«Mi dispiace, mamma, non ho potuto lasciarli», mi dice il mio figlio di sedici anni mentre entra in casa con due neonati gemelli fra le braccia.
Quando Luca varca la soglia con i due piccoli avvolti in coperte ospedaliere, il mio mondo sembra crollare. Mi chiede di chi siano i bambini e, in un attimo, tutto quello che credevo di sapere su maternità, sacrificio e famiglia si frantuma.
Non avrei mai immaginato che la mia vita potesse prendere una piega così drammatica.
Mi chiamo Giulia, ho 43 anni. Gli ultimi cinque anni sono stati una dura lezione di sopravvivenza dopo il divorzi più amaro che si possa concepire. Il mio exmarito, Alessandro, non solo se nè andato, ma ha portato via tutto quello che avevamo costruito, lasciandomi solo me e il nostro figlio, Luca, a malapena per farcela.
Luca, a 16 anni, è sempre stato il mio universo. Anche dopo che il padre lo ha tradito con una donna più giovane di due volte la sua età, Luca custodisce ancora una speranza silenziosa che il padre torni. Quei desideri nei suoi occhi mi trafeggiano ogni giorno.
Abitiamo a pochi passi dallOspedale San Raffaele di Milano, in un bilocale piccolo ma accogliente. Laffitto è contenuto e la scuola di Luca si trova a due minuti a piedi.
Quel martedì inizia come tutti gli altri. Stroppo i panni in soggiorno quando sento la porta dingresso aprirsi. I passi di Luca sono più lenti del solito, quasi esitanti.
«Mamma?» la sua voce è strana, non la riconosco. «Mamma, devi venire subito qui».
Lascio il panno e corro nella sua stanza. «Che è successo? Sei ferito?»
Aprendo la porta il tempo sembra fermarsi. Luca sta al centro della stanza, stringendo fra le mani due piccoli sacchetti avvolti in coperte. Due neonati, i loro volti sono contratti, gli occhi appena aperti, i pugnetti serrati sul petto.
«Luca» la mia voce si spezza. «Che che è questo? Dove li hai presi?»
Mi guarda con una determinazione mista a paura.
«Mi dispiace, mamma», mormora piano. «Non ho potuto lasciarli».
Le ginocchia mi cedono. «Li lasci? Luca, da dove hai preso questi bambini?»
«Sono gemelli, un maschietto e una femminuccia».
Le mani tremano. «Devo sapere subito cosa sta succedendo».
Luca inspira profondamente. «Sono andato al pronto soccorso questo pomeriggio. Il mio amico Marco è caduto male in bici, così lo ho portato per una visita. Mentre aspettava, lho visto lui».
«Chi hai visto?»
«Il papà».
Laria mi sfugge dai polmoni.
«Sono i bambini di papà, mamma».
Resto senza parole davanti a quelle cinque parole.
«Papà usciva furioso da una delle camere di maternità», continua Luca. «Sembrava ancora arrabbiato. Non lho avvicinato, ma ero curioso, così ho chiesto in giro. Conosci la signora Rossi, lamica tua che lavora al reparto nascite?»
Annuisco, quasi senza sentire.
«Mi ha detto che Silvia, lamica di papà, ha partorito ieri. Ha avuto due gemelli». Il suo mento si stringe. «E papà è appena uscito, ha detto alle infermiere che non vuole avere nulla a che fare con loro».
Un pugno mi colpisce lo stomaco. «No, non può essere».
«È vero, mamma. Sono andato a trovarla. Silvia era sola in una stanza di isolamento con i due neonati, piangeva così forte da non riuscire a respirare. È gravemente malata, qualcosa è andato storto durante il parto. I medici parlano di complicazioni, infezioni. A malapena riesce a tenere i bambini».
«Luca, non è un problema nostro»
«Sono i miei fratelli!», la sua voce si spezza. «Sono il mio fratellino e la mia sorellina, non hanno nessuno. Ho detto a Silvia che li porto a casa solo per poco, per mostrarteli, e forse potremmo aiutarla. Non potevo lasciarli lì».
Cado sul bordo del letto. «Come hai potuto prenderli? Hai solo 16 anni».
«Silvia ha firmato un modulo di dimissione temporanea. Sa chi sono. Ho mostrato il mio documento didentità, ho dimostrato di essere parente. La signora Rossi ha garantito per me. Hanno detto che è irregolare, ma data la situazione Silvia piangeva e non sapeva cosa fare».
Guardo i neonati tra le braccia di Luca, così piccoli e fragili.
«Non puoi farlo, non è tua responsabilità», sussurro, le lacrime brucianti negli occhi.
«Allora a chi appartengono?», ribatte Luca. «A papà? Lui ha già dimostrato di non curarsene. Se Silvia non sopravvive, chi si prende cura di questi bambini?»
«Li riportiamo subito in ospedale. È troppo, è troppo per noi».
«Mamma, per favore»
«No». La mia voce è più ferma. «Metti le scarpe. Torniamo indietro».
Il tragitto verso lOspedale San Raffaele è soffocante. Luca è seduto sul sedile posteriore, con i due gemelli, uno su ciascun fianco, in ceste che abbiamo affrettatamente preso in garage.
Allarrivo, la signora Rossi ci accoglie allingresso, il volto teso per lansia.
«Giulia, mi dispiace tanto. Luca ha solo voluto»
«Va bene. Dove è Silvia?»
«Stanza 314. Ma, Giulia, devo avvertirti non va affatto bene. Linfezione si è diffusa più in fretta di quanto pensassimo».
Il mio stomaco si stringe. «Quanto è grave?»
Lespressione della signora Rossi lo dice tutto.
Salgo in ascensore in silenzio. Luca accarezza i neonati come se fosse la sua missione di vita, sussurrando loro parole dolci mentre piangono.
Arriviamo alla stanza 314 e battiamo leggermente prima di aprire la porta. Silvia appare molto peggiore di quanto immaginassi: pallida, quasi cenere, con più infusioni attaccate al braccio. Non deve avere più di venticinque anni. Quando ci vede, gli occhi si riempiono subito di lacrime.
«Mi dispiace tantissimo», singhiozza. «Non sapevo cosa fare. Sono sola, sono così malata, e Alessandro»
«Lo so», rispondo a bassa voce. «Luca me lha detto».
«È semplicemente sparito. Quando hanno detto che erano gemelli, quando hanno parlato delle mie complicazioni, ha detto che non può più gestirli». Guarda i due neonati tra le braccia di Luca. «Neanche se sopravvivrò, non so che fine faranno».
Luca interviene prima che io possa parlare. «Li prenderemo noi».
«Luca» inizio.
«Mamma, guarda lei. Guarda questi bambini. Hanno bisogno di noi».
«Perché?» chiedo. «Perché è un problema nostro?»
«Perché a nessun altro lo è!», esclama, poi abbassa la voce. «Se non interveniamo, finiranno nel sistema di assistenza materna, potrebbero essere separati. Questo è quello che non voglio».
Silvia allunga una mano tremante verso di me. «Per favore, lo so che non ho diritto a chiedere, ma sono il fratello e la sorella di Luca. Siamo famiglia».
Guardo quei piccoli esseri, il mio figlio quasi adulto e quella donna che sta per morire.
«Devo fare una telefonata», dico infine.
Chiamo Alessandro al parcheggio dellospedale. Risponde al quarto squillo, irritato.
«Che cosa?».
«Sono Giulia. Dobbiamo parlare di Silvia e dei gemelli».
Silenzio prolungato. «Come lo sai?»
«Luca è stato in ospedale. Ti ha visto uscire. Che diavolo ti è successo?»
«Non è il caso. Non ho chiesto questo. Mi ha detto che usa contraccettivi. È un disastro».
«Sono i tuoi figli!»
«È un errore», dice freddamente. «Firma i documenti, fai quello che vuoi. Ma non contare su di me».
Chiudo la chiamata prima di dire qualcosa di cui potrei pentirmi.
Unora dopo, Alessandro compare allospedale con il suo avvocato. Firma i documenti di custodia temporanea senza nemmeno vedere i neonati. Mi guarda, alza le spalle e dice: «Non è più il mio peso». E se ne va.
Luca lo osserva andare via. «Non sarò mai come lui», sussurra. «Mai».
Portiamo i gemelli a casa quella sera. Ho firmato atti che capivo a malapena, accettando la tutela temporanea finché Silvia rimane in ospedale. Luca prepara una culla doccasione, comprata di seconda mano con i suoi risparmi.
«Fai i compiti», gli dico con voce spenta. «O esci con gli amici».
«Questo è più importante», risponde.
La prima settimana è un inferno. I due piccoli Luca li ha già chiamati Livia e Matteo piangono incessantemente. Cambi di pannolino, poppate ogni due ore, notti senza sonno. Luca insiste a fare quasi tutto da solo.
«È la mia responsabilità», ripete.
«Non sei ancora adulto!», gli grido, vedendolo barcollare alle tre del mattino con un neonato in ogni braccio.
Non si lamenta mai. Lo trovo nella sua stanza a ore improbabili, a scaldare biberon, a sussurrargli storie ai gemelli, a raccontare la vita di famiglia prima di Alessandro.
Salta qualche giorno di scuola, i voti calano, gli amici smettono di chiamarlo. E Alessandro? Non risponde più a nessuna chiamata. Dopo tre settimane, tutto cambia. Torno dal turno serale al bar e trovo Luca che passeggia per lappartamento con Livia che strilla in braccio.
«Cè qualcosa che non va», dice subito.
«Non smette di piangere e la sua fronte è calda». Gli tocco la fronte e il sangue gelido scorre nelle vene. «Prendi la borsa dei pannolini. Andiamo al pronto soccorso, ora».
Il reparto di emergenza è un caos di luci e voci.
Livia ha la febbre. Fanno analisi: emocromo, radiografie al torace, ecocardiogramma. Luca resta accanto al lettino, una mano sul vetro, le lacrime a goccia.
«Per favore, guarisci», sussurra.
Alle due del mattino, una cardiologa entra.
«Abbiamo trovato un difetto cardiaco congenito. Una comunicazione interventricolare con ipertensione polmonare. È grave e richiede intervento chirurgico urgente».
Le gambe di Luca vacillano, si siede su una sedia vicina, tremando.
«Quanto è serio?», chiedo.
«Può mettere a rischio la vita se non trattato. La buona notizia è che è operabile, ma lintervento è complesso e costoso».
Penso al mio conto di risparmio, accumulato con mance e turni extra al bar.
«Quanto costa?», domando.
Quando mi dice la cifra, il cuore mi si ferma. Quasi tutto il risparmio sparirebbe. Luca mi guarda, devastato. «Mamma, non voglio chiederti ma»
«Non chiedere», lo interrompo. «Lo facciamo».
Lintervento è fissato per la settimana successiva. Nel frattempo porto Livia a casa, seguendo scrupolosamente le indicazioni sui farmaci e il monitoraggio. Luca dorme a fatica, imposta sveglie ogni ora per controllarla. Lo trovo allalba, seduto sul pavimento accanto alla culla, a osservare il piccolo torcere del petto.
«E se qualcosa va storto?», mi chiede una mattina.
«Allora ce la caveremo», rispondo. «Insieme».
Il giorno delloperazione mi alzo prima del sorgere del sole. Luca tiene Livia avvolta in una coperta gialla, la prende delicatamente, mentre io lo sistemo a Mattia. Il team chirurgico arriva alle 7:30.
Luca bacia la fronte di Livia e le sussurra qualcosa che non riesco a sentire. Attendo. Sei ore. Attraverso i corridoi dellospedale, Luca resta immobile, la testa tra le mani. A un certo punto una infermiera porta un caffè e gli dice:
«Quella bambina è fortunata ad avere un fratello come te».
Quando il chirurgo esce finalmente, il mio cuore salta.
«Lintervento è andato bene», annuncia. Luca lascia uscire un sospiro che sembra provenire dal profondo dellanima. «È stabile, loperazione è riuscita. Ci vorrà tempo per recuperare, ma le prospettive sono buone».
Luca si alza, un po traballante. «Posso vederla?».
«Presto. È in terapia intensiva postoperatoria. Dategli unora».
Livia resta cinque giorni in terapia intensiva pediatrica. Luca è lì ogni giorno, dalla visita alle ore di chiusura, finché il guardiano lo obbliga a uscire. Tiene la sua manina piccolissima attraverso le sbarre dellincubatore.
«Andremo al parco», dice. «Ti spingerò sullaltalena e Matteo cercherà di rubarti i giocattoli, ma non lo lascerò».
Durante una di queste visite, il servizio sociale dellospedale mi chiama. È per Silvia.
È morta quella mattina. Linfezione si è diffusa nel sangue. Prima di morire, ha aggiornato i documenti legali, nominandoci tutori permanenti dei gemelli. Ha lasciato una nota:
«Luca mi ha mostrato cosa significhi davvero la famiglia. Per favore, prendetevi cura dei miei bambini. Dite loro che la loro mamma li ha amati. Dite loro che Luca li ha salvati».
Mi siedo nella mensa dellospedale e piango. Per Silvia, per quei due piccoli e per la situazione impossibile in cui siamo finiti. Luca rimane in silenzio; stringe più forte Mattia e sussurra: «Staremo bene. Tutti noi».
Tre mesi dopo, arriva la notizia su Alessandro. Un incidente dauto sullautostrada A4, mentre correva a una raccolta fondi. Muore sul colpo. Non sento nulla, solo un vuoto che conferma che non cè più.
Luca, a 17 anni, sta per cominciare lultimo anno di liceo. Livia e Mattia strillano, si infilano ovunque, il nostro appartamento è un caos di giocattoli, macchie misteriose e una colonna sonora costante di risate e pianti.
Luca è cambiato. È più maturo in modi che non hanno a che fare con letà. Ancora allatta a mezzanotte quando sono esausta. Ancora legge fiabe con voci diverse. Ancora si agita quando uno dei due starnutisce troppo forte. Ha lasciato il calcio, non esce più con la maggior parte degli amici. I suoi piani per luniversità ora puntano a un istituto locale, vicino a casa.
Odio vederlo sacrificare così tanto. Ma quando gli parlo, scuote la testa.
«Non sono un sacrificio, mamma. Sono la mia famiglia».
La scorsa settimana lo trovo addormentato sul pavimento tra le due culle, una mano tesa verso ciascuno. Mattia stringe il suoMentre i piccoli respirano tranquilli nelle loro braccia, sento che, nonostante tutto, la nostra famiglia è finalmente intera.






