Marito mi paragona alla moglie dell’amico durante la cena, e finisce con un’insalata russa rovesciat…

Mio marito mi ha paragonata alla moglie del suo amico a tavola ed è finito con una ciotola di insalata mista sulle ginocchia.

Ancora il solito servizio di piatti? Ti avevo chiesto quello con il bordo dorato, quello che ci ha regalato la mamma per il nostro anniversario. Fa più bella figura, sbuffò Sergio, osservando il piatto che Isabella aveva appena posato sulla tovaglia candida.

Isabella rimase immobile un attimo, con un ciuffo di prezzemolo in mano. Avrebbe voluto rispondere seccamente, spiegargli che le stoviglie con il bordo dorato non si possono mettere in lavastoviglie, e che restare incollata al lavandino a notte fonda dopo la cena degli ospiti non le interessava minimamente. Si trattenne. Era il compleanno di Sergio, cinquantanni, un traguardo, e non voleva rovinargli lumore da subito.

Ser, quel servizio è per dodici persone, siamo solo in quattro. Inoltre questi piatti sono più fondi, meglio per larrosto, rispose tranquilla, continuando a sistemare il pesce in gelatina con le erbe. Meglio che tu controlli se il Prosecco è ben fresco. Paolo e Laura saranno qui a momenti.

Sergio borbottò qualcosa e andò verso il frigo. Isabella lo fissò di spalle, sospirando. Da una settimana viveva in modalità fai tutto tu, tra bilanci da commercialista, scadenze di fine trimestre, organizzazione della festa. Sergio aveva escluso il ristorante, dicendo che nessuno cucina meglio di te, Isa, e poi spendere così tanto per fare scena è inutile.

Certo, fa piacere che il marito elogi la tua cucina, ma dietro ai complimenti si nascondeva il solito risparmio e il terrore di vedere il conto. Isabella passava le serate a marinare carne, bollire verdure, sfornare strati di torta diplomatica e preparare involtini di melanzane, che il festeggiato adorava. Le gambe le facevano male, la schiena protestava, il manicure era saltato si era limitata a mettere lo smalto trasparente.

Il campanello squillò, facendola sobbalzare.

Vengo io! gridò Sergio, che si trasformò subito: via il broncio, sorriso cordiale da padrone di casa.

Nellingresso apparve Laura. Apparve, sì, come fluttuando. La moglie di Paolo, il miglior amico di Sergio, sembrava abbia appena lasciato la copertina di una rivista. Sottile, curata, in un elegante abito color crema, perfetto sulle sue forme. In mano, una borsina griffata. Dietro, Paolo, carico di pacchetti e bottiglie.

Isa, tesoro! Laura baciò la padrona di casa, avvolgendola in una nuvola di profumo costoso. Che profumo delizioso! Hai fatto di nuovo miracoli in cucina? Io non potrei, lo dico sempre a Paolo: vuole una festa, mi porti al ristorante; in cucina non ci entro, devo pensare alla manicure!

Isabella nascose istintivamente le mani.

Serve anche chi si occupa di casa, sorrise prendendo il cappotto dellamica. Venite, è già tutto pronto.

La cena iniziò come da tradizione. Brindisi al festeggiato, commenti sui regali (Paolo aveva regalato una canna da pesca professionale, che Sergio desiderava da mesi), battute, risate. Isabella correva dalla cucina alla sala, cambiando piatti, aggiungendo antipasti, assicurandosi che i bicchieri fossero pieni. Lei, nel frattempo, aveva mangiato solo un po di insalata russa e un pezzetto di formaggio.

Sergio, dopo il primo bicchiere di Grappa, si rilassò. Si appoggiò allo schienale e guardò Laura che, con grazia, assaggiava il branzino.

Laura, sei sempre splendida, disse ad alta voce. Ti guardo e penso: sarai una maga? Mangi e non ingrassi. Che vestito! Si vede che ti curi.

Laura si sistemò una ciocca, civettuola.

Oh Ser, dici così! È solo disciplina. Palestra tre volte a settimana, niente carboidrati dopo le sei. E cura della pelle. Ho scoperto un siero per il viso, favoloso.

Ecco, disciplina! Sergio sollevò il dito come di chi ha detto cosa saggia. Disciplina! Senti, Isa? Disciplina! Tu invece sempre: stanca, non ho tempo. Laura lavora, ma sembra una ragazzina.

Isabella, che intanto stava portando larrosto di maiale aromatizzato con prugne, si fermò. Lei gestiva i conti in unazienda importante, casa, giardino, aiutava coi nipoti quando arrivavano. Laura, invece, lavorava due giorni su quattro in un centro estetico e non aveva figli.

Ser, non paragoniamo, disse Isabella calma, cercando di evitare liti davanti agli ospiti. Ognuno ha i suoi ritmi. Assaggia larrosto, è una ricetta nuova.

Ma Sergio era partito. Il vino e vecchie frustrazioni, o semplice vanità maschile, lo trascinavano.

Larrosto, larrosto… il cibo è cibo. Ma lestetica… Paolo, ti sei accasato bene. Torni a casa e trovi una fata. Io invece… sempre pentole, puzza di cipolla. Dico a Isa: vai in palestra. Lei: mal di schiena, pressione alta. Scuse. Pigrizia.

Paolo si sentì in difficoltà e tentò di cambiare argomento:

Su Ser, la tua Isa è una perla. Questo maiale è da svenire! Laura non cucina così, viviamo di ordini e surgelati.

Giusto! intervenne Laura, per smorzare ma peggiorò. Non amo cucinare, vero. Ma almeno ho tempo per me. Un uomo deve amare anche con gli occhi, vero, Ser?

Sergio sorrideva, guardando la moglie dellamico.

Sagge parole! Amare con gli occhi! Ma qui… indicò Isabella, che si era seduta di fronte, le mani affaticate sulle ginocchia. Isa, ti sei messa il vestito, pettinata, ma sembri sempre… provata. Una zia, capisci? Laura ha gli occhi vivi, la vita che scorre. Tu hai in faccia solo i prezzi del supermercato.

Calo di gelo a tavola. Paolo fissava il piatto, Laura strizzava la tovaglietta. Isabella si sentì schiaffeggiata. Pensò a ieri sera, quando Sergio si lamentava delle camicie sporche e lei stirava quella azzurra a mezzanotte, la stessa che ora lui indossava per umiliarla. E a tutti i soldi risparmiati dai trattamenti di bellezza per comprargli la dannata canna da pesca.

Ser, basta, disse sottovoce, decisa. Hai esagerato.

Esagerato?! scattò Sergio. Dico la verità! Lamico si mostra nei guai, la moglie invece nel paragone. E il paragone non ti favorisce! Paolo può vantarsi, io invece arrossisco. Hai visto comè cambiata? Grinza, molle… Siete coetanee!

Non siamo coetanee. Laura ha trentotto anni, io ne ho quarantotto. E Laura non si fa su e giù per cinque piani di scale con le sporte, quando lascensore non funziona, perché tu te ne stai sul divano.

Cominciamo! Sergio fece loffeso. Io lavoro! Porto i soldi! Ho diritto a una moglie che mi rappresenta. Tu… tu sei una gallina. Solo insalate e arrosti. Guarda questa insalata! percuoteva col forchettone il piatto di insalata russa. Nemmeno questo ti riesce bene! A casa di Laura, a Capodanno, soffice, leggerissima. La tua è pappetta di maionese. Come te.

E fu il punto di rottura. Dentro Isabella qualcosa cedette. Quella pazienza infinita che aveva reggendo il matrimonio per venticinque anni evaporò, lasciando solo vuoto e una rabbia fredda.

Alzò piano. Sergio continuava il suo discorso a Paolo:

Ma Paolo, dimmi la verità! La donna ti deve ispirare! Qui solo grigiore. Vestaglia, ciabatte, brodo. Noia mortale…

Isabella prese il grande, pesante piatto dellinsalata russa. Fresca, ben condita, decorata con carote e olive verdi. Un chilo e mezzo buono.

Girò attorno al tavolo e si fermò accanto al marito. Sergio smise finalmente di parlare e la guardò.

Che fai in piedi? Manca il sale? Hai lesinato sul condimento?

No, Ser, disse Isabella, fermissima. Cè tutto il necessario. Ma hai ragione. So fare solo insalate. E visto che ti manca così tanto lestetica e la leggerezza, questa insalata è tutto quello che ti serve.

E capovolse il piatto.

Il tempo parve rallentare. Paolo spalancò la bocca senza suono. Laura si portò le mani al viso. La massa cremosa, decorata, un po oleosa, si spiaccicò sulle ginocchia di Sergio, sui pantaloni nuovi, chiari, comprati per loccasione.

*Splosh.*

Il suono era molle e bagnato. La maionese scolava lungo il tessuto, le olive decoravano la cerniera.

Un silenzio da funerale cadde. Sergio guardava le gambe senza credere. Il succo rosato si spargeva, trasformando i pantaloni in un quadro surrealista.

Ma che hai fatto?! urlò, scattando in piedi. Linsalata cascava a pezzi sul tappeto, sulle scarpe. Sei impazzita?! Sono nuovi questi pantaloni!

Isabella posò il vuoto recipiente sul tavolo.

Almeno è buona, Ser. Sazia. E soprattutto genuina. Niente chimica, tutto fatto a mano.

Ora ti sistemo io! Sergio si agitava, ma Paolo lo fermò con una presa.

Calmati! Paolo, rinvenuto, lo bloccò.

Io calmo?! IO?! Ho detto la verità e lei mi rovescia la cena addosso! Pulisci! Subito! Pulisci tutto! Striscia e sistema!

Laura pallida, si appiattì sulla sedia. La serata era ormai alla deriva.

Isabella guardò il marito con freddezza, come se vedesse un piccolo insetto.

Pulisci tu, scandì. Oppure chiama le pulizie. Tu sei luomo di successo, non io. Ora vado. Devo pensare a me. Come si diceva? Ispirarsi.

Si voltò e uscì. In ingresso si mise il cappotto e prese la borsa. Dal salone venivano le grida di Sergio e la voce pacata di Paolo che lo calmava.

Isa, dove vai? Laura la raggiunse agitata. Non andartene, lui è ubriaco, non era cattivo…

Era cattivo, Laura. Lo ha sempre pensato, solo da sobrio stava zitto. Grazie, sai? Mi hai aperto gli occhi.

Isabella uscì nella sera autunnale. Non sapeva dove andare, ma restare lì era impossibile. Si sedette sulla panchina fuori dal portone, prese il cellulare e chiamò un taxi. Da mamma, decise. La mamma non cera più da due anni, ma la casa restava vuota. Finalmente serviva.

Sergio la chiamò venti volte quella sera. Prima arrabbiato, poi più lucido. Isabella ignorò le chiamate. Comprò una bottiglia di Barbera e una tavoletta di cioccolato, entrò nellappartamento di sua madre, odore di polvere e libri vecchi, e per la prima volta si stese sul divano senza pensare a bucato o colazione.

Le due settimane seguenti furono linferno per Sergio.

Isabella non tornò il giorno dopo. Né quello successivo. Si organizzò nella casa della madre, lavorava, la sera… finalmente si iscrisse al massaggio. Quello che aveva rimandato per tre anni.

Sergio rimase solo nellappartamento, dove la cucina non si riempiva di cibo da sola, e i calzini non comparivano miracolosamente puliti e piegati.

Nei primi tre giorni si vantava. Cavava fuori i tortellini surgelati, indossava jeans (i pantaloni chiari non erano recuperabili, la tintoria disse che non garantiva nulla). Telefonava a Paolo: Isa è isterica, vabbè, tornerà. Dove vuoi che vada a cinquantanni? Si sfoga e torna. E io deciderò se perdonarla.

Ma al quarto giorno finivano le camicie pulite. Stirare non sapeva e odiava. Al quinto si arrendeva allo stomaco, piegato dai cibi pronti. Al sesto scopriva che la carta igienica era finita, e laveva scordata.

La casa si impolverava, macchie dinsalata sul tappeto puzzavano di acido e pesce. Quellatmosfera di accoglienza che credeva normale si sbriciolava.

E Isabella? Isabella rifioriva. Niente borse pesanti cucinava poco, solo per sé. Dormiva finalmente. Sul lavoro le colleghe notavano la differenza.

Isabella, ti sei innamorata? Gli occhi brillano, ridevano le ragioniere.

Sì ragazze, di me stessa. Finalmente di me stessa.

Dopo due settimane, Sergio la aspettava fuori dallufficio. Sembrava spento: camicia stropicciata, barba incolta, occhi sperduti. Un bouquet stinto di tre garofani nel cellophane.

Isa… iniziò, impacciato.

Isabella si fermò e lo guardò impassibile.

Che vuoi, Ser?

Isa, dai finiamola qui. Abbiamo scherzato abbastanza. Torna a casa. Devo… bagnare le piante. E il gatto si sente solo.

Non avevano gatti.

Non torno, Ser, disse serena Isabella. Ho chiesto il divorzio. A breve ti arriva la notifica del tribunale.

Sergio rimase di sasso.

Divorzio?! Sei impazzita? Per uninsalata? Per due parole? Abbiamo vissuto insieme venticinque anni!

Appunto. Per venticinque anni sono stata per te solo una funzione: cuoca, stiratrice, donna delle pulizie. Mai persona. Cercati la fata, Ser. Laura magari. No, Paolo ti sistemerebbe. Trovatene unaltra. Leggera, profumata, nullafacente. Ricorda: le fate non puliscono il bagno né preparano il minestrone.

Isa, perdonami! implorava afferrandole il cappotto. Passanti si voltavano. Sono stato uno scemo! Avevo il diavolo in corpo! Dai, ti compro il cappotto che volevi! O labbonamento in palestra!

Isabella rise. Amaro, ma libera.

In palestra? Vuoi che diventi come Laura per non vergognarti di tua moglie? Ormai vado già. Per me. Il cappotto me lo compro da sola, quando voglio. Ho scoperto che il mio stipendio basta, se non devo comprare regali costosi, merendine e canne da pesca.

Ma io? chiese stupito. Che faccio? Non so neanche avviare la lavatrice, troppe funzioni…

Le istruzioni le trovi online, Ser. O chiama una donna delle pulizie. Io mi licenzio dalla posizione di tua moglie. Senza indennità di fine rapporto.

Sfilò il braccio dalla presa e camminò verso la metro. Schiena dritta, passo leggero.

Sergio rimase sul marciapiede con i garofani sempre meno vivaci. Ripensò a quella sera, larrosto gustoso, la luce calda, e la scena dellinsalata che colava lentamente sulle sue gambe.

Sciocca… sussurrò, ma senza convinzione. Chi si sentiva sciocco, in realtà, era solo lui. Tornando nella casa buia, puzzolente, con la pila di piatti sporchi, si sentì veramente solo.

Compose il numero di Paolo.

Paolo, posso venire da voi stasera? Avrei voglia di qualcosa di buono…

Scusa amico, la voce di Paolo era tesa. Ho litigato con Laura. Le ho chiesto i tortellini e si è offesa, ha detto che non fa la serva. Guarda Isa, sempre cucinava, e cosa ha ottenuto? Uninsalata sulle gambe. Io non voglio finire così. Adesso mangio minestra istantanea pure io.

Sergio chiuse la chiamata e fissò la macchia sul tappeto. Aveva la forma di un cuore. Un cuore sporco, rosa, spezzato.

Passarono sei mesi.

Isabella e Sergio divorziarono senza drammi. I figli, già adulti, provarono a riappacificarli, ma vedendo la madre raggiante e il padre lamentoso, scelsero Isabella.

Sergio non imparò mai a cucinare davvero. Dimagrì, si lasciò andare, affidandosi alle camicie stirate a pagamento dalla lavanderia costava, ma non cera alternativa. Provò a rifarsi una vita, ma tutte le donne erano diverse. Una non sapeva preparare le polpette, unaltra voleva solo ristoranti, una terza chiedeva subito lo stipendio e faceva una smorfia.

Isabella festeggiò i quarantanove in una piccola caffetteria con le amiche. Indossava un vestito nuovo, nuovo taglio di capelli.

Isa, ti è mai dispiaciuto? chiese unamica. Dopo tanti anni…

Isabella girava il cucchiaino nel caffè e sorrideva.

Mi è dispiaciuto, sì. Mi è dispiaciuto non avergli versato linsalata sulla testa dieci anni prima. Quanto tempo sprecato cercando di essere perfetta per chi non ha mai apprezzato.

Guardò fuori dalla finestra. Coppie passavano tra i viali di primavera. Alcuni felici, altri no. Ma Isabella sapeva che ora la sua felicità non dipendeva da come affetta il salame, né dai complimenti alla moglie altrui. La felicità era nelle sue mani. Mani che ormai non odoravano di cipolla, ma di libertà e crema costosa.

E linsalata… linsalata ora la compra, ogni tanto, solo quando le va, in gastronomia. Solo per sé.

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Marito mi paragona alla moglie dell’amico durante la cena, e finisce con un’insalata russa rovesciat…