Mi ha lasciato solo a tavola, con tutto pronto, ed è corso a festeggiare con gli amici in garage.
– Ma davvero stai per andare? Così, ti alzi e te ne vai? la voce di Caterina tremava appena, ma cercò di metterci tutta la fermezza che poteva.
Riccardo si era bloccato nellingresso, già con una mano infilata nella vecchia giacca. Ai piedi non aveva le ciabatte di casa, ma le sue solite sneakers da lavoro in officina. Dalla cucina arrivava un profumo irresistibile di anatra allarancia, una ricetta che mi aveva occupato il pomeriggio intero, fra marinatura e cottura. In salotto la tavola, coperta con la tovaglia di pizzo buono di nonna, rifletteva la luce nei calici e nei piatti. Linsalata russa e il vitello tonnato erano perfetti, tagliati con una precisione che nemmeno in gastronomia.
– Cate, dai, non ricominciare borbottò Riccardo, come se avesse mal di denti Mi hanno chiamato i ragazzi: a Marco si è rotta la valvola della Punto e serve una mano. Torno tra unora, massimo due. Festeggiamo appena torno, e la tua anatra sarà ancora calda.
– A Marco si rompe la valvola ogni venerdì, alle sette risposi gelida, appoggiandomi allo stipite Riccardo, oggi facciamo dieci anni di matrimonio. Sono uscita prima dal lavoro, ho comprato il tuo Barolo preferito, che mi è costato come mezza paga. Ho perfino indossato questo vestito, quello blu che ti piace. E tu vai in garage?
Riccardo si infilò del tutto nella giacca e iniziò a cercare le chiavi della macchina nelle tasche, nervoso.
– Stai facendo una scenata. E solo unauto da aggiustare. Solidarietà maschile, lo capisci? Se fosse successo a me, Marco sarebbe corso subito. Dai, non fare la bambina. Non è un ristorante, è il garage. Arrivo presto, ci conto!
Mi diede un bacio sulla guancia, secco, di fretta, e la porta si chiuse alle sue spalle con un suono che rimbombò nellappartamento.
Rimasi ferma nellingresso. Lo specchio restituiva limmagine di una donna elegante, capelli raccolti in alto e vestito scuro che slanciava la figura. Solo gli occhi erano spenti.
Mi trascinai in cucina. Il forno aveva appena finito la cottura, la carne borbottava ancora nei suoi stessi aromi. Sollevai la teglia: la pelle dellanatra dorata, il profumo darancia, tutto perfetto. Un capolavoro, ormai inutile.
Spostai il vassoio in salotto e mi sedetti a capotavola. Due piatti, due calici, le candele che non avevo nemmeno acceso. Un silenzio opprimente. Da qualche parte, il TG in casa dei vicini faceva compagnia a qualcuno: qui cera soltanto vuoto.
Sapevo già che non sarebbe tornato dopo unora. Né dopo due. Il garage era come il triangolo delle Bermuda: il tempo lì dentro scorre diverso. Prima valvola, poi non era la valvola, poi uno stappa una birra, giusto per non restare a bocca asciutta. Subito arriva il vicino di box, che racconta della nascita del nipote o della fuga del gatto, e la serata è fatta.
Mi versai il vino, rosso, corposo, vigoroso. Un sorso, poi la coscia danatra, la migliore. Masticavo senza assaporare. Nessuna crisi, solo una chiarezza gelida, pesante: come una tenda che cade, e allimprovviso tutto si vede nudo.
Era la prima volta?
Il mio compleanno dellanno precedente aveva fatto tardi di tre ore aiutando la madre col divano, anche se il trasloco costava meno della cena fuori. Arrivò sudato, scocciato, con la schiena a pezzi, lamentandosi per tutta la sera.
Due estati fa, invece, dovevamo andare sul Lago di Garda, vacanza prenotata da mesi. Il giorno prima del viaggio Riccardo prestò metà dei soldi delle ferie a Marco perché aveva scadenze in banca. Glieli ridà subito, siamo amici, diceva. Li recuperammo, a rate, in sei mesi. In vacanza niente cene, niente gite: solo hotel e panini.
Guardai il secondo piatto vuoto. Dieci anni. Matrimonio di stagno, dicono sia flessibile, ma se lo pieghi sempre nello stesso punto, si rompe.
Finita lanatra, senza nemmeno toccare il contorno, spensi le candele e iniziai a sparecchiare. I piatti in lavastoviglie, il vino col tappo. Nemmeno la forza di accendere il ciclo.
A mezzanotte il suo telefono dava non raggiungibile. Alle due del mattino compare su WhatsApp. Non lo chiamai. Mi misi a letto da sola, occhi aperti nel buio, ascoltando lascensore nel palazzo.
Alle tre e mezza la chiave girò nella serratura. Riccardo, tutto un frusciare di giacche e borbottii: puzzava di fumo, olio motore e birra scadente. Quellodore inconfondibile di garage.
Si infilò nel letto e mi abbracciò.
– Dormi? Dai, Cate, scusa È successa una cosa, niente valvola, era il motore. Ho dovuto smontare tutto. E il telefono? Senza batteria, che vuoi che faccia
Lentamente mi spostai al bordo del letto.
– Non toccarmi, sussurrai.
– Dai, cosè sta storia? Sono qui sano, tutto a posto. Domani festeggiamo anzi oggi, dai. Prendiamo una torta
Dopo un minuto già russava. Mi alzai, presi cuscino e coperta, e andai in salotto a dormire. Nellaria ancora un lieve profumo danatra: sapore di festa mancata.
La mattina dopo, lontana da qualsivoglia scusa, anzi, arrivarono solo pretese. Riccardo in cucina, spettinato, guardando il frigo.
– Niente colazione? esclamò, trovando linsalata russa Buon segno, cè ancora la roba di ieri. E lanatra?
– Nel frigorifero, nel contenitore, risposi, senza staccare gli occhi dal pc.
– La scaldi? Ho la testa che scoppia, devo mangiare qualcosa di serio.
Chiusi lentamente il portatile.
– No.
– Come, no?
– No, non la scaldo. Hai le mani, le stesse doro con cui hai smontato mezza macchina a Marco. Usale.
Si girò stranito. Di solito, dopo un litigio, passavo qualche ora offesa ma poi tornava la routine da brava moglie: preparavo, sistemavo, accudivo. Era il copione di sempre. Lui sbaglia io mi offendo lui mi compra un dolcetto io perdono.
– Sei ancora arrabbiata da ieri? Dai, ti ho spiegato: unemergenza, gli amici nei guai si aiutano. Sei intelligente, dovresti capire! Un marito non si tiene al guinzaglio.
– Io non ti trattengo dissi calma. Sei libero. E io anche. Libera dalla servitù post-sbornia.
– Non era una sbornia! Era un lavoro! ribatté, già mandando giù linsalata russa col cucchiaio. Tra laltro ti vedo nervosa, forse hai bisogno di vitamine o pre-ciclo
Lo fissai a lungo. Era questo luomo che avevo sposato? Sorbendo insalata dalla ciotola, sbriciolando dappertutto Questo era Riccardo: a lui avevo affidato la vita. Lappartamento era di mia nonna; Riccardo vi era solo residente. La ristrutturazione? Pagata perlopiù da me, perché lui aveva sempre poche commissioni o attrezzi rotti o aiutava la madre.
– Riccardo, chiesi sottovoce. Dove sono i soldi che mettevamo via per le finestre nuove?
Quasi si soffocò col boccone.
– Cioè?
– Nella scatola non cè nulla. Stamattina ho controllato. Cinquemila euro spariti.
Abbassò lo sguardo, le orecchie rosse.
– Ah Li ho presi ieri. Per Marco, servivano i pezzi, era urgente. Con la prossima paga mi li ridà.
– Prendi cinquemila euro dal nostro fondo senza chiedere e li presti per la macchina di Marco? Per cui abbiamo risparmiato sei mesi, per non gelare in salotto a gennaio?
– Perché fai tanto casino per dei soldi? lasciò cadere il cucchiaio. Me li ridarà! Te lo giuro sul mio onore! E poi, in questa casa le decisioni le prendo io. Che devo chiedere il permesso a mia moglie per ogni spesa?
– Devi, quando escono dal fondo comune. E lo riempio io, per il settanta per cento.
– Ah, ora me lo rinfacci? Ci mancava pure questa: la moglie che fa la maestrina coi soldi! Non ti riconosco più, Cate. Una volta eri meno attaccata ai soldi!
Si alzò sbattendo la sedia, e si chiuse in camera. Subito il rombo del televisore a tutto volume per dimostrare quanto poco gli importasse.
Restai da sola in cucina, sentendo che qualcosa dentro si spezzava sul serio. Quella corda che da anni teneva insieme tutta questa fragile impalcatura chiamata famiglia. Mi resi conto che le finestre non le avremmo mai cambiate, che Marco quei soldi non li avrebbe mai restituiti ha sempre una scusa, un debito, un problema col mantenimento e Riccardo avrebbe continuato a fare il salvatore con i miei soldi, mentre io risparmiavo su tutto.
Passò una settimana di silenzi gelidi. Comunicavamo solo su ciò che era necessario. Riccardo si atteggiava a vittima, io ero la moglie acida che tartassa il poveruomo per nulla. Tornava tardi, mangiava quel che trovava, dormiva voltato dallaltra parte.
Giovedì, dimprovviso, torna a casa col sorriso e un mazzo di crisantemi, quelli presi dalle vecchiette in stazione.
– Cate, dai, finiamola qua mi porge i fiori Pace?
Li misi in un vaso.
– Pace, risposi piatta. Non avevo più energie. In testa il piano era già pronto.
– Brava! esultò. Basta musi lunghi. Senti, sabato è il mio compleanno, ricordi?
– Sì, me lo ricordo.
– Ho pensato niente ristorante. Costa troppo, poi lì si sta scomodi. Meglio a casa, tra amici. Chiamo Marco, suo moglie, Andrea sei o sette persone. Tanto tu sei bravissima fai carne alla pizzaiola, insalate, affettati messi bene in tavola. Niente batte la cucina di casa tua!
Lo guardai. Nessun dubbio nei suoi occhi: dopo tutto questo, dava per scontato che sarei corsa in cucina per festeggiare coi suoi amici.
– Va bene sorrisi. Sorrisi strano, ma non ci fece caso. Invitali pure. Alle due.
– Ecco la mia Caterina! provò ad abbracciarmi, ma mi scansai sistemando la tovaglia. Fai la lista della spesa? Pago tutto io.
– Non serve, finsi divertimento Faccio da me, ti farò una sorpresa. Tu adori le sorprese, no?
– Certo! gli brillavano gli occhi. Chiamo tutti allora!
Venerdì, la spesa. Tornai coi sacchetti, Riccardo cercava di vedere dentro, io ridendo glieli sottrassi: Eh no, è un segreto!. Tutta la sera in cucina a sparecchiare e trafficare, ma la porta chiusa. Gli odori non erano invitanti, sembrava lesso e cibo da mensa. Ma lui pensava a mille ricette gourmet.
Sabato mattina. Pronta di buonora, tailleur, truccata.
– Così elegante? chiese Riccardo Speravo indossassi il vestito rosso!
– Oggi preferisco così. Mancano molto gli ospiti?
– Marco è già per strada, il gruppo arriverà a minuti. Vado a farmi la barba.
Mentre si sistemava, apparecchiai tutto. Quando uscì dal bagno, gli amici già suonavano il citofono. Una compagnia rumorosa, con bottiglie in mano.
– Auguri, Riccardo! urlava Marco, battendogli una mano sulle spalle Dai, mostra che cosa cha preparato Caterina! Però non sento profumi
Entrarono in sala e si bloccarono.
Tovaglia di pizzo, ovviamente. Ma sulla tavola: una montagna di tortellini industriali, incollati tra loro. Scodelle di noodles istantanei Liofilizzati, affettato sottile del discount, ancora con la pellicola appiccicata qua e là. Bicchieri con crostini salati e scatolette di sgombro in salsa di pomodoro, direttamente dalla lattina.
– Ma che roba è? fece Riccardo, con la voce strozzata È uno scherzo? Dovè la carne, le insalate?
Silenzio. Marco guardava prima i tortellini, poi me.
Mi misi dritta al centro della stanza, calma. Solenne.
– Ecco, Riccardo: il pranzo di festa in stile Garage. Ami tanto stare in garage coi tuoi amici da trascurarmi persino lanniversario? Ho pensato di ricreare latmosfera che più ti piace. Mangiate pure. Questo merita il vostro club di uomini.
– Sei impazzita? sibilò lui, acceso di rabbia Mi fai fare brutta figura! Porta via tutto e metti la vera cena! Ieri ti ho visto cucinare!
– Era cibo per me, per la settimana. In frigo ci sono i contenitori, questa invece è la vostra cena. E coi tuoi soldi, quelli che sono rimasti dopo che hai svuotato la nostra scatola.
Marco tossì.
– Senti, Riccardo, forse sarebbe meglio che andassimo via mi pare si sia esagerato
– Fermi! urlò Riccardo Nessuno esce. Caterina ora porta il vero pranzo. Vai in cucina e chiedi scusa. Se no
– Se no cosa? domandai, interessata.
– Se no non rispondo di me! Questa è casa mia, sono amici miei!
– Casa tua? scoppiai a ridere, secco e senza gioia Ti ricordo: questa casa lho ereditata dalla nonna prima di sposarti. Secondo la legge italiana, il patrimonio ricevuto prima del matrimonio resta personale. Tu qui hai solo la residenza.
Lui rimase di stucco. Mai sentita parlare così, abituato a sentirmi discutere solo di ricette, sconti, ferie.
– Ma dai! Abbiamo fatto i lavori!
– Pagati da me, cè tutta la documentazione. E se anche tu avessi diritto a qualcosa, sarebbe al massimo una piccola quota per i materiali. Ma, considerando che hai usato spesso i nostri risparmi per altri motivi
– Ma vattene! gridò ormai fuori controllo Chiamo i carabinieri! Dico che fai casino!
– Fa pure annuii Intanto, ecco le tue cose.
Ahi portato fuori due valigie piene, dalla camera: vestiti, scarpe, attrezzi, perfino la tazza preferita.
Gli ospiti si dileguarono rapidamente.
– Sul serio? questa volta Riccardo non urlava più, era smarrito Dai, Cate, basta così. Mi inginocchio, ho fatto lo scemo con i soldi li riavrò! Non mi cacciare, dove dovrei andare? Da mia madre in un monolocale?
– Sono fatti tuoi, Riccardo. Hai amici, il garage, la macchina con il motore nuovo. Vivi come meglio credi, ma non qui.
– Te ne pentirai! alzò la voce, capendo che era tutto vero A trentottanni da sola, chi ti guarda più? Io mi trovo una ragazza nuova in una settimana!
– Rischio mio risposi calmissima, indicandogli la porta Vai.
Prese le valigie. Il volto deformato dalla rabbia.
– Serpe! Ti porto via metà della casa! La TV è mia!
– La TV è in leasing, intestato a me. Rate che pago io. Uscita, Riccardo. E lascia le chiavi.
Le lanciò per terra.
– Prenditi la tua tana!
Uscì sbattendo la porta.
Due giri di chiave e la catenella. Mi appoggiai al freddo metallo, occhi chiusi, cuore impazzito e mani che tremavano. Ma niente lacrime, solo una leggerezza incredibile: avevo lasciato giù un peso che credevo famiglia.
Andai a svuotare la tavola: tortellini, noodles e affettato direttamente in un sacco dei rifiuti. Nemmeno tempo di selezionare. Aprii la finestra per cacciare ogni odore.
Dal frigo recuperai il Barolo, quello rimasto dalla cena mancata. Un calice colmo. Mi sedetti in poltrona.
Il telefono vibrò: messaggio di mamma. Come sta andando la festa? Riccardo felice?
Risposi: Festa perfetta, mamma. Il compleanno migliore della sua vita. E il primo giorno della mia, finalmente.
Domani cambierò le serrature. Lunedì avvierò la pratica di separazione. Sarà dura, ci saranno urla, minacce, persino la guerra sulle forchette ma non importa più. Conta solo che, questa sera, finalmente, non ho cenato sola. Ho brindato a me stessa: a quella donna intelligente, forte e finalmente libera che, dopo tanto, ha deciso di rispettarsi.
La lezione? In famiglia, il rispetto va meritato e coltivato. Quando manca, è meglio scegliere la libertà.






