Mi sembra che l’amore sia finito – Sei la ragazza più bella di tutta la facoltà – le disse lui allo…

Mi sembra che lamore sia finito

Sei la ragazza più bella di tutta la facoltà mi disse allora, porgendomi un mazzo di margherite comprate al mercato vicino alla stazione della metropolitana.

Lucia rise, accettando i fiori. Le margherite avevano il profumo dellestate e di qualcosa di misteriosamente giusto. Lorenzo la guardava con gli occhi di chi sa perfettamente quello che vuole. E quel che voleva era lei.

Il loro primo appuntamento fu ai Giardini di Villa Borghese. Lorenzo si era portato una coperta, un thermos di tè e panini preparati da sua madre. Restarono sullerba fino al calar della sera. Lucia ricordava il suo modo di ridere, la testa gettata allindietro, le dita che le sfioravano la mano come per caso, la maniera in cui la guardava come se fosse lunica persona a Roma.

Dopo tre mesi, Lorenzo laveva portata al cinema a vedere una commedia francese: lei non aveva capito molto, ma rideva insieme a lui. Dopo sei mesi le presentò i suoi genitori. Dopo un anno le chiese di trasferirsi a casa sua.

Tanto ogni notte dormiamo insieme le diceva accarezzandole i capelli. Perché pagare due affitti?

Lucia accettò. Di certo non per risparmiare. Vicino a lui, il mondo aveva finalmente un senso.

Il loro piccolo bilocale in affitto profumava di minestrone la domenica e di bucato fresco. Lucia imparò a cucinare le sue polpette preferite, con aglio e prezzemolo, proprio come le faceva la madre di Lorenzo. La sera, lui le leggeva ad alta voce articoli di riviste su affari e finanza. Sognava una sua attività, un giorno. E Lucia ascoltava, poggiando il mento sul palmo, credendo a ogni sua parola.

Facevano progetti insieme: prima il risparmio per la caparra di una casa. Poi una casa tutta loro. Dopo, una macchina. E poi i figlinaturalmente. Due: un maschio e una femmina.

Faremo tutto in tempo diceva Lorenzo, baciandole i capelli.

Accanto a lui, Lucia si sentiva invulnerabile.

…Quindici anni di vita insieme si erano colmati di oggetti, abitudini, piccoli riti. Avevano una casa in un bel quartiere, con vista sul parco comunale. Un mutuo ventennale che cercavano di estinguere in anticipo, rinunciando alle vacanze e alle cene fuori. Una Toyota grigia in cortile Lorenzo laveva scelta, trattata col venditore, e la lucidava ogni sabato mattina.

Sentiva il cuore gonfiarsi dorgoglio. Si erano fatti tutto da soli, senza soldi di famiglia, senza raccomandazioni, senza fortuna. Solo lavorando, risparmiando, resistendo.

Lucia non si era mai lamentata. Anche quando era così stanca da addormentarsi in tram e svegliarsi al capolinea. Anche quando avrebbe voluto mollare tutto e partire per il mare. Erano una squadra. Così diceva Lorenzo, e Lucia gli credeva.

Il suo benessere veniva sempre prima. Lucia aveva imparato questa regola a memoria, laveva intrecciata al suo stesso DNA. Una brutta giornata in ufficio? Lei preparava la cena, versava il tè, ascoltava. Lite col capo? Gli accarezzava la testa, gli sussurrava che sarebbe andato tutto bene. Dubbi su sé stesso? Trovava le parole giuste per tirarlo fuori dal baratro.

Sei il mio porto sicuro, la mia ancora le diceva Lorenzo in quei momenti.

Lucia sorrideva. Essere lancora di qualcuno non è forse felicità?

I periodi difficili, però, non mancarono. Dopo cinque anni, la società dove lavorava Lorenzo andò fallita. Per tre mesi rimase a casa a sfogliare annunci di lavoro, sempre più cupo.

La seconda volta fu peggio: dei colleghi lo coinvolsero in un problema coi documenti e non perse solo il lavoro, ma si trovò anche a dover pagare una somma ingente. Dovettero vendere lauto per saldare il debito.

Lucia non lo rimproverò mai, né con le parole né con lo sguardo. Si prese lavori extra, lavorava di notte, risparmiava su tutto. Lunica cosa che le importava era lui che non si spezzasse, che non perdesse fiducia in sé stesso.

…Lorenzo si riprese. Trovò un posto più buono del precedente. Si riacquistarono una Toyota grigia. La vita tornò a scorrere.

Un anno fa, erano seduti in cucina quando Lucia disse, finalmente, quello che pensava da tempo:

Forse è venuto il momento? Non ho più vent’anni da un pezzo. Se aspettiamo ancora…

Lorenzo annuì, riflessivo:

Iniziamo a prepararci.

Lucia trattenne il fiato. Anni spesi a sognare, a rimandare, ad aspettare loccasione perfetta. Ed eccolo, il momento giusto.

Lo aveva immaginato mille volte: manine strette intorno alle sue, il profumo della polvere di talco, i primi passi sul pavimento del loro soggiorno, Lorenzo che leggeva una fiaba prima di dormire.

Un figlio. Finalmente il loro bambino.

Il cambiamento fu immediato. Lucia rivedette tuttolalimentazione, i ritmi, il lavoro. Prenotò visite, fece analisi, iniziò a prendere vitamine. Mise la carriera in secondo piano, proprio mentre stavano per promuoverla.

Sei sicura? domandò la responsabile, guardandola oltre gli occhiali. Questa occasione arriva una sola volta.

Lucia ne era certa. Il nuovo ruolo significava viaggi, orari impossibili, stress. Non era il momento.

Preferisco trasferirmi in filiale rispose lei.

La capa alzò le spalle.

La filiale era a quindici minuti da casa. Il lavoro era noioso, abitudinario, senza ambizioni. Ma si poteva uscire puntuali e scordarsi tutto nel weekend.

Lucia si adattò in fretta. I colleghi nuovi erano cordiali, anche se poco ambiziosi. Preparava il pranzo a casa, passeggiava in pausa, dormiva presto. Tutto per il futuro del bambino. Tutto per la famiglia.

Il freddo arrivò senza che se ne accorgesse. Lucia allinizio diede la colpa al lavoro. Lorenzo era sempre stanco, sempre indaffarato, capita.

Ma poi smise di chiederle come fosse andata la giornata. Non la abbracciava più la notte. Non la guardava più come allinizio, quando la chiamava la più bella della facoltà.

In casa era tutto silenzio. Un silenzio innaturale. Prima parlavano per ore di lavoro, di sogni, di sciocchezze. Ora Lorenzo passava la serata col cellulare, rispondeva a monosillabi, si coricava voltato verso il muro.

Lucia fissava il soffitto, sentendo tra loro una distanza larga quanto mezzo materasso.

La vicinanza sparì. Due settimane, tre, un mese. Lucia smise di contare. Lorenzo aveva sempre una scusa:

Sono troppo stanco. Domani.

Il domani non arrivava mai.

Lucia un giorno trovò il coraggio di chiedere:

Cosa cè che non va? Dimmi la verità.

Lorenzo guardava oltre lei, verso lo stipite della porta.

Tutto bene.
Mentira.
Te lo immagini tu. E solo un periodo. Passerà.

Lui la superò e si chiuse in bagno. Lo scroscio dellacqua mascherò tutto.

Lucia rimase in corridoio, la mano sul cuore. Faceva male. Sordo, continuo, implacabile.

Resistette ancora un mese. Poi cedette.

Mi ami ancora?

Ci fu una pausa. Lunga, tremenda.

Io… non so più cosa provo per te.

Lucia si sedette sul divano.

Non lo sai?

Lorenzo finalmente la guardò negli occhi. E lì cera solo vuoto. Confusione. Neanche una scintilla di ciò che bruciava quindici anni prima.

Mi sembra che lamore sia svanito. Già da tempo. Non dicevo niente per non farti soffrire.

Per mesi, Lucia aveva vissuto in quellinferno, senza verità. Analizzando ogni parola, ogni sguardo, cercava spiegazioni: magari stress, magari crisi di mezza età, magari solo umore nero.

Invece lui non la amava più. E taceva, mentre lei costruiva progetti, rinunciava alla carriera, preparava il corpo a una maternità.

Decise distinto. Basta forse, magari, bisogna aspettare. Era finita.

Divorziamo.

Lorenzo impallidì. Lucia vide il pomo dAdamo che tremava.

Aspetta, non così di fretta. Possiamo provarci
Provarci?
Facciamo un figlio, dai? Magari cambia tutto. Si dice che i figli uniscono.

Lucia scoppiò a ridere, amaro e senza grazia.

Un figlio peggiorerebbe solo le cose. Tu non mi ami. Perché dovremmo avere figli? Per poi lasciarli senza una famiglia vera?

Lorenzo taceva. Non aveva niente da obiettare.

Lucia se ne andò lo stesso giorno. Mise in una borsa lo stretto necessario, trovò una stanza in affitto presso una conoscente. Dopo una settimana portò i documenti per il divorzio; le mani non le tremavano più.

La divisione dei beni si annunciava lunga: casa, auto, quindici anni di acquisti e decisioni comuni. Lavvocato parlava di valutazioni, di quote, di trattative. Lucia annuiva, prendeva appunti, cercava di non pensare che adesso la loro vita si misurava in metri quadri e cavalli fiscali.

Presto trovò un bilocale tutto suo. Lucia imparava a vivere da sola. Cucinare una sola porzione. Guardare serie senza commenti allorecchio. Dormire occupando tutto il letto.

Le notti erano dure. Restava stretta al cuscino e ricordava: le margherite del mercato, le coperte ai giardini, la sua risata, le mani, la voce che sussurrava sei la mia ancora.

Faceva male, terribilmente. Quindici anni non si buttano via come un vecchio vestito.

Ma, tra il dolore, sentiva anche altro: sollievo. Una fragile sensazione di correttezza. Ce laveva fatta. Aveva avuto il coraggio di fermarsi prima di legarsi per sempre a quelluomo tramite un figlio. Prima di restare incastrata in un matrimonio vuoto per la famiglia.

Trentadue anni. Tutta la vita davanti.

Paura? Tanta.

Ma andrà avanti. Non ha altra scelta.

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