Matrimonio per Colpa di Enrico

**Matrimonio per Colino**

L’infanzia felice di Colino finì a cinque anni, quando un giorno i genitori non vennero a prenderlo all’asilo. Tutti gli altri bambini erano già andati via, e lui restò seduto al tavolo a disegnare sé stesso, la mamma e il papà. La maestra lo guardava e si asciugava le guance più volte. Poi si avvicinò, lo sollevò tra le braccia, lo strinse forte e disse:
Qualunque cosa succeda, non devi avere paura, Colino. Ora devi essere forte. Hai capito? Capisci, piccolino?
Voglio la mamma, rispose lui.
Verranno una zia e uno zio. Andrai con loro, Colino. Lì ci saranno tanti altri bambini, ma tu non piangere, eh?
E lo bagnò col suo viso bagnato di lacrime.

Lo presero per mano e lo portarono in macchina. Quando chiese quando avrebbe rivisto la mamma, gli dissero che i suoi genitori erano lontani e quel giorno non potevano venire. Colino fu messo in una stanza con altri bambini come lui. Ma i genitori non arrivarono né il giorno dopo, né quello dopo ancora. Il bambino soffriva e piangeva la notte, tanto che gli venne la febbre.

Solo una donna col camice bianco gli parlò seriamente dopo che guarì. Gli disse che i suoi genitori erano ormai molto lontani, in cielo. Non potevano scendere. Ma erano sempre vicini, lo guardavano, sapevano tutto di lui, e quindi doveva comportarsi bene e non ammalarsi, per non farli soffrire.

Ma Colino non ci credette. Guardò il cielo e non vide nessuno, solo uccelli e nuvole. Decise che, a tutti i costi, li avrebbe trovati.

Prima esplorò il cortile durante le passeggiate. Poi trovò un buco dietro un cespuglio: i ferri del recinto erano storti. Ma riusciva a passarci solo a metà. Allora iniziò a scavare. Piano piano, la terra cedette, sabbiosa e morbida, e presto si aprì un varco sotto la parte più larga del recinto.

Colino sgattaiolò fuori e si ritrovò libero. Corse più veloce che poteva dallodiato orfanotrofio (così, pare, lo chiamavano gli altri bambini). Ma non conosceva la città e si perse. Voleva disperatamente trovare casa, ma tutte le case erano uguali.

Poi vide una donna al semaforo, identica alla mamma: vestito a pois, chignon biondo perfetto.
Mamma! gridò Colino, correndole dietro.
Lei non si girò.
Mamma! la afferrò per la mano quando la raggiunse.
La donna si chinò e lo guardò. No, non era la sua mamma.

Nina si innamorò a ventanni, per sempre. Con Vitale erano una coppia perfetta. Si erano conosciuti per caso, in una balera destate. Lui, timido, laveva invitata a ballare un lento. Avevano chiacchierato, e da quel momento non laveva più lasciata.

Si sposarono tre mesi dopo. Vivevano felici. Ma dopo tre anni, Nina scoprì di non poter avere figli. Vitale non ci si rassegnava, e lei continuò a fare esami e cure. Alla fine accettarono che un figlio loro non sarebbe nato. Così Vitale propose di adottarne uno dallorfanotrofio.

Ma Nina amava talmente tanto suo marito che gli propose il divorzio. Avevano quasi trentanni, erano ancora giovani. Lui avrebbe potuto sposare unaltra, che gli desse un figlio. Lei, da sola, se la sarebbe cavata.

Vitale rifiutò. Disse che non lavrebbe mai lasciata. Allora Nina architettò un piano: confessò di non amarlo più, di avere un altro uomo. Vitale non ci credette.

La notte dopo, Nina non tornò a casa. Riapparve allalba, profumata di vino e colonia maschile. Alle domande del marito, ripeté una cosa sola: aveva un amante. E Vitale accettò il divorzio.

Quando Colino la chiamò “mamma”, Nina era divorziata da due mesi. Soffriva, le mancava Vitale e si chiedeva come stesse. E ora un bambino sconosciuto la chiamava così. Il suo cuore sussultò.

Che succede, piccolino? Ti sei perso? chiese dolcemente.
Cerco la mia mamma e il mio papà. Mi hanno detto che sono in cielo. Ma io non ci credo, singhiozzò Colino.
Vieni, abito qui vicino. Ti preparo dei pasticcini, vuoi? Lo prese per mano e partirono.

A casa, Colino divorò i pasticcini comprati per strada, bevendo tè profumato alle foglie di ribes. Raccontò tutto a Nina, a modo suo. Era chiaro che non mangiava dolci da mesi: i ragazzi più grandi glieli rubavano. E lo prendevano in giro, a volte gli davano dei pizzicotti.

Nina si commosse. Colino, vuoi che ti porti via? Vivremo insieme. Quando sarai grande, capirai. E un giorno rivedrai i tuoi genitori. Ma non sarà presto.

Colino accettò.

Nina chiamò lorfanotrofio, riportò il bambino e pregò le maestre di vigilare meglio. Lo visitava ogni giorno. Ma non poteva adottarlo: aveva un lavoro, una casa, ma non un marito. E a una donna sola non davano bambini. Per la prima volta, rimpiangeva il divorzio. Ma come riavvicinarsi a Vitale?

Decise allora di chiedere a un collega, Stanislao, un matrimonio fittizio. Era un donnaiolo, ma bravo nel lavoro. E avrebbe avuto una referenza impeccabile.

Stanislao esitò, poi accettò a un prezzo. Nina gli piaceva da tempo, ora era sola. Voleva una cena a lume di candela con finale. Nina si sentì oltraggiata: amava ancora Vitale e non poteva immaginarsi con nessun altro.

Ma quella sera, trovò Colino con un livido sullocchio: le maestre avevano parlato ai bulli del loro incontro, e loro lo avevano punito per “fare la spia”. Nina capì che la situazione per lui sarebbe peggiorata.

Il giorno dopo, accettò la proposta di Stanislao. Sabato, indossò il vestito rosso che voleva lui, accese le candele e aspettò. Le sembrava di tradirsi. Ma doveva salvare Colino, glielo aveva promesso.

Squillò il campanello. Nina andò alla porta con il cuore pesante. E lì, sulla soglia, trovò Vitale.

Voglio parlarti, Nina. Ti ho seguita tutto questo tempo. E non ho mai visto nessuno entrare da te. O te uscire.

Ma allora lascensore si aprì, e ne uscì Stanislao, con fiori e spumante.
Nina, eccomi

Vitale impallidì, i pugni serrati. Ma senza una parola, si voltò e scese le scale di corsa.

Vitale, aspetta! Non è quello che pensi! gridò Nina, cercando di raggiungerlo.

Ma lui saltò su un tram e sparì.

Nina tornò in lacrime e cacciò Stanislao. Il cuore le doleva: e ora, che ne sarebbe stato di Colino?

Passarono due anni. Colino, fiero, stava in fila con i suoi compagni di prima elementare. Indossava un giubbetto elegante e una camicia bianca, e stringeva un mazzo di fiori per la maestra.

Alla scuola lo accompagnavano i genitori e la sorellina, Marinella, che si dimenava tra le braccia del papà. La mamma indossava il vestito a pois che piaceva tanto a Colino.

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