Mi sono presa cura di mia suocera, ma lei ha lasciato l’appartamento a un’altra persona

Diario di Maria Brunetti

Mi porti un po dacqua? Ho la gola secca, te lo chiedo da unora, e tu sbatti pentole come se mi ignorassi di proposito!

Il tono lamentoso e graffiato di mia suocera, proveniente dalla stanza in fondo, mi fece sobbalzare, rischiando di far cadere il mestolo che avevo in mano. Inspirai a fondo e contai fino a dieci: ormai è una routine che ho imparato negli ultimi tre anni di vita in questa casa, che sembra sempre più una prigione. In cucina si mescolavano odori di pollo lesso e medicinali, un aroma che si era impresso persino fra le tendine e le pareti. Spensi il gas sotto il brodo, presi un bicchiere con acqua a temperatura ambiente né fredda, né calda e andai verso la camera di mia suocera.

Filomena Greco era semisdraiata su cuscini alti, con laspetto di un vecchio uccello scontento. I suoi occhi acquosi mi seguivano in ogni movimento. Sul comodino, tra boccette di gocce, blister di pillole e cruciverba, cera una busta marrone che non avevo mai visto.

Ecco qui, signora Filomena, beva pure, le dissi con calma, cercando di nascondere la stanchezza. Non ho sentito la sua chiamata, cera la cappa accesa. Il brodo di pollo è pronto, ora le passo le verdure come ha detto il medico.

Lei fece qualche sorso, storcendo il naso come se fosse aceto, poi posò il bicchiere.

Sempre scuse, brontolò ora la cappa, ora laspirapolvere, ora parli al telefono. E io qui, madre di tuo marito, morire di sete.

Non dica così, sono sempre qui, risposi abituata a ignorare i suoi rimproveri. Stavo sistemando la coperta quando la mia attenzione tornò sulla busta misteriosa, dove si vedeva langolo di un documento con timbro ufficiale.

Che cosè? Nuove analisi? chiesi, indicando la busta. Se cè da andare in farmacia, me lo dica.

La mano di Filomena si posò fulminea sulla busta, un gesto incredibilmente agile per una donna che mezzora prima si era lamentata di non riuscire a sollevare la forchetta.

Non toccare! ruggì. Sono affari miei.

Rimasi un attimo in silenzio. Di solito voleva che mi occupassi di tutto: ricette, bollette, lettere dal pensionato. Questa segretezza era strana.

Volevo solo aiutare iniziai, ma la porta dingresso sbatté e si sentì il passo greve di mio marito.

Guido è arrivato! il volto di Filomena si illuminò, con un sorriso mellifluo. Figlio mio, vieni dalla mamma, salvami da questa carceriera!

Entrò Guido, il mio compagno. Era stanco, la giacca stropicciata, la cravatta storta. Lavorava come responsabile vendite, spariva in ufficio fino a tardi, il clima di lamento e sfortuna lo teneva lontano da casa.

Ciao mamma. Ciao Maria, borbottò baciando la madre, senza nemmeno guardarmi. Che cè stavolta? Che carceriera? Maria sta dietro a te come una badante.

Eh, sta dietro sì Filomena arricciò le labbra. Sta solo aspettando che lasci il posto libero. Non pensa che io veda? Ha gli occhi vuoti, freddi. Nessuna affetto, solo dovere.

Mi venne da piangere. Tre anni fa, dopo lictus di Filomena, bisognava scegliere: badante o ospizio. Non cerano soldi per la badante, Guido rifiutò lospizio: cosa direbbe la gente, abbandonare mamma. Così lasciai il mio lavoro in biblioteca, portai Filomena dalla sua vecchia casa alla nostra, un trilocale, e decidemmo di affittare il suo bilocale per pagare le medicine e la riabilitazione.

Vado a preparare la tavola, dissi sottovoce e uscii dalla stanza.

A cena Guido mangiucchiava la polpetta svogliatamente.

Buona? sperai in una parola gentile.

Sì, non distolse lo sguardo dal cellulare. Senti, Maria, mamma vuole vedere Chiara. Dice che le manca.

Chiara era la nipote di Filomena, figlia della sorella defunta. Quarantenne, sempre rumorosa e truccata, ma totalmente incapace di rendersi utile. Veniva ogni sei mesi con una torta economica, stava unora a raccontare i suoi fallimenti amorosi, lasciava profumo nauseante e montagne di stoviglie sporche.

Perché proprio lei? chiesi. La signora Filomena ha la pressione alta, serve tranquillità, non un uragano come Chiara.

È mamma a chiedere. Dice che deve parlarle. Lasciala venire, sopporta unora.

Il giorno dopo Chiara arrivò a mezzogiorno. Entrò col tacco sul tappeto pulito, salutò: Maria, sei ingrassata? Quel vestito ti sta male. Dovè zia Filomena? Ho portato dolcetti!

Aveva dei marshmallow vietati a Filomena per via dello zucchero. Le indicai la porta senza parlare. Chiara sparì nella camera, e subito si sentì un fitto bisbiglio alternato a sospiri della suocera. Andai in cucina, mi misi a pulire, con la testa piena di inquietudine. La busta sulla mensola non mi lasciava in pace.

Unora dopo Chiara uscì raggiante, la busta stretta nella mano, infilata di fretta nella sua gigantesca borsa.

Allora, Maria, io scappo! Affari, sai, nellimpresa cè sempre da fare. Zia Filomena dorme, non svegliarla. Sei brava davvero, la casa è pulita. Però le tende, sono antiquate, le cambierei!

E sparì come era venuta.

La sera, mentre cambiavo le lenzuola a Filomena un lavoro massacrante, lei pesa e non collabora mi feci forza e chiesi:

Signora Filomena, che documenti ha dato a Chiara? Serve qualche copia per il Comune? Oppure per la pensione?

Filomena mi guardò di traverso, con uno sguardo astuto e quasi trionfante.

Eh, cara Maria, quello era il mio ringraziamento. Chiara è lunica anima buona che mi vuole bene, gratis. Non per leredità, non per la casa. Il sangue conta.

Sentii il gelo dentro.

Di quale casa parliamo? Il vostro bilocale è affittato, quei soldi servono per le cure, le medicine. Avevamo detto che, in futuro, sarebbe rimasta ai nipoti, ai figli nostri.

Filomena scoppio a ridere, un suono asciutto e rauco.

Avevamo detto, ah! Dividere la pelle dellorso Ho deciso diversamente. Oggi è venuto il notaio, mentre eri al supermercato. Ho regalato la casa a Chiara.

Mi bloccai stringendo il lenzuolo. Il mondo si inclinò.

Come dono? sussurrai. A Chiara? Quella Chiara che non ti porta mai un bicchiere dacqua? Che non sa neanche che medicine prendi?

Ma almeno non mi rimprovera! strillò Filomena. Tu cammini per casa sempre col muso, come se ti tormentassi! Aspetti la mia morte per prenderti la casa! E invece, niente! Chiara è la proprietaria, ufficialmente. Articolo 769 Codice Civile. Contratto di donazione. Non si torna indietro.

Mi sedetti. Le gambe non mi reggevano. Tre anni persi. Iniezioni, notti insonni, rinuncia al lavoro. E per cosa? Sentirmi trattare da opportunista?

E Guido? trovai la forza di chiedere. Lui lo sa?

Lo saprà quando sarà ora. La casa è mia, la dono a chi voglio. Ora vai, scalda il brodo, ho fame. E sistema il pannolone, mi stringe.

Mi alzai. Con la testa che ronzava, uscii in corridoio, presi il cappotto, la borsa e lasciai la casa. Avevo bisogno di aria.

Ho camminato per due ore, la testa piena di un solo pensiero: tradimento. Non solo quello di Filomena da lei non aspettavo affetto ma quello di Guido. Il notaio non può entrare a caso. Qualcuno doveva preparare tutto, aprire la porta, fornire i documenti.

Quando tornai, Guido era già a casa, mangiava il brodo direttamente dalla pentola.

Dove sei stata? mi chiese irritato. Mamma è urlante, pannolone bagnato e tu sparisci. Devo farlo io? Sono un uomo, mi dà nausea!

Lo guardai, per la prima volta davvero. Non vedevo un marito, non un appoggio, ma un uomo infantile, egoista, che si era sistemato bene.

Guido, dissi piano. Tua madre ha donato la casa a Chiara. Hai saputo?

Guido si strozzò col brodo, tosse, divenne rosso.

Che donazione? Maria, ma vaneggi?

No, non vaneggio. Lha detto e Chiara ha preso i documenti. Il notaio è venuto mentre ero fuori. Chi lo ha fatto entrare? Tu hai il duplicato delle chiavi, potevi passare durante la pausa?

Guido distolse lo sguardo, strappando nervosamente il pane.

Eh sono passato sì. Mamma mi ha chiesto. Diceva era per la pensione, o qualcosa del genere. Ho aperto la porta, era un avvocato, mi pareva serio. Non ho approfondito, Maria! Dovevo andare al lavoro!

Non hai approfondito? la voce mi tremava. Tua madre ha tolto leredità ai nostri figli, regalando la casa a una estranea, e tu non hai approfondito? E ora come si pagano le medicine? Il fitto non ci sarà più, Chiara venderà o userà la casa. Da dove hai intenzione di prendere i soldi? Dal tuo stipendio? O credi che io ritorni a lavorare per mantenere una donna che mi ha insultato?

Non cominciare con le scenate! Guido batté il pugno sul tavolo. Mamma non è lucida! Potremo impugnare tutto, dichiararla incapace!

Incapace? lo derisi amaramente. Perfetta lucidità dicevi tu, ogni volta che ti elogiava. Il notaio avrà chiesto i certificati, Chiara ha studiato tutto.

Dalla camera si sentì il grido:

Cè qualcuno? Sono tutta bagnata! Maria, vieni qui!

Guido fece una smorfia.

Maria, vai tu. Poi si vede che fare. Non può restare sporca.

In quellistante qualcosa si spezzò. Finiva il filo della pazienza, del dovere, del sacrificio. Guardai le mie mani: rosse, indurite dalla fatica. Ricordai che non andavo più dal parrucchiere, che avevo rinunciato al mare perché non sappiamo dove mettere mamma.

No, dissi.

Cosa vuoi dire, no? Guido rimase basito.

Non vado. Non la lavo più. Non cucino più minestrine. Non ascolto insulti. Ora cè la nuova proprietaria: Chiara. Il Contratto di donazione è gratuito ma, di coscienza, chi ha ricevuto la casa si prende anche il resto. Chiamala. Che venga lei a lavare Filomena.

Non sei normale! Guido scattò Chiara non risponde a questora! Non è capace! Maria, è mia madre!

Sì, tua madre. Non mia. La casa è di sua nipote. Io sono estranea. Carceriera, come diceva lei.

Andai in camera, non da Filomena, ma nella stanza matrimoniale. Presi la valigia dallarmadio.

Che fai? Guido era sbiancato, tremante.

Me ne vado. Vado da mia madre. La sua casa è piccola, ma almeno posso respirare.

Maria, ti prego! Filomena ha fatto una sciocchezza! Possiamo sistemare non abbandonarci! Come faccio da solo? Io lavoro!

Prendi una badante. Ah, già, non ci sono soldi la casa non cè più. Allora arrangiati. Dopo il lavoro, in notte, nel weekend. Benvenuto nel mio mondo, Guido.

Buttai in valigia maglie, biancheria, libri. Le lacrime scendevano, ma ormai contava solo la fuga.

Maria, non puoi! Sei mia moglie! Devi restare nel bene e nel male!

Nel male ci sono stata, Guido. Per tre anni. La gioia non lho vista. E, a proposito chiusi la valigia e mi raddrizzai Avvio la pratica di divorzio.

Per la casa?! Sei così attaccata ai soldi?!

Non per la casa, sciocco! urlai Perché mi avete resa una schiava! Perché hai aperto la porta al notaio! Perché ora pensi solo a chi cambierà il pannolone!

Trascinai la valigia verso lingresso. Dal letto di Filomena arrivavano lamenti.

Guido! Lei mi abbandona! Vuole uccidermi! Portami da bere!

Guido oscillava tra la porta della madre e quella di uscita.

Maria, almeno resta stanotte!

I miei duplicati li lascio sul tavolo, dissi fredda. Addio.

Uscì nellandrone, chiamai lascensore. Mi appoggiai alla parete fredda del vano e piansi, ma erano lacrime di liberazione.

La prima settimana dalla mamma fu come un sogno. Dormivo dodici ore, mangiavo, passeggiavo nel parco. Spensi il vecchio telefono e presi una nuova SIM per pochi intimi. Le notizie arrivavano comunque.

Da unamica seppi che Guido cercava Chiara. Lei inizialmente non rispose, poi disse che un dono è un dono, nessun obbligo di occuparsi della zia. Annunciò che avrebbe venduto la casa rapidamente per ingrandire la propria attività, e diede due mesi di tempo agli affittuari. In più, suggerì che Filomena doveva andare in una casa di riposo, vista la situazione.

Guido prese ferie. Poi malattia. Cominciò a chiamare i nostri figli Paolo e Francesca, studenti fuori città. Cercò di far leva sulla pietà, loro mi telefonarono.

Mamma, papà dice che sei una traditrice, disse Paolo. Ma noi sappiamo quanto hai lavorato. Non verremo. Abbiamo gli esami, e la nonna ha scelto Chiara.

Fui orgogliosa dei miei ragazzi. Hanno capito tutto.

Passò un mese. Ritornai in biblioteca. Stipendio modesto, ma il profumo di libri ha guarito il mio cuore meglio di qualsiasi medicina. Iniziai la pratica di divorzio. Guido non si presentò alle udienze.

Una sera, tornando dal lavoro, trovai Guido sotto casa. Aveva dieci anni di più, non si era rasato, puzzava di alcol e di quella vecchiaia umida che conoscevo troppo bene.

Maria mi si avvicinò. Aiutami. Non ce la faccio. Urla tutto il giorno. Chiara ha venduto già la casa, a certi agenti poco puliti, per pochi soldi. Manca il fitto, non ci sono soldi. Badante non possiamo permetterci. Ho lasciato il lavoro

Lo guardai senza provare nulla, solo fastidio.

E io che centro, Guido?

Tu sai come gestirla puoi tornare? Ti perdono tutto. Vendiamo lappartamento dove viviamo, compriamo uno più piccolo, assumiamo qualcuno.

Ti perdono? ripetei. Non sono io a dover essere perdonata. E non voglio tornare.

Maria, Filomena piange, dice che solo tu cucinavi bene

Dovevano pensarci prima, quando chiamavano il notaio.

Ma Chiara ci ha fregati! È unimbrogliona!

Chiara ha fatto ciò che Filomena le ha permesso. Filomena voleva comprare laffetto col mattone. La transazione è stata conclusa. Nessun reclamo.

Sei diventata crudele, sussurrò Guido.

No, Guido. Sono diventata libera. Vai via. Non tornare più. Fra una settimana cè ludienza. Spero che il giudice ci separi presto.

Lo superai ed entrai nel portone.

Maria! gridò E se porto Filomena in un casa di riposo statale? Cè la lista dattesa, serve la pratica, io non so, aiutami almeno con i documenti!

Mi fermai. Mi voltai.

Usa internet, Guido. Sei stato capo ufficio, ti arrangi. La mia parte è finita.

Chiusi la porta.

Dalla finestra vidi Guido ancora sotto, piccolo, piegato dalla responsabilità che per troppo tempo aveva scaricato su di me. Tirai le tende.

In cucina il bollitore fischiava. Mamma cuoceva i panzerotti con cavolo.

Chi cera, Maria? chiese la mamma dalla cucina.

Hanno sbagliato indirizzo, mamma. Solo un errore.

Mi sedetti, presi un panzerotto caldo e lo assaggiai. Era buono. Era davvero buono, per la prima volta dopo tre anni. La vita andava avanti, finalmente era mia. Filomena aveva ricevuto ciò che meritava: una nipote ricca e un figlio che, forse, ora impara a crescere, anche se tardi. La giustizia a volte arriva fredda, ma sazia lo stesso.

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