Mamma non sta bene e verrà a vivere da noi, dovrai occuparti tu di lei! annuncia Fabrizio a sua moglie Martina.
Scusa, cosa? Martina abbassa lentamente il telefono, dove stava controllando il gruppo di lavoro su WhatsApp.
Fabrizio è fermo sulla soglia della cucina, con le braccia incrociate sul petto. Ha quellaria di chi ha appena preso una decisione irrevocabile e definitiva.
Ho detto che mamma starà da noi per un po. Ha bisogno di assistenza continua. Il medico ha detto almeno due o tre mesi, forse anche di più.
Martina sente un nodo farsi largo nello stomaco, lento ma inesorabile.
E quando è che hai preso questa decisione? chiede cercando di tenere la voce il più possibile ferma.
Stamattina, parlando con mia sorella e con il dottore. Ormai è tutto deciso.
Capisco. Quindi avete deciso tu, tua sorella e il medico, e io ho solo da accettare la notizia, giusto?
Fabrizio si incupisce appena come uno che si aspetta resistenza ma si sorprende ogni volta che la incontra davvero.
Marti, dai, lo sai comè. È mia madre. Chi altro potrebbe prendersene cura? Roberta vive a Milano, ha bimbi piccoli, il lavoro Noi abbiamo un appartamento grande, tu sei spesso a casa
Lavoro cinque giorni su sette, Fabri. Tutto il giorno. Dalle nove alle sette, alle volte anche più tardi. Lo sai bene anche tu.
E allora? fa lui, allargando un po le braccia. La mamma non è pretenziosa. Ha solo bisogno che qualcuno le stia vicino. Darle le medicine, riscaldare la cena, portarla in bagno Tu te la cavi benissimo.
Martina osserva il marito con uno strano torpore nel petto. Non è ancora rabbia, solo quella spietata, glaciale consapevolezza che per lui tutto ciò è normale. Che il suo lavoro, la sua stanchezza, il suo tempo libero contano meno del bisogno della mamma.
Avete pensato a unassistente? chiede a bassa voce.
Fabrizio torce il naso.
Sai quanto costa? Per una brava badante ci vogliono almeno duemila euro al mese. Dove li troviamo tutti quei soldi?
E tu hai pensato di prenderti un congedo dal lavoro? Magari metterti part-time per un po?
Lui la guarda come se le avesse chiesto di buttarsi giù dal terrazzo.
Martina, io sono responsabile del reparto. Non mi lasciano via per due mesi! E comunque, non sono un infermiere. Non so fare le iniezioni giuste, controllare la pressione, seguire un piano medico
E io invece sarei capace? la sua voce è calma, solo una domanda.
Fabrizio esita. Pare che per la prima volta gli sia chiaro che la conversazione non sta seguendo il copione previsto.
Sei una donna dice infine. Nella sua voce cè una certezza così onesta che a Martina viene quasi da ridere. Voi avete queste cose dentro, è istintivo. Sei sempre stata meglio di me con i malati.
Martina annuisce lentamente più per se stessa che per lui.
Quindi, è questione di istinto.
Beh sì.
Martina poggia il telefono a faccia in giù sul tavolo. Guarda le sue mani. Tremano appena.
Va bene, risponde. Facciamo così. Ti prendi due mesi di aspettativa non retribuita. Io continuo a lavorare. Ci occupiamo insieme di tua madre: io la sera e nel weekend, tu durante il giorno. Daccordo?
Fabrizio apre bocca. Poi la richiude.
Martina parli sul serio?
Serissimamente.
Ma ti ho detto che non posso! Non mi danno il permesso!
Allora prendiamo una badante. Io sono pronta a pagare metà spesa. Anche il sessanta per cento se pensi che prendo meno di te. Ma non accetterò di prendermi io tutta la responsabilità del tuo genitore. Non da sola.
Un silenzio denso, appiccicoso. Si sente distintamente il cic tic del pendolo in soggiorno.
Fabrizio tossicchia.
Quindi ti rifiuti?
No, risponde guardandolo negli occhi. Rifiuto il ruolo di infermiera-schiava gratuita senza discussione e mantenendo un lavoro a tempo pieno. È diverso.
Lui la fissa a lungo, cercando di capire se sta facendo una battuta o parla sul serio.
Lo sai che è mia madre, vero? la voce di Fabrizio si spezza, Porta dentro il rancore di un uomo adulto che, per la prima volta, deve assumersi la responsabilità della propria madre.
Lo so. risponde Martina con dolcezza. Per questo propongo delle soluzioni che ci permettano a tutti di restare dignitosi e sani. Anche a tua mamma.
Fabrizio si volta di scatto e esce dalla cucina.
La porta della sala si chiude, non forte, ma in modo eloquente.
Martina resta seduta al tavolo a guardare il suo tè, ormai freddo. Le gira in testa un pensiero pacato, inatteso:
Ecco. È iniziata.
Sa che è solo il principio.
Sa che lui adesso chiamerà la sorella. Poi la madre. Poi ancora la sorella. Sa che tra poco, la suocera busserà alla porta abita a dieci minuti a piedi, e sa sempre tutto. Sa che ci sarà una lunga discussione, e la accuseranno di essere cinica, ingrata, egoista, una donna che ha dimenticato il senso della famiglia.
Ma in quel momento una semplice verità le diventa chiara.
Non ha più intenzione di scusarsi per aver bisogno di dormire più di quattro ore per notte. O per il fatto che il suo lavoro non è un passatempo. O per il fatto che anche lei ha nervi, vene e diritto alla vita e non solo allassistenza.
Si alza, va alla finestra, apre il vasistas.
Laria umida e fredda della notte invade la cucina, porta con sé lodore di asfalto bagnato e del fumo di un camino lontano.
Martina inspira profondamente.
Che dicano pure ciò che vogliono, pensa. Limportante è che io ho finalmente pronunciato il mio primo no.
E quel no è il più fragoroso che abbia mai detto in dodici anni di matrimonio.
La mattina dopo Martina viene svegliata dal clic della serratura dingresso. La chiave gira due volte con prudenza, quasi a scusarsi. Poi si sente il rumore di passi lenti e un colpo di tosse rauco.
Resta sdraiata, immobile, e ascolta mentre nel corridoio qualcuno si leva il cappotto e le scarpe con i soliti gesti. Un rituale famigliare, che oggi ha però il sapore di una dichiarazione di guerra.
Fabri la voce di Piera, la mamma di Fabrizio, è debole ma conserva lantica autorità Sei a casa?
Fabrizio devessersi fatto notte in bianco; risponde subito, forzando un tono allegro:
Sì, mamma, sono qui. Vieni in cucina, ti ho già messo su il tè.
Martina chiude gli occhi. Non mi ha neppure avvertita che la portava oggi. Lha fatto e basta.
Si obbliga ad alzarsi, indossa la vestaglia, va nel corridoio.
Piera è lì, piccola e curva, stretta nel vecchio cappotto blu che porta ormai da tanti anni. In mano una borsa di farmaci e un thermos. Appena la vede, la suocera sorride sottile, stanca, ma con labituale sfumatura di superiorità.
Buongiorno, Marti cara. Scusa se sono arrivata così presto. Il medico ha detto che prima mi trasferisco, meglio è.
Martina annuisce.
Buongiorno, signora Piera.
Fabrizio arriva dalla cucina con un vassoio tè, fette biscottate, le medicine.
Mamma, accomodati pure in soggiorno. Ti ho già sistemato il divano.
E chi mi sistema i vestiti? Piera guarda la nuora. Martina, mi aiuti tu?
A Martina pulsa una vena alle tempie.
Certo, risponde. Dopo il lavoro.
Dopo il lavoro? la voce di Piera si fa più squillante. E chi resterà con me oggi?
Fabrizio tossisce.
Stamattina sono in ufficio, mamma, ma a pranzo torno. Martina si gira verso la moglie puoi prendere un permesso oggi?
Martina lo fissa a lungo.
Ho la presentazione del progetto per il cliente. Impossibile rimandare.
E dopo? Piera sbottona il cappotto. Nel pomeriggio ce la fai a venire?
Sarò a casa allorario di sempre, intorno alle sette, sette e mezza.
Ancora silenzio.
Piera si siede pian piano su uno sgabello allingresso.
Quindi resto da sola tutto il giorno?
Fabrizio lancia uno sguardo implorante a Martina.
Lei risponde con calma:
Signora Piera, stamattina le preparo tutto il necessario per pranzo e per la cena. Metto le medicine suddivise per orario. Ogni cosa sarà segnata sui foglietti. Se serve qualcosa, mi telefoni pure. Anche durante la presentazione, rispondo.
Piera stringe le labbra.
E se cado? Se sbaglio medicina?
In quel caso chiami subito il 118. È la cosa più giusta da fare, molto meglio che aspettare me mentre attraverso tutta la città.
Fabrizio apre la bocca per ribattere. Ma la richiude.
Piera guarda il figlio.
Fabri hai sentito?
Mamma, risponde piano, quasi sussurrando, Martina ha ragione. Non siamo medici. Se dovesse succedere qualcosa di grave deve venire il dottore.
Martina resta colpita. È il primo Martina ha ragione che sente uscire dalla bocca di Fabrizio, forse da sette anni.
Piera si alza con fatica.
Va bene, sussurra. Se avete deciso così va bene.
Entra in soggiorno trascinandosi la borsa. La porta si chiude senza far rumore, ma in modo eloquente.
Fabrizio si gira verso la moglie.
Avresti potuto almeno
No, lo interrompe Martina. Non potevo. Non posso.
Si versa un bicchiere dacqua e lo beve tutto dun fiato.
Fabrizio la raggiunge.
Marti so che per te è dura. Ma è pur sempre mia mamma.
Lo so.
E davvero non si sente bene.
Non ho dubbi.
E allora perché?
Martina ora lo guarda negli occhi.
Perché se accetto adesso di prendermi tutto sulle spalle, poi sarà la regola. Per sempre. Capisci?
Lui tace.
Ti voglio bene, continua lei. E non voglio che il nostro matrimonio si sgretoli solo perché uno dei due decide che laltro deve sacrificare la propria vita.
Fabrizio abbassa il capo.
Parlerò ancora con Roberta. Magari almeno nei weekend riesce a venire.
Sarebbe utile.
Lui la guarda.
E tu non sarai arrabbiata con me?
Martina sorride appena per la prima volta in ventiquattrore.
Lo sono già. Ma non voglio restare arrabbiata per tutta la vita.
Lui annuisce.
Ce la metterò tutta per migliorare.
Martina guarda lorologio.
Devo prepararmi. Tra due ore inizia la presentazione.
Rientra in camera. Fabrizio resta solo in cucina, lo sguardo perso nella tazza vuota.
La giornata fila via sorprendentemente tranquilla. Martina presenta il progetto brillantemente il cliente è felice e promette anche un bonus. Esce dallufficio alle sei e mezza con uninsolita leggerezza nel cuore.
Sulla metro scrive a Fabrizio:
Come va la mamma?
Risponde quasi subito:
Sta dormendo. Io sono a casa dalle tre. Ho preparato la cena. Ti aspettiamo.
Martina guarda fuori nel buio del vagone.
Ti aspettiamo.
Da quanto tempo questa parola non suonava davvero come casa?
E davvero la aspettano.
Sul tavolo ci sono uninsalata, orata al forno, patate. Piera siede in poltrona con un libro. Appena vede Martina, abbassa il libro.
Sei tornata, cara.
Sono qui.
Siediti, mangia qualcosa. Fabrizio ha fatto tutto da solo. Persino i piatti ha lavato.
Martina guarda il marito.
Lui fa spallucce, come a dire niente di speciale.
Si siede.
Piera si schiarisce la voce.
Ho pensato che forse, davvero, dovremmo cercare una badante. Almeno per il giorno. Fabrizio sul lavoro si stanca troppo, si deve assentare
Martina solleva lo sguardo.
È una buona idea.
Chiamo Roberta, aggiunge Fabrizio. Pagheremo in tre. Anche lei ha detto che voleva aiutare.
Piera sospira.
Non avrei mai immaginato di arrivare ad avere estranei che devono cambiarmi i pannoloni
Nessuno è estraneo, mamma, risponde dolcemente Fabrizio. Siamo famiglia. Solo che ognuno ha il suo spazio ora.
Martina guarda la suocera.
Lei resta in silenzio, poi annuisce piano.
Forse è il momento di imparare.
Il telefono di Piera squilla.
Guarda il display e sospira.
È tua sorella Roberta.
Fabrizio prende il telefono.
Pronto Sì, mamma è qui Senti, abbiamo bisogno di una mano. Anche concreta, non solo soldi. Vieni il fine settimana. Così parliamo tutti insieme.
Riaggancia.
Guarda Martina.
Verrà.
Martina annuisce, serena.
Bene.
Per la prima volta dopo anni, non la spaventa tornare a casa.
Non perché finalmente regni il silenzio.
Ma perché, finalmente, in casa si ascolta davvero.
Sono già passate tre settimane.
Piera non tossisce più come prima, la terapia fa effetto, le gambe non sono più così gonfie, a volte si alza a farsi da sola il tè. Ma la differenza vera è che in casa cè silenzio non quello pesante perché cè paura, ma quello adulto di chi prova a capirsi.
Sabato mattina Roberta arriva da Milano.
Varca la porta con due borse grandi, la figlia piccola in braccio e un sorriso un po colpevole.
Ciao mamma ciao Fabri, Martina Scusatemi per lattesa.
Piera, seduta in poltrona vicino alla finestra, si volta con timore, quasi temendo di rovinare il momento.
Sei venuta davvero.
Certo! Roberta poggia le borse, affida la bimba a Fabrizio e si avvicina alla madre. Promessa mantenuta.
Martina osserva tutto dalla porta della cucina, senza intervenire. Solo guarda.
Roberta si inginocchia davanti alla madre.
Mamma, ieri ho parlato a lungo con Fabrizio. Abbiamo deciso così.
Tira fuori un foglio piegato.
Questo è lannuncio di una badante specializzata. Diplomata infermiera. Viene dalle nove alle sette, cinque giorni la settimana. I weekend ci pensiamo noi.
Piera prende il foglio con dita tremanti. Legge. Guarda il figlio.
E per i soldi?
Paghiamo in tre, risponde tranquillo Fabrizio Io, tu e Martina. Pari pari.
Pari pari ripete Piera, assaporando la parola.
Roberta annuisce.
Nessuno di noi può lasciare il lavoro o essere qui sempre. Tu hai bisogno di sorveglianza vera. Allora serve una persona competente.
Per la prima volta Martina parla:
Con la signora ci siamo già messi in contatto. Si chiama Olga De Santis. Cinquantotto anni, esperienza ventennale in assistenza a malati gravi. Domani viene a conoscervi.
Piera resta in silenzio a lungo.
Poi guarda la nuora, stavolta senza la solita supponenza.
Martina tu potevi semplicemente dirmi di no e andartene. Molti lavrebbero fatto.
Martina fa spallucce.
Potevo. Ma così avremmo perso tutti. Tu per prima.
Piera fissa le sue mani.
Ho avuto molto tempo per pensare in queste settimane. Da sola. Sai ho sempre pensato che, da madre, spettasse a tutti assecondare me. Credevo di avere il diritto di pretendere. E invece adesso tocca a me adattarmi.
Roberta le afferra la mano.
Mamma, nessuno ti chiede di adattarti. Solo di vivere in un modo che possa far stare meglio anche noi.
Piera osserva la figlia, il figlio, poi Martina.
Scusami Martina, mormora, davvero credevo di poter sempre chiedere, aspettarmi tutto.
Martina sente sciogliersi qualcosa dentro, qualcosa di antico e doloroso.
Accetto le scuse, signora Piera.
Lei sorride piano per la prima volta senza alcuna ombra darroganza.
Allora domani conosciamo questa Olga De Santis. Tanto ormai mi è chiaro che non sono più né regina né padrona in questa casa.
Fabrizio ride piano leggero, finalmente, dopo settimane.
Né regina, né padrona. Solo la nostra mamma. Che vogliamo tutti bene. E ci prenderemo cura di te in modo equo.
La sera, quando Roberta e la bambina sono già ripartite e Piera dorme nella sua stanza, Martina e Fabrizio siedono in cucina, la luce soffusa.
Lui le versa un calice di vino rosso. Poi per sé.
Sai confida, sono stato sicuro che te ne saresti andata.
Martina lo guarda sorpresa.
Davvero?
Sì. Dopo quel primo tuo no temevo fosse la fine. Pensavo avresti preso la porta: Ve la vedete da soli.
Lei scherza con il bicchiere tra le dita.
Lho pensato, davvero.
Cosè che ti ha fermata?
Martina riflette a lungo.
Poi risponde:
Ho capito che, se fossi andata via ora, non avrei mai visto se tu saresti stato davvero capace di assumerti le tue responsabilità.
Fabrizio abbassa lo sguardo.
Ho imparato tanto in queste settimane. E sto ancora imparando.
Me ne accorgo.
Lui la guarda negli occhi.
Grazie per avermi dato la possibilità.
Martina sorride dolce, senza amarezza.
Grazie a te, per averla colta.
Brindano in silenzio, quasi con solennità.
Fuori scende la neve la prima vera neve dinverno. I fiocchi scendono lenti nei lampioni, coprendo lasfalto con una coltre bianca e silenziosa.
Nella stanza di Piera brilla una piccola luce notturna.
E nella loro camera, per la prima volta dopo tanto tempo, non cè odore di medicine o ansia solo di casa. La loro casa.




