quelle di Matteo: pannolini, biberon, qualche giochino preferito. Lorenzo mi fissava dalla porta.

Margherita, dove vai?
A casa di mia madre.
Ma su, capita di litigare, passerà
Lorenzo chiusi la cerniera e lo guardai dritto O tua madre non mette più piede in questa casa, oppure io e Matteo ce ne andiamo. Scegli.
Tacque a lungo. Guardò la valigia, suo figlio, me. Poi si afflosciò sul divano con la testa tra le mani.

Aspettai. Cinque, dieci, quindici secondi.

Lui non si mosse.

Chiamai un taxi e me ne andai.

Mi chiamò il giorno dopo. E quello dopo. E la settimana seguente. Ogni volta prometteva che avrebbe parlato con sua madre, mi supplicava di tornare. Ma non si riprese mai la chiave, e la signora Giuliana restò la padrona della casa che aveva regalato.

…Il divorzio arrivò dopo sei mesi. Mantenimento deciso dal giudice, perché Lorenzo non era esattamente sollecito.

Io e Matteo vivevamo da mia madre, nella mia vecchia cameretta con la carta da parati a fiorellini che ricordavo da bambina. Mamma mi aiutava, sorvegliava Matteo mentre io trovai lavoro prima part-time, poi a tempo pieno. Era dura, durissima, lontana anni luce dalla maternità che avevo sognato.

Ma la sera, quando Matteo si addormentava tra le mie braccia, naso fiducioso contro la spalla, sapevo che ce lavrei fatta. Dovevo farcela, per lui.

Visto che suo padre non era stato abbastanza forte da difendere la sua famiglia.

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