Mi dispiace che non sono venuto alla tua festa, ho investito un bambino.

Scusa, Marco, per non essere venuto al tuo compleanno quella volta, ma sai, ho investito un bambino per strada, — disse Giovanni, svuotando velocemente un bicchierino di grappa. — Ero di ritorno dal lavoro in un cantiere appena fuori città, sono salito in macchina, ed eccolo lì, quel ragazzino, apparso all’improvviso sul cofano.

Incredibile, vero? Per fortuna andavo a passo d’uomo.
Sono sceso subito dalla macchina, ho visto che il piccolo era vivo e gli ho chiesto come stava. Mi ha risposto che tutto andava bene. Era un ragazzino rosso di capelli, avrà avuto sei anni, non di più.

— Dove sono i tuoi genitori? — gli ho chiesto.
— Mamma è a casa, — ha risposto, — sta preparando la cena.
— Bene, andiamo, — gli ho detto, — da mamma. Dobbiamo trovare una soluzione.
Mi ha portato al suo palazzo e mi ha indicato la porta dell’appartamento, poi si è nascosto dietro di me. Ho suonato il campanello, una donna ha aperto la porta. Bellissima, non avevo mai incontrato qualcuno così, ma come dire, sembrava stanca. Nei suoi occhi non c’era più luce. Capisci?

— Mi scusi, — le dico, — è successa una cosa. Non si spaventi, glielo chiedo per favore, ho investito suo figlio con la macchina. Sta bene, eccolo qui, — tiro fuori il ragazzino da dietro di me. — Vuole comunque chiamare la polizia?
— Non è necessario, — risponde sottovoce lei. — È già la quinta volta che combina qualcosa del genere.
— In che senso?

— Marco, vai nella tua stanza, — dice a suo figlio con tono severo. — E voi, accomodatevi in cucina. Volete un tè o forse un caffè?
Il tè, tra l’altro, era buonissimo, con erbe aromatiche.

— Ci scusi ancora, — dice Claudia, così si è presentata. — Marco ha sentito per caso mentre mi lamentavo con un’amica di quanto sia difficile senza un marito e ha deciso di trovare un papà in questo modo. Siete almeno il quinto uomo a cui salta sotto le ruote. Due di loro hanno quasi avuto un infarto. Gli dico sempre che per me basti solo tu, ma lui è testardo come suo nonno. Anche lui, se gli si metteva qualcosa in testa, erano guai. La macchina l’ha almeno graffiata? Vuole che le paghi il danno? No? Come preferisce.

E io seduto lì, la guardavo e capivo — mi sono innamorato. Non ci crederai, Marco, per la prima volta nella mia vita sento che questa è la donna giusta per me. Stanca, con una vestaglia addosso, senza trucco. E sento che se la perdo, tanto vale gettarsi dal tetto.

— Capisco che sembra assurdo, — le dico, — ma permettereste, magari come compensazione, di invitarvi al cinema con Marco?
— Non è il caso, — risponde. — Capisce, Marco potrebbe farsi strane idee.

— Non le piaccio? — chiedo.
— Non è quello il punto. È solo che… in altre circostanze… Ma così… Sembrerebbe che sfrutti mio figlio per trovare marito. Che vergogna.

— Eh sì. E io sarei un mascalzone che approfitta di una donna in difficoltà, — scherzo. — Insomma, ci toccherà, in questo modo, bruciare all’inferno. Ma, se è così, magari almeno bruciamo nello stesso fuoco?

— Non ricordo cos’altro ho detto, ma il giorno dopo sono passato a prenderli e li ho portati a vedere “Transformers” al cinema. Poi siamo andati in un ristorante. Poi… Beh, Marco, sono venuto per dirti che ci sposiamo a giugno. Ci serve un fotografo. Te la cavi? Guarda quanto sono fotogenici.

Giovanni tirò fuori il telefono e mostrò una foto di una bella donna dai capelli rossi che rideva con un bambino seduto accanto a lei.

Ora so con certezza che Cupido non ha le ali, ma è pieno di lentiggini rosse e gli mancano due denti da latte. E si chiama Marco. Ma il cognome… Beh, presto Giovanni gli darà il suo, di questo ne sono sicuro.

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