Mercoledì in cortile
Sulla panchina vicino al terzo portone giaceva una busta di plastica, legata con cura, e sopra, attaccato con lo scotch, un foglietto bianco: “Prendete”. Anna Maria Vitali si fermò con la sporta della spesa, come se qualcuno lavesse chiamata. La busta era troppo ordinata per essere immondizia e troppo estranea per il cortile, dove niente di estraneo durava a lungo.
Fece un passo per avvicinarsi senza toccare. Si intravedevano dei panini tondi, ancora tiepidi la plastica era appannata. La porta dingresso sbatté, uscì Chiara dallappartamento cinque, giovane, con le cuffiette, e si bloccò anche lei.
Cosè, una trappola? chiese Chiara, togliendo uno degli auricolari.
E che ne so Anna Maria Vitali fece spallucce. Magari qualcuno ha sbagliato portone.
Chiara ridacchiò e guardò verso le finestre. Al primo piano le tende erano tirate, al secondo qualcuno aveva appena aperto il vasistas. Il cortile respirava la sua solita diffidenza, quella per cui tutti ascoltano e fanno finta di niente.
Arrivò Paolo, il rider che affittava una stanza da una signora al quarto piano. Aveva sempre fretta e parlava mentre camminava.
Eh, forte disse Paolo e già allungava una mano.
Non toccare gli fece Chiara, brusca. Non si sa mai.
Paolo ritrasse subito la mano, come se scottasse.
Ma dai, cè pure il biglietto.
Anche il biglietto può essere mormorò Anna Maria, sorpresa da quanto era diventata diffidente. Non le piaceva pensar male, ma lesperienza le aveva insegnato a non fidarsi troppo.
Restarono un altro minuto, poi ognuno trovò una scusa per andare via. Chiara andò verso i cassonetti, facendosi vedere impegnata. Paolo salutò con la mano e sparì sotto larco. Anna Maria salì a casa, però continuava a guardare attraverso il vetro delle scale. La busta restava lì, come una domanda senza risposta.
La sera, quando scese giù con limmondizia, della busta non cera più traccia. Sulla panchina solo lo scotch rimasto come una cicatrice, e Anna Maria avvertì una strana delusione come se fosse mancato qualcosa dimportante.
La settimana dopo, di mercoledì, la busta ricomparve. Stavolta non sulla panchina, ma sul davanzale tra il primo e il secondo piano, accanto a vasetti e volantini lasciati da altri. Il biglietto era lo stesso: Prendete. Anna Maria tornava dalla farmacia, stanca con la ricetta in tasca e la testa pesante dalla coda. Si fermò: nella busta cera una crostata tagliata in otto spicchi perfetti, ciascuno nella sua salvietta.
Sul pianerottolo cera già Lucia, la contabile del sesto piano con la borsa a tracolla.
Lavete visto? parlò Lucia sottovoce, quasi fosse in chiesa. Di nuovo.
Sì, lo vedo rispose Anna Maria.
Magari è roba di una setta ironizzò Lucia, ma aveva lo sguardo serio.
Anna Maria voleva dire qualcosa per tranquillizzarla, ma non trovò le parole. Si limitò a guardare la crostata, realizzando che qualcuno aveva dedicato una serata a impastare, a pensare al ripieno, a tagliare preciso e avvolgere ogni fetta. Era un gesto troppo umano per sembrare una trappola.
Lucia afferrò velocemente una fetta, quasi avesse paura di ripensarci, e la infilò nella borsa.
È per i miei figli disse, salendo le scale di corsa.
Anna Maria rimase. Anche lei avrebbe potuto prendere, ma sentiva la vecchia abitudine: non si prendono cose se non si sa a chi dire grazie. Le sembrava che la gratitudine senza destinatario fosse una nota stonata.
Unora dopo, scendendo di nuovo, vide che erano rimaste due fette. Lì accanto cera il signor Carlo del secondo portone quello che aggiustava sempre i citofoni e si lamentava dellamministratore.
Anna, eh disse lui solita beneficenza.
Forse qualcuno cucina per troppo rispose lei.
Cucina e non dice nulla Carlo scosse la testa. Strano. Ma dicono sia buona.
Prese una fetta, senza nasconderla, e la addentò subito. Masticava piano, come un intenditore.
Mela e cannella sentenziò. Non è roba da supermercato.
Anna Maria sorrise, più sollevata che felice.
Il terzo mercoledì arrivarono delle mini-brioche ripiene di ricotta, disposte in una scatola di scarpe rivestita di carta da forno. Il biglietto stavolta era strappato da un quaderno: Prendete, per favore. Questo per favore colpì Anna Maria più della bontà stessa.
Scendeva presto per il latte e trovò davanti alla scatola Andrea, il ragazzino magro dellappartamento nove, in divisa scolastica e con lo zaino. In piedi, indeciso.
Prendi disse Anna Maria.
E se balbettò E se non si può?
Cè scritto, no?
Andrea prese una brioche di corsa e la infilò nella tasca del giubbotto, che subito sporgeva.
Grazie mormorò senza guardarla, e corse via.
Anna Maria rimase. Prese finalmente anche lei una brioche. Le dita sentirono il calore attraverso la carta. Salì in casa, mise a bollire il tè, prese un piattino. La brioche era morbida, la ricotta dolce, con luvetta. Mangiava e non pensava al sapore, ma a come fosse cambiato il palazzo: come se una presenza invisibile si fosse ricordata di tutti loro.
Quella sera, in ascensore, incontrò la signora Giuliana dellotto, una busta di medicinali in mano.
Lei ne ha preso? chiese Giuliana, accennando con la testa di sotto.
Sì, ho preso ammise Anna Maria.
Anche io mi vergogno, ma che vuoi, la pensione è quella che è
Anna Maria annuì. Lo sapeva bene. E questa confessione rese lascensore più stretto, ma stranamente accogliente.
Il quarto mercoledì ormai lo attendeva quasi. Anna Maria si accorse che, uscendo per il pane, guardava subito al davanzale. Stavolta cera una teglia coperta da un canovaccio e il solito biglietto: “Prendete”. Sotto il canovaccio, piccoli panini ai semi di papavero.
Accanto alla teglia cera Chiara la stessa della trappola del primo giorno ora con una brioche in mano e il sorriso sulle labbra.
Allora, niente setta? chiese Chiara.
Direi di no rispose Anna Maria.
Pensavo fosse lei la fissò Chiara. Lei è sempre così attenta
Attenta come?
Ecco, nota tutto. Ho pensato fosse lei a cucinare.
Anna Maria rise piano.
Io so a malapena fare il tè.
E allora chi?
Anna Maria fece spallucce. E capì che, in fondo, le piaceva non saperlo. Era bello accettare il dono, senza sentirsi in debito.
Il quinto mercoledì, però, il davanzale era vuoto. Anna Maria uscì, chiuse la porta a doppia mandata, scese, controllò il solito posto. Niente. Solo il volantino della pizzeria e un guanto smarrito.
Rimase ad ascoltare il silenzio del palazzo. Dallalto qualcuno litigava al telefono, in basso la porta sbatté. Anna Maria uscì nel cortile. La panchina era vuota. Sentì uninquietudine, non tanto per i dolci, quanto per la persona che li portava. Se non cerano, forse era successo qualcosa.
Davanti al portone cera Carlo, che fumava sotto il cartello vietato fumare.
Niente oggi disse lui, senza bisogno di domandare.
Niente confermò Anna Maria. Non sa chi fosse?
Nessuno sa Carlo spense la sigaretta sulla pattumiera. Magari si è stufato. O si è ammalato.
O Anna Maria non finì.
O, annuì lui.
Restarono in silenzio. Anna Maria pensò alla signora Giuliana con i medicinali, ad Andrea con la brioche in tasca, a Lucia che diceva per i figli. Per qualcuno quei mercoledì erano più di un semplice gesto.
Passo da Giuliana disse Anna Maria. Chiedo come sta.
Fai bene Carlo fece un cenno. Io do unocchiata a Michele del quindici. Ieri faceva rumore, poi più niente.
Anna Maria salì fino allottavo piano a piedi lascensore era di nuovo bloccato, come spesso. Bussò a casa Giuliana. La porta si aprì piano.
Anna Maria? Giuliana era pallida, in vestaglia, i capelli spettinati. Che è successo?
Solo per sapere come va Anna Maria sentì che suonava strano. Tutto bene?
Giuliana abbassò lo sguardo.
La pressione. Ho chiamato la guardia medica ieri. Mio figlio è fuori per lavoro, la vicina è andata dalla madre. Sono sola.
Anna Maria entrò, si tolse gli stivali e poggiò la borsa su uno sgabello. In casa odorava di medicinali e un po di latte acido sul tavolo, una bottiglia aperta. Un bicchiere vuoto sul davanzale.
Deve mangiare qualcosa disse Anna Maria.
Non ci riesco Giuliana scosse la mano. E poi non ho cucinato nulla.
Anna Maria aprì il frigorifero: cerano solo uova, un po di burro e una marmellata. Prese le uova, mise la padella sul fuoco. Tutto come avrebbe fatto per sé, e Giuliana smise di sembrare così fragile.
I dolci mormorò Giuliana, seduta. Li preparavo io.
Anna Maria si voltò.
Lei?
Sì Giuliana sorrise imbarazzata. Mi fa stare meglio fare qualcosa con le mani. E pensavo che, lasciando tutto lì, nessuno mi avrebbe fatto domande. Non amo chiedere aiuto ma così sembrava di poter fare ancora qualcosa.
Anna Maria sentì un emozione stringerle la gola. Non per pietà, ma per riconoscersi. Neanche lei amava chiedere.
E oggi non ce lha fatta.
Non ce lho fatta ammise Giuliana. Girava la testa. Nemmeno ho messo piede fuori.
Anna Maria preparò una frittata e una fettina di pane.
Mangiate disse. E per il mercoledì penseremo a qualcosa noi.
Quando uscì dalla casa stava già scendendo il buio. Sul pianerottolo cera Carlo.
Allora? domandò.
Era la signora Giuliana. Stava male. Pressione alta e sta da sola.
Carlo fischiò piano.
Ecco svelato il mistero. Pensavo fosse qualche ragazzo a scherzare.
Anna Maria scese, tirò fuori il telefono che usava solo per chiamare il figlio e pagare le bollette. Nel gruppo di condominio, che leggeva ma scriveva poco, cliccò su nuovo messaggio.
Le tremavano appena le dita. Non per paura, ma perché stava uscendo dal suo muretto invisibile.
Vicini, scrisse i dolci del mercoledì li faceva la signora Giuliana dell8. Ora non sta bene, ha bisogno di una mano. Senza troppe domande. Domani porto io della spesa. Chi può, dica se serve portare altro.
Rilesse. Le parole erano semplici, senza pietà e senza imposizioni. Premette invia.
Le risposte arrivarono subito. Chiara scrisse: Posso passare dopo il lavoro a portare delle medicine. Lucia: Faccio una ricarica, ditemi quanto. Paolo: Domani sono libero la mattina, posso portare io i sacchetti. Qualcuno propose una minestra. Qualcuno chiese se serviva il misuratore di pressione.
Anna Maria lesse lo schermo e dentro sentì sciogliersi qualcosa, ma nacque anche un timido timore: che tutto si perdesse poi nel chiacchiericcio, nella curiosità indiscreta.
Il giorno dopo andò a fare la spesa con una lista. Comprò orzo, latte, pane, banane, una confezione di tè. Alla cassa, scelse anche dei biscotti, per il tè, pensò. I sacchetti erano pesanti. Alluscita venne Paolo.
Laiuto io disse, porgendo già le mani.
Anna Maria gli cedette un sacchetto. Lui lo portò piano, senza scosse, come avesse capito quanto contava.
Alla porta di Giuliana trovarono già Chiara, con la borsa della farmacia. Chiara si fece timida vedendo Anna Maria.
Ho preso le pastiglie, come avete scritto
Grazie rispose Anna Maria.
Giuliana aprì, li vide e divenne subito restia si capiva da come sollevò la mano.
Non serve che vi disturbiate… disse.
Lei ha già fatto dichiarò Anna Maria Ora tocca a noi. Basta così.
Giuliana abbassò la mano e si mise a piangere, silenziosa, come se perdesse la tensione accumulata per intere settimane.
Una settimana dopo, mercoledì, Anna Maria uscì ella stessa sul pianerottolo con una teglia coperta da un canovaccio. Aveva cucinato rallentando, ricordando come la mamma le insegnava a chiudere bene i bordi. Non era riuscito perfetto, ma era sincero. Sul foglietto scrisse Prendete. Poi aggiunse: se volete, lasciate un biglietto con cosa vi servirebbe per il tè del prossimo mercoledì.
Mise la teglia sul davanzale e si scostò. Il cuore le batteva forte, come a un esame. Non voleva fosse un obbligo, però non desiderava tornare allindifferenza silenziosa.
Dopo mezzora risece: pochi pasticcini rimanevano. Accanto, un foglietto piegato. Anna Maria lo raccolse: Grazie. Possibile farne senza zucchero? Mia mamma è diabetica, scritto incerto.
Ripiegò il biglietto e lo mise nella tasca. In quel momento Andrea saliva le scale.
Tocca a lei adesso? chiese.
Non solo a me rispose Anna Maria. Facciamo a turno.
Andrea annuì, prese un pasticcino, poi disse:
Posso raccogliere io i biglietti. Tanto vado sempre su e giù.
Daccordo disse Anna Maria.
La sera fece visita a Giuliana, che la aspettava più serena accanto alla finestra.
Pensavo avreste smesso disse Giuliana, quando vide il sacchetto di mele.
Continuiamo… ma ora non tocca solo a uno.
Giuliana sorrise e le porse un quadernetto.
Qui dentro ho lasciato delle ricette, disse. Le tenga. Le serviranno.
Anna Maria lo prese; la carta era calda di mani.
Servirà, promise.
Uscendo, trovò già sul davanzale una nuova nota, ferma col magnete di un vecchio citofono: Mercoledì prossimo porto io la torta di mele.
Anna Maria non sapeva chi fosse. Ma anche stavolta questo era giusto così. Lanonimato non era più un muro, ma uno spazio lasciato libero per essere presenti senza spiegarsi troppo. Se poi qualcuno stava male, la porta non sembrava più così pesante da aprire.
Mi sono reso conto che la gentilezza, anche se senza volto, può davvero cambiare il respiro di una casa. A volte basta provare a essere per primi a lasciare la porta aperta, anche solo per un dolce e un foglietto, e la solitudine pesa un po meno per tutti.




