«Mamma, ti perdono! Un viaggio di riconciliazione e amore»

«Mamma, ti perdono!»

Annalisa Bianchi si sprofondò nella sedia. Una sera, quasi in punta di piedi, chiamò la figlia.

Fiorella, tesoro, sto morendo. È il momento di raccontarti tutto. Temo di non avere più tempo. Perdonami, figlia mia!

Mamma, non dire così! Chiamo lambulanza subito!

Non serve lambulanza! Fiorella, ascoltami!

La donna malata iniziò il suo racconto: «Molti anni fa, in un piccolo borgo dellUmbria, avevo unamica, Ginevra. Eravamo entrambe orfane, cresciute nellorfanotrofio. Ci legammo lì, poi entrammo insieme allIstituto di Formazione dellInsegnante. Dopo il diploma, entrambe fummo mandate a una scuola di campagna.

Ci assegnarono case diverse: io vissi in una casetta vuota accanto alla scuola, Ginevra fu affidata a due anziani contadini. Ogni momento libero lo trascorrevamo insieme, ballando nei sabati al club del paese al suono della fisarmonica. Il fisarmonicista era un bel ragazzo. Quando lo vidi capii subito che era lunico che avrei aspettato per tutta la vita. Si chiamava il moro dagli occhi scuri, Vincenzo.

Ogni fine settimana correvamo al club. Io non riuscivo a distogliere lo sguardo da Vincenzo, incantata dalla sua voce profonda. Il cuore mi batteva forte quando incrociava il suo sguardo casuale. Ma poi mi accorsi che il fisarmonicista guardava sempre Ginevra, sorridendole, e la sua compagna si illuminava. Capii che Vincenzo aveva scelto la timida e riservata Ginevra.

Tentai più volte di attirare la sua attenzione, ma nulla cambiò: il ragazzo non mi notava. La gelosia mi divorava. Odiai Ginevra fino al sangue. Lei, radiosa, sembrava non accorgersi del mio odio. Un giorno Ginevra, con un sorriso felice, mi sussurrò:

Annalisa, tra poco mi sposerò con Vincenzo.

Compresi che era la fine per me. Sentii il peso schiacciarmi, smisi di mangiare e dormire, e solo una voce mi ribolliva nella testa: Vincenzo doveva essere solo mio! Farei qualsiasi cosa per ottenerlo. Chiesi in paese e scoprii che nel villaggio vicino abitava una vecchia strega, Pelagia. Andai da lei.

So perché sei qui mormorò la vecchietta.

Il primo istante mi terrorizzò, ma pensando a Vincenzo mi fecero coraggio. Pelagia preparò un filtro damore, lo versò in una bottiglia e mi consegnò.

Mettilo nella sua bevanda disse.

Provai a offrirle dei soldi, ma lei scoppiò a ridere:

Non mi servono i tuoi euro. Ti dirò quello che voglio. Vai.

Quella sera Ginevra e Vincenzo vennero a trovarmi. Era il momento giusto. Preparai la tavola, versai silenziosamente il filtro nel bicchiere di Vincenzo. Dopo aver bevuto, egli cambiò subito atteggiamento. Ginevra, intuendo qualcosa di strano, lo scacciò a casa. La mattina successiva Vincenzo era alla porta di casa mia, insistendo che solo io contava per lui. La strega non aveva mentito: avevo il mio amato! Ci sposammo poco dopo e vivemmo felici. Vincenzo non poteva più stare senza di me, e io non potevo respirare senza di lui. Ti chiedi cosa sia accaduto a Ginevra?

La ragazza iniziò a evitarci, ma gli incontri erano inevitabili. Ancora oggi vedo il suo volto triste, gli occhi pieni di lacrime. Gli anziani che ospitavano Ginevra la guardavano con disprezzo, accusandola di stregoneria. Il paese spargeva dicerie: Ginevra sarebbe rimasta incinta da Vincenzo e avrebbe tentato il suicidio. Provavo pietà per lei, ma amavo mio marito più della vita stessa.

Un giorno bussò alla porta il nonno Marco, il custode della casa dove Ginevra viveva.

Vieni con me ordinò luomo.

Perché? chiesi.

La tua amica sta morendo. Ti chiama rispose.

Mi guardò, e senza parole mi incamminai con lui. Nella casa degli anziani piangeva un bambino. Sul letto giaceva Ginevra, pallida, quasi senza respiro. Il mio cuore si stringé in mille pezzi, e quasi mi allontanai. In quel momento Ginevra aprì gli occhi e sussurrò piano:

Annalisa, sto per morire. Prendi la bambina con te. Che la figlia di Fiorella possa avere un padre allungò una mano, ma cadde impotente.

Che peccato, cara mormorarono gli anziani.

La nonna Matilde gridò forte, passando tra le mani un pacco avvolto. Era la piccola Fiorella. Non volevo prenderla, ma il nonno Marco ringhiò:

Mai avrei affidato a te questo bambino! Ma la volontà di Ginevra deve essere rispettata. Era una buona donna, che il Signore la accolga. Prendi la bambina e torna a casa! E per Dio, non farle del male!

Così la bambina arrivò a me. Il padre era furioso perché lavevo accolta. La sua incessante piagnistezza mi irritava, così come me. Vincenzo cambiò, iniziò a bere, spesso non tornava a casa. La mia vita felice si sgretolava davanti ai miei occhi e non potevo far nulla. Figlia, non sai quanto ti ho odiata!

Sognavo un mio bambino, ma tu crollasti sopra di me. Col tempo scoprii di essere incinta. Vincenzo, saputo ciò, smise di bere e cominciò a sognare un figlio. Sembrava che la felicità fosse tornata. Poco prima del parto, feci un incubo: mi trovavo in una radura di foresta, una creatura orribile mi fissava, le sue zampe ricoperte da una pelliccia nera e folta.

Mi riconosci? Sono venuta a riprendere ciò che è mio tuonò la bestia con la voce di Pelagia.

Mi svegliai urlando dal dolore, e quella sera partorii un neonato senza vita. Il tuo padre, disperato, ricadde nellalcol e morì poco dopo, congelato nella neve. Seguirono la sua scomparsa il nonno Marco e la nonna Matilde. Rimasi sola con te in quel mondo bianco. Fiorellina, sei diventata il senso della mia vita peccaminosa, senza di te non potevo più esistere.

Cresciesti e assomigliasti sempre più a me. Cercai sempre di dirti la verità, di chiedere perdono, ma non riuscii mai. Ti sposasti, mi deste un nipote meraviglioso. Ora non ho più tempo per parlare, e il pensiero di lasciare questo mondo con un peso così grande mi terrorizza.»

Una tremenda vibrazione percorse il corpo di Fiorella. Le lacrime scivolavano a fiumi sul volto della giovane donna. Raccolse le ultime forze, avvolse la madre con un abbraccio carico di suppliche e sussurrò:

Mamma, ti perdono.

Annalisa Bianchi spirò nella notte, addormentata. Un sorriso immobile rimase impresso sul suo viso.

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