Mi Sono Innamorata del Vicino. Mio Figlio Non Vuole Sapere Chi Sono

Caro diario,

oggi la mia casa è diventata un teatro di emozioni incontrollabili. Mio figlio Marco, seduto al tavolo della cucina, ha alzato la voce come un fulmine: Che stai facendo, mamma? Sei impazzita? Il suo viso era rosso come una barbabietola. Tu con il vicino? Con quel vecchio strambo dietro il recinto?

Io tenevo ancora una strofinaccio tra le mani, sorpresa da una reazione così violenta. Ho risposto con un filo di voce che cercava di spiegare: sto frequentando il signor Stefano Bianchi. Da mesi parliamo, ci sentiamo bene insieme, credo di essermi innamorata.

Papà non è nemmeno tre anni nel sepolcro! ha gridato Marco. Come puoi farlo?

Il terrore mi ha avvolta; volevo sedermi, ma lui ha già accelerato verso la porta. Non chiamarmi più, non voglio più saperti, ha sbattuto la porta con tale forza che i vetri hanno tremato. Poi è calata una silenziosa, spessa come il piombo.

Sono rimasta sola, ma non è quella solitudine consueta a cui mi sono abituata negli anni. È il vuoto di un uomo che ho generato, cresciuto e amato più della mia stessa vita. Non ho fatto nulla di male, vero? Non ho cercato lamore; è arrivato silenzioso, attraverso il muretto, le tazze di tè, le risate in giardino. Ora il mio stesso figlio mi dice che non sono più sua madre.

Mi chiedo: ho davvero il diritto di essere felice?

Non ho chiuso occhio tutta la notte. Giacevo nel letto fissando il soffitto, mentre nella mia mente riecheggiava la sua frase: Non voglio più saperti. Quegli occhii hanno ferito più di qualsiasi altra cosa, persino più del funerale di Antonio, mio marito. Quella morte è stata una tragedia naturale; questaltra è come strappare il legame con il proprio figlio.

St Stefano mi ha scritto al mattino: Ti penso. Sono qui se vuoi parlare. Non ho risposto. Il rimorso non era verso di lui, ma verso Marco. Sentivo di aver compiuto qualcosa di irreversibile.

Ho attraversato la casa come un fantasma. Foto di famiglia sul comodino, tazze con la scritta la migliore nonna, disegni dei nipoti attaccati al frigorifero tutto mi ricordava che un tempo ero parte di qualcosa di stabile: madre, nonna, moglie. Ora mi sentivo unegoista.

La sera è arrivata Loredana, la mia figlia più giovane, con una torta e un succo di lampone, come al solito. Si è seduta al tavolo, mi ha guardato negli occhi e ha detto: Ho sentito quello che è successo.

Ho annuito, cercando di non far cadere le parole. E tu cosa ne pensi? ho chiesto a bassa voce.

Lei ha alzato le spalle. Onestamente? Non lo so. Papà era un uomo meraviglioso. È difficile immaginarti con qualcun altro. Ma non sei più una ragazza. Hai diritto a carezze, a vicinanza. Ha esitato. Solo, capisci Gabriele. Vive nei ricordi.

Ma io vivo nel presente, ho risposto. E mi sento molto sola.

Loredana mi ha stretto la mano delicatamente. Non so cosa dirti, mamma, ma sono con te. Queste parole sono state come una benda sulla ferita: non guariscono il dolore, ma mi danno la forza per alzarmi domani e andare in giardino, come sempre.

St Stefano era alla porta di campagna, con il suo sguardo goffo e una thermos di tè in mano. Posso stare un attimo? mi ha chiesto. Ho annuito. Si è seduto accanto a me sulla panchina.

Mi dispiace per tutto quello che è esploso, ha detto a bassa voce. Non volevo crearti problemi.

Non è colpa tua, ho risposto. Forse è solo che non ho diritto a queste cose.

St Stefano mi ha guardata con una serietà che non avevo mai visto nei suoi occhi. Non dire così. Hai diritto. Anchio. Dopo tutti questi anni abbiamo fatto tutto come si deve. Forse è il momento di fare qualcosa a modo nostro.

Una calda sensazione ha avvolto la mia gola. Non ho risposto, ma non sono fuggita. Sono rimasta, ho permesso a quel silenzio di avvolgerci, un silenzio che non ferisce ma che conforta.

Tre settimane sono passate. Gabriele non ha più dato notizie. Nessuna chiamata, nessun messaggio. I nipoti sono spariti, il silenzio è diventato un velo che ha tagliato la mia vita intera. Eppure, giorno per giorno, ho imparato a respirare di nuovo.

Con Stefano ci vedevamo quasi ogni giorno. Nulla di straordinario: tè, chiacchiere sulla panchina, qualche spesa insieme. Ma bastava per farmi sentire viva, vista non più come madre, vedova o nonna, ma come donna.

Un pomeriggio, tornando dal mercato del contadino, ho visto lauto di Gabriele parcheggiata davanti a casa. Mi sono fermata, quasi paralizzata. Per un attimo ho voluto tornare indietro, nascondermi, fingere di non esserci. Ma ho camminato dritta verso lauto e sono entrata.

Gabriele era seduto al tavolo, senza i bambini. Sono venuto a dirti che forse ho esagerato, ha iniziato senza guardarmi. Ma non riesco ancora ad accettarlo.

Mi sono seduta di fronte a lui. Non ti chiedo di accettare. Ti chiedo solo di non rifiutare.

Il silenzio è durato a lungo. Sai quanto amavo papà, ha detto infine.

Lo so. Io lo amavo anchio. Lui se nè andato. Io sono ancora qui. E non voglio morire dentro di me.

Alla fine ha alzato lo sguardo. Nei suoi occhi cera rabbia, dolore e, forse, un barlume di comprensione. Sarà difficile per me.

Per me lo è altrettanto, ho risposto. Ma non smetterò di volerti bene solo perché non sei daccordo con me.

Gabriele si è alzato, si è avvicinato e mi ha dato un breve abbraccio. Non ha detto altro, ma è stato sufficiente per cominciare.

Non so ancora se sia stata la decisione giusta. Ma lamore non arriva quando è comodo per gli altri. Arriva quando è vero, e allora bisogna accoglierlo, anche se significa che qualcuno si volterà. Anche se fa male. Perché solo così si può tornare a sentire di nuovo di vivere davvero.

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