Mi ha lasciata per un’altra, e io sono rimasta sola

Giulia, devo dirti una cosa.

Giulia Manzini era davanti ai fornelli, stava mescolando il minestrone con movimenti calmi e precisi. La voce di suo marito aveva quel tono che usava quando qualcosa andava storto al lavoro o quando doveva ammettere una spesa in più. Un po tesa, un po colpevole, ma soprattutto decisa.

Dimmi pure, rispose lei, senza voltarsi, controllando che la zuppa non si attaccasse.

Me ne vado. Ho unaltra donna.

Appoggiò il mestolo. Si voltò con calma. Andrea era sulla soglia della cucina, in giacca, cosa che a casa non portava mai la sera. Laveva messa apposta, probabilmente, per dare più peso a quella scena.

Da quanto? domandò Giulia.

Da otto mesi.

Capisco.

Andrea sembrava aspettarsi altro. Lacrime, urla, domande. Fece perno sulle punte dei piedi.

Giulia, non voglio che rimanga astio tra noi. Sei stata sempre il mio porto sicuro. Questo lo apprezzo.

Lei lo guardò a lungo, con quellaria che hai davanti a una cosa estranea che qualcuno ti ha portato in casa senza motivo.

Porto sicuro, ripeté piano. Va bene. Mangi con noi stasera?

Cosa?

Il minestrone è pronto. Vuoi cena o no?

Andrea era definitivamente spiazzato.

No, io… no. Giulia… hai capito quello che ti ho detto?

Ho capito. Te ne vai da unaltra donna. Otto mesi. Porto sicuro. Tutto chiaro. Non mangi. Bene.

Prese un piatto pulito, si servì il minestrone e si sedette al tavolo.

Andrea rimase ancora qualche minuto, poi andò a raccogliere le sue cose in camera. Si sentivano cassetti che sbattevano, borse che si riempivano. Giulia mangiava il suo minestrone. Era venuto bene, saporito e con quel tocco di acidità dato dai pomodori era la ricetta che Andrea amava di più, dopo trentanni aveva imparato a farlo proprio come piaceva a lui.

Pensò a questo e appoggiò il cucchiaio.

Poi lo riprese. Finì tutto.

***

Andrea Manzini aveva cinquantasei anni e pensava che la vita vera per lui dovesse ancora cominciare. Dirigente di una media impresa edile a Parma, curato, i capelli tinti con lo shampoo anche se lo negava, persino a sua moglie. Si era sposato a ventisette anni, aveva vissuto con Giulia per ventotto, cresciuto un figlio, Marco, che ora lavorava a Milano e chiamava una volta a settimana.

Alessia Ricci lavorava nel loro ufficio come project manager. Ventinove anni, snella, lunghi capelli scuri e la mania di dire wow ogni volta che qualcosa la stupiva. E si stupiva spesso: per un buon ristorante, un cellulare nuovo, o la maniera in cui Andrea riusciva a risolvere problemi lavorativi con una chiamata. Era piacevole sentirsi così.

Giulia Manzini, cinquantatré anni, lavorava come capocontabile nellospedale principale della città. Bassa, bruna, le prime ciocche grigie sulle tempie che non si preoccupava di nascondere. Sapeva fare i conti più veloce della calcolatrice, leggeva tre libri al mese, e preparava il miglior minestrone del quartiere. Per ventotto anni aveva portato avanti casa, famiglia e lavoro a tempo pieno, senza mai aspettarsi medaglie: la considerava la vita normale, niente di più.

Vivevano a Parma, in un quartiere residenziale, non troppo grande né piccolo, dove tutti conoscono tutti almeno nei paraggi, dove cè un solo centro commerciale decente e qualche trattoria buona dove poter cenare senza rimpianti dopo. Avevano un appartamento di tre locali al quarto piano di un palazzo di nove piani, comodo, curato, con delle tende cucite a mano da Giulia otto anni prima, perché nei negozi non trovava il colore giusto.

Dopo che Andrea se ne andò, Giulia rimase ancora un po seduta in cucina. Fuori pioveva sottile, la classica pioggia di ottobre. Poi si alzò, mise in ordine e andò a dormire.

Per i primi tre giorni pensò poco. Andava al lavoro, preparava le relazioni, rispondeva Tutto ok ai colleghi con un tono che non lasciava spazio a repliche. La sera tornava in un appartamento improvvisamente silenzioso e fissava un punto nel muro. Non pianse. Dentro era insensibile, come quando ti dai una gran botta ma ancora non senti la vera fitta.

Il quarto giorno la chiamò la sua amica di sempre, Patrizia.

Giulia, ho sentito qualcosa È vero?

È vero.

Santo Cielo. Ma tu come stai?

Normale.

Giulia, non normale. Sono trentanni che ti conosco, raccontami per davvero.

Lei restò in silenzio per un attimo.

Patty, lo sai cosè la cosa più strana? Solo adesso mi rendo conto che da tanto ormai non sapevo più cosa pensava. Stavamo insieme, ma era come se già non capissi più chi fosse. Forse è questa la cosa più triste.

Patrizia rimase zitta un po, poi propose timidamente:

Ma sei sicura che Magari potresti parlarci ancora?

No, rispose Giulia tranquilla. Non serve. Sto solo pensando a voce alta.

Non disse a Patrizia quello che invece sentiva realmente: che quando Andrea le disse che se ne andava, la prima sensazione non fu dolore. Fu, piuttosto, un sollievo stanco. Come quando hai portato un peso per tanto tempo, e finalmente qualcuno te lo toglie dalla mano. Una sensazione quasi vergognosa anche solo da ammettere con se stessa.

Il quinto giorno tolse dalla parete in salotto la loro foto di nozze in cornice. Lui in abito scuro, lei in bianco, giovani e sorridenti. Mise la cornice in fondo a un armadio, senza spaccarla o buttarla. Solo spostata.

Sul muro rimase una chiazza più chiara.

La guardò a lungo. Poi prese il telefono e chiamò il negozio La Casa Bella.

***

I lavori li fece da sola, per quanto riusciva. Il resto, lo commissionò. Cambiò la carta da parati in soggiorno scegliendo un color crema, molto più luminoso della vecchia tinta verdastra a righe. Prese nuove tende già pronte, con un grande motivo vegetale, che Andrea non avrebbe mai approvato: per lui dovevano essere solo tinte unite. Spostò i mobili come piaceva a lei, non come avevano deciso insieme anni prima. Ora il divano era vicino alla finestra.

Marco, suo figlio, la chiamò dopo due settimane. Probabilmente Andrea glielo aveva già detto.

Mamma, come stai?

Bene, Marcolino. Sto facendo il restyling di casa.

Il restyling? sentiva che quella risposta laveva proprio colto di sorpresa.

Ho cambiato la carta da parati in soggiorno. Vorrei rifare anche la camera da letto.

Mamma Sei sicura di star bene?

Certo, amore. Davvero. Hai già sentito papà?

Si sentì imbarazzato nella risposta.

Lho sentito.

Bravo. È tuo padre, è giusto che vi sentiate. Vieni da me a Natale?

Certo che vengo! Ma mamma, stare da sola non ti pesa?

Lei diede unocchiata al suo soggiorno nuovo: le pareti color crema, le tende con i fiori, il divano messo dove voleva.

Sai una cosa? rispose sincera Sto meglio di quel che pensassi. Mi stupisco anche io.

Marco continuò a girare intorno a quellargomento, poi si tranquillizzò. Era un bravo ragazzo, ma come tanti figli di genitori ormai adulti, dentro di sé si affidava al pensiero che i grandi sistemano tutto.

A novembre, mentre cercava le coperte in alto nellarmadio, Giulia trovò una scatola. Era piena di gomitoli, ferri da maglia, progetti abbandonati. Tutto il suo lavoro a maglia di quindici anni fa, messo via dopo che Andrea si era lamentato che la lana in giro per casa lo infastidiva. Lei allora laveva riposta senza protestare.

La tirò fuori e la lasciò a lungo in mezzo al salotto, guardandola.

Poi prese i ferri, si sedette sul divano vicino alla finestra. Fuori iniziava a nevicare, i primi fiocchi leggeri, quasi timidi.

Le mani ricordarono tutto da sole.

***

La collega Irene Baldini del reparto programmazione fu la prima a notare la sciarpa fatta a mano, ai primi di dicembre.

Ma lhai fatta tu? È bellissima!

Sì, era tanto che non lavoravo a maglia. Mi devo riprendere un po la mano.

Giulia, ne faresti una anche a me? Ma ti pago, ovvio!

Ma dai, non serve

Giuro, ti compro anche la lana che vuoi e pago il lavoro. Mi piacerebbe tanto un berretto di quelli con il bordo arrotolato

Così arrivò il primo ordine. Quasi per caso, come spesso succede con le cose poi importanti.

A dicembre e gennaio ne realizzò otto: tre berretti, due sciarpe, un paio di guanti, due maglioni. Faceva prezzi bassi, più simbolici che altro, ma erano soldi. Soldi suoi, guadagnati oltre lo stipendio, con le mani e la soddisfazione di vedere qualcosa nascere sera dopo sera sul divano vicino alla finestra.

Patrizia, passando a bere un tè, guardò la stanza rinnovata, le tende nuove, la scatola della lana sulla mensola.

Sei proprio cambiata, disse.

In che senso?

Non so, sei serena. Temevo che saresti caduta in depressione, invece tu

E invece no, annuì Giulia. Nemmeno io me lo aspettavo. Forse non ho avuto tempo.

Andrea, si fa sentire?

Ha chiamato una volta a novembre. Cercava i documenti della macchina. Gli ho spiegato dove stavano. Poi basta.

Solo per la macchina, quindi, sospirò Patrizia.

Solo per quello.

Rimasero in silenzio un po. Patrizia prese la tazza fra le mani, come faceva sempre quando rifletteva.

Lo odi?

Giulia fu onesta con se stessa.

No. Strano, vero? Il dispiacere cè, e forte. Ma odio no. Lui ha fatto la sua scelta. Ora lui ha la sua vita, io la mia.

Potresti scrivere un libro: Come sopravvivere al tradimento di un marito senza impazzire, ironizzò piano Patrizia.

Magari, ci penso! rise Giulia per la prima volta da mesi. Fu una risata vera, non di circostanza.

***

Alessia era una ragazza con molte qualità, ma la gestione della casa non era tra queste.

Andrea se ne accorse solo dopo. I primi mesi era tutto rose e fiori: ristoranti, weekend fuori, sensazione di giovinezza e leggerezza. Alessia lo guardava con ammirazione e lui si sentiva rinato.

Poi iniziarono a convivere, nellappartamento che aveva affittato dallaltra parte di Parma. E capì alcune cose.

Alessia non sapeva cucinare. Non male: proprio non ci provava, non ne vedeva il senso: cerano locali o il delivery. Dopo un po era noioso e anche caro.

Non era ordinata: vestiti sulla sedia, in bagno, vicino al letto. Non trascuratezza, proprio modo suo di vivere. Andrea, abituato a casa sua dove tutto aveva un posto, impazziva.

Alessia non capiva il senso di pagare laffitto in anticipo o di mettere da parte i soldi. Andrea spiegava, lei annuiva, il mese dopo punto e a capo.

E poi, cerano le amiche di Alessia. Sempre in casa, fino a mezzanotte, a ridere, a bere vino e lasciare i bicchieri nel lavello per giorni. Andrea si rifugiava in camera, ascoltando le loro risate, che ormai gli davano sui nervi.

A febbraio chiamò Giulia.

Come stai?

Bene, Andrea.

Non ci sei rimasta male che non mi sono fatto vivo?

No.

Pausa.

Ehm senti, ti ricordi dovè la garanzia del frigorifero? Mi serve per lassistenza.

Cartella verde, terzo ripiano in dispensa.

Non lhai mica portata via?

No. Non ho toccato niente tuo.

Ok, grazie.

Lei riagganciò. Restò seduta a guardare fuori: la neve si scioglieva, lasciando macchie scure sui tetti dei garage. Stava per arrivare la primavera.

Riprese i ferri e cominciò un maglione nuovo, morbido, grigio-azzurro, per sé.

***

A marzo, lospedale annunciò che il capo amministrazione andava in pensione. Il direttore, la dottoressa Silvia Conti, chiamò Giulia in ufficio.

Signora Manzini, mi permetta di essere diretta. Lei ormai qui è da anni. Perché non ha mai chiesto una promozione?

Giulia rifletté.

Per la famiglia. Non volevo più carico.

E adesso?

Adesso le cose sono cambiate.

Ho saputo. Mi dispiace.

Non serve. Mi dica solo cosa serve per la posizione.

Silvia sorrise.

Lei queste cose le sa meglio di me. Faccia domanda.

Volentieri.

Uscì dallufficio e decise di andare a casa a piedi, anche se il bus era lì fermo. Voleva solo camminare. Marzo profumava di asfalto bagnato e qualcosa di fresco nellaria. Pensava che da quanto era che non notava queste piccole cose: il profumo del mese, le pozzanghere luminose sullasfalto, i rami gonfi sulle piante.

Pensò: la vita va avanti. Una banalità, ma era vera.

***

A aprile Andrea tornò. Senza avvisare. Bussò alla porta.

Lei aprì. Lui era sulluscio col giubbotto che lei gli aveva comprato tre anni prima, assonnato, con due occhiaie profonde.

Posso entrare?

Perché?

Andrea abbassò lo sguardo.

Devo parlarti.

Lei si fece da parte. Lui entrò. Guardò le pareti nuove, le tende nuove, i mobili spostati. Rimedio silenzio.

Hai fatto dei lavori.

Sì.

Bravo. È venuto bene.

Non rispose. Andò in cucina, mise lacqua per il tè. Automatismo delle mani.

Andrea si sedette. Lei lo guardò: lo vedeva diverso. Non meglio, non peggio, solo diverso; come vedere un luogo familiare dopo molto tempo.

Come stai? chiese lui.

Bene. Sono stata promossa.

Brava. Te lo meritavi.

Già, me lo meritavo. Da tempo.

Lui sentì il retrogusto. Pausa lieve.

Giulia…

Andrea, parla chiaro. Che succede?

Si prese il naso fra le dita, tipico suo gesto da disagio.

Con Alessia non va. O meglio, è complicato. Lei non è come credevo.

Succede.

Pensavo di poter tornare. Tu hai sempre saputo comprendere le cose. Sei sempre stata lì.

Giulia versò il tè. Mise una tazza davanti a lui, laltra per sé. Si sedette sullorlo della sedia.

Per ventotto anni sono stata lì. Fino a quando eri lì anche tu, ma non ci facevi poi troppo caso.

Non è vero, avevo capito

Non davvero. Altrimenti mi avresti chiamata diversamente che porto sicuro.

Lui restò zitto.

Non volevo offenderti. Porto sicuro

Porto sicuro significa che tu non ceri. Il porto rimane dietro, mentre tu vai dove vuoi. È un posto comodo per lasciare quello che non vuoi portare dietro.

Giulia…

Nessun rancore, davvero. E lo sentiva per davvero: era un senso di calma limpida. Semplicemente non funzionerà.

Voglio tornare.

Ho capito.

E tu? Non lo vuoi?

Lei lo guardò. Era la stessa persona, ma ora in lui cera unombra di smarrimento. Si aspettava pianti, rimproveri, urla. O, dopo, il perdono. Era convinto che il perdono fosse scontato, perché lei era stata sempre il porto sicuro.

No, rispose tranquilla.

Perché?

Non voglio.

Lui la fissava, confuso.

Ma sei sola.

Sì, e sto bene.

Giulia, non puoi stare bene da sola. Lo dici solo per orgoglio.

Lei prese la tazza e lo guardò serena.

Sai cosa ho scoperto, in questi mesi? Credevo che senza di te ci sarebbe stato il vuoto. Invece, senza di te, cera davvero molto più spazio. Per me.

Andrea taceva.

Sei una brava persona, forse, disse lei, senza né offendere né lodare. Solo che pensavi che io sarei rimasta lì, per sempre. Ma non è così.

E io adesso? sembrava un ragazzo smarrito e per poco lei non provò quasi pena. Quasi.

Non lo so, Andrea. Ora è un problema tuo.

Lui finì il tè, restò seduto ancora un attimo, poi si alzò.

Chiederai il divorzio?

Sì. Sto già sistemando i documenti.

Lui annuì, prese la giacca.

Va bene va bene.

Sulla porta si fermò.

Sei cambiata.

No. Sono sempre la stessa. Solo che tu non mi vedevi.

Chiuse la porta.

Giulia rimase seduta ancora un po in cucina. Dalla finestra arrivavano i rumori della strada, le macchine, gente che rideva in cortile. Una normale sera di aprile a Parma.

Riordinò le tazze e aprì la finestra. Laria profumava di terra bagnata e dei fiori dei pioppi.

***

Vede per la prima volta Sergio Bellini alla riunione di condominio. Si era trasferito quellinverno al sesto piano, dopo aver venduto una villetta fuori città: ormai i figli erano adulti, uno a Roma, laltro a Reggio Emilia, e la casa di campagna era diventata troppo grande.

Aveva cinquantotto anni. Basso, asciutto, i capelli corti, già bianchi, occhi sereni. Ingegnere progettista, costruiva ponti e cavalcavia. Vedovo da tre anni.

Alla riunione spiegava con calma e competenza perché bisognava riparare la perdita nellandrone; parlava senza irascibilità o arroganza, solo corredando motivi e soluzioni. Lamministratore lo ascoltava seriamente.

Giulia lo notò perché aveva quellatteggiamento di chi non deve dimostrare niente a nessuno.

Si conoscono meglio per caso, in ascensore a inizio maggio. Lei aveva una grossa borsa di lana acquistata al mercato, le dava fastidio sullo sportello.

Vuole una mano? chiese lui.

Ce la faccio.

Sì, ma sarebbe più comodo se laiutassi io.

Lei rise e gliela porse.

Parlarono in ascensore e poi ancora in corridoio. Lui la accompagnò fino alla porta di casa.

Lavora a maglia?

Sì, perché ti fa ridere?

Al contrario, sono contento. Mia moglie aveva lasciato un sacco di lana di qualità, non so che farmene. La vuole?

Lei accettò. Era ottima lana merino, ben avvolta in gomitoli.

Cominciarono a parlarsi ogni tanto, quando si incontravano. Poi lui venne a prendere un tè, poi tornò ancora. Conversavano di tutto: città, lavoro, libri. Lui leggeva molto, con passione, senza essere snob. Sapeva ascoltare, e anche quando lei rifletteva tra sé sapeva starsene zitto.

A giugno gli fece una sciarpa. Grigia, con quella lana merino.

Ma a cosa mi serve ora? È estate!

Serve per lautunno. E poi volevo vedere se la lana tiene il lavoro.

E che dice?

Tiene bene.

Lui la prese senza troppe parole, ringraziò soltanto. A lei piacque molto.

***

A luglio Giulia presentò domanda di divorzio. Andrea non fece storie. Si incontrarono dal notaio, firmarono. Lui sembrava stanco e sperduto. Lei invece indossava un vestito estivo chiaro, comprato a maggio: il primo abito vivace, non scuro e pratico come al solito.

Come stai? chiese lui dopo, fuori dallufficio.

Bene, rispose lei. Ed era vero.

Alessia è tornata dai suoi, aggiunse, anche se lei non aveva chiesto. A Bari, dalla mamma.

Capisco.

Adesso sono solo.

Lei lo guardò. Non con pena, non con rabbia. Solo guardandolo per quello che era.

Ce la farai. Devi solo sapere che puoi farcela anche da solo. Non è difficile, se ti impegni.

Si salutarono. Lei da una parte, lui dallaltra.

Andò al mercato, comprò mezzo chilo di ciliegie grosse e mature. Uscì fuori e se le mangiò lì, al sole sullingresso. I noccioli in un sacchettino. Le ciliegie erano dolcissime.

***

Sergio la invitò al cinema ai primi di agosto. Senza cerimonie.

Pare che diano un bel film. Viene?

Certo.

Il film era una vecchia commedia allaperto nel parco cittadino, su panche di legno, tra famiglie e coppie anziane. Sorrisero negli stessi momenti.

Dopo passeggiarono tra i vialetti. Faceva caldo, la luce svaniva piano, la tipica sera dagosto. Lei raccontò come era finita per lavorare a maglia su commissione, quasi per caso. Lui ascoltò serio.

Continui, disse. È una cosa fatta con il cuore, ce ne sono poche così.

Lo dici per la sciarpa.

La sciarpa è davvero buona.

Poi aggiunse, dopo essersi fermato un attimo:

Non ho fretta di niente. Credo nemmeno lei.

No.

Allora va bene così.

Nemmeno chiese cosa. Lei aveva già capito.

***

A settembre Patrizia venne a trovare Giulia, che stava lavorando a maglia alla finestra. La casa profumava di caffè, i gomitoli azzurri sul tavolo, il portatile aperto su una pagina piena di ordini, più di quanti si sarebbe mai aspettata.

Ma hai una pagina tutta tua su internet? sbalordita Patrizia.

Mi ha aiutato la figlia della vicina. Ci sono le foto dei lavori, prezzi, condizioni. Ventitré ordini chiusi da giugno.

Giulia, davvero?

Davvero. Non sono cifre enormi, ma sono tutta roba mia. E mi diverto.

Patrizia scrollò la testa.

Un anno fa nessuno ci avrebbe scommesso

Nessuno, nemmeno io.

E Sergio, il tuo vicino… ammiccò Patrizia.

Cosa centra Sergio?

Niente però quando parli di lui hai unaltra faccia.

Giulia tacque un istante, poi, senza smettere di lavorare ai ferri:

Con lui sto tranquilla. Solo quello. È difficile da spiegare.

Non serve spiegare, rispose Patrizia sorridendo. Io capisco.

Bevettero il caffè e chiacchierarono di tutto: dei nipotini di Patrizia, dei nuovi lavori alla clinica, della svendita dautunno da La Casa Bella. Normale chiacchiera tra amiche in un pomeriggio di settembre.

Fuori Parma andava avanti. I pioppi iniziavano a ingiallire lungo la strada. Qualcuno passeggiava col cane, un bambino pedalava concentrato.

Giulia prese un altro gomitolo, trovò il capo del filo. Un nuovo ordine: un cappello a trecce da finire entro due settimane. Ci riuscirà.

Le sue mani ripresero il lavoro, i ferri andavano su e giù, il movimento calmo e rassicurante. Dalla finestra il primo temporale autunnale agitava le foglie sugli alberi, lucide e vive.

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