Mi hai cacciato di casa a 14 anni e ora pretendi che mi prenda cura di te da anziana? Non ci contare!

*La scena si apre in una piccola cucina a Milano, dove la luce fioca filtra attraverso le tende sottili. Il silenzio è rotto solo dal ticchettio dell’orologio a muro. Eleonora Bianchi stringe una tazzina di caffè tra le dita tremanti, ma quando le parole di suo figlio la trafiggono, la porcellana le sfugge di mano. Il rumore è secco, definitivo. I frammenti si spargono sul pavimento a quadri bianchi e blu, come i pezzi di un passato che credeva sepolto.*
Mi hai cacciato di casa a quattordici anni, e ora pretendi che mi prenda cura di te? La voce di Luca è carica di una rabbia che brucia da vent’anni. Non succederà mai.
Eleonora cerca di alzarsi, ma le ginocchia cedono. Rimane lì, in mezzo ai cocci, come se anche il suo cuore si fosse frantumato in quel momento.
Come… come osi? Il suo tremito è quello di una corda di violino stanca. Ti ho dato la vita, ti ho cresciuto, e tu mi ripaghi così?
*Cacciato* Luca interrompe, le braccia incrociate a difesa. Questa è la parola che conta. Non “nata”, non “cresciuta”. *Cacciata*.
Lui è magro, il volto segnato dalla vita dura. Trentacinque anni portati come un peso. Appoggiato allo stipite della porta, lo sguardo è una lama che trafigge Eleonora.
Luca… non capisci. Erano tempi difficili… la crisi degli anni ’90, tuo padre che…
*Basta*. La sua voce si incrina. Papà se n’è andato, e tu hai deciso di sbarazzarti di me. Mi hai spedito in quel buco di campagna da nonna Clara, e poi? Niente lettere, niente telefonate. Solo quel biglietto di due righe: *”Ho un’altra famiglia. Resta lì.”*
Eleonora scuote la testa, le lacrime rigano il viso.
Ti ho scritto! Ogni mese mandavo soldi a nonna Clara…
Luca ride, un suono amaro.
Davvero? Allora quella vecchia strega li ha intascati tutti. Io non ho visto un centesimo.
*Flashback: Un ragazzino di quattordici anni scende da un autobus polveroso in un paesino della Calabria. La nonna, Clara, lo guarda come se fosse un estraneo. La casa odora di medicinali e muffa. Le notti sono lunghe, piene di pianti soffocati nel cuscino.*
Passano gli anni. Luca scappa a diciassette, torna a Milano. Lavora come facchino al mercato di Porta Palazzo, dorme tra le casse di frutta. Studia di notte, si laurea in informatica. Costruisce una vita: una moglie, due figli, una carriera. La madre è solo un ricordo lontano.
Fino a quel giorno al mercato, quando la riconosce dietro un banco di verdura. *”Ciao, mamma”*, le dice. Ed è lì, nella cucina piena di fantasmi, che scopre la verità: le lettere mai arrivate, il diario falso che nonna Clara gli aveva attribuito, il marito che non laveva mai sposata davvero.
Perché non sei venuta a prendermi? chiede Luca, la voce rotta.
Ci ho provato. Eleonora gli porge una lettera ingiallita. *”Non voglio più vederti”*, dice il testo. Clara mi ha mostrato questo. Credevo che mi odiassi.
Luca legge, e qualcosa dentro di lui crolla. *Nonna Clara ha rubato tutto. Anche il diritto di essere arrabbiato.*
Poi, lictus. Eleonora viene ricoverata. Luca la porta a casa sua, tra le proteste di lei. Non merito questo sussurra.
Non è questione di merito, risponde lui. Sei mia madre.
La scena finale: Luca sul balcone, una sigaretta tra le dita. Sua moglie Marta gli si avvicina.
La odio, dice lui. Ma la amo ancora. Non so come sia possibile.
Dentro, Eleonora sistema una coperta sul divano dove dormirà. Sa che il perdono non arriverà mai del tutto. Ma forse, forse, è sufficiente avere un posto dove stare. Un posto che, ventanni prima, a lui era stato negato.

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