Mi sono preso cura di lui per otto anni. Nessuno mi ha mai ringraziato.

Caro diario,

oggi ho nuovamente il cuore pesante e mi sembra di rivivere otto lunghi anni di una vita che non avrei mai voluto. Nessuno mi ha mai detto grazie per quello che ho sopportato.

Sono una donna di settantadue anni, vedova da molti anni. Ho un figlio, Giovanni, una nuora, Ludovica, e un nipotino, Matteo. Il padre di Ludovica, Antonio, era un uomo gentile, un tempo professore di matematica al liceo di Bologna, ma la sua salute è peggiorata improvvisamente.

Abbiamo cercato di curarlo a tutti i costi, spendendo una somma considerevole di euro per le terapie, e io, con i miei risparmi, ho cercato di dare una mano. Quando la malattia lo ha costretto al letto, nessuno è venuto a prendersi cura di lui. Giovanni era sempre impegnato con il lavoro e i frequenti viaggi d’affari, Matteo studiava alluniversità, e Ludovica, dipendente di una banca a Roma, doveva far fronte a mille scadenze. Anche la figlia più grande di Ludovica, Elena, viveva a Milano e poteva solo telefonare di tanto in tanto.

Ludovica non poteva assentarsi dal lavoro: le hanno detto o lavori, o perdi il posto. Così ha scelto di restare al suo impiego e ha scaricato su di me la responsabilità di assistere Antonio. Allinizio mi chiedeva di passare una sola volta al giorno a casa sua, per cucinare e dargli da mangiare. Ho accettato, senza immaginare che quel gesto sarebbe diventato la mia routine per otto anni interi.

Allinizio rimanevo due ore, poi tornavo a casa. Con il passare del tempo, Ludovica mi ha delegato sempre più compiti: doversi occupare dei farmaci, del lavaggio, delle visite mediche. Così mi sono ritrovata a trascorrere lintera giornata al suo letto, tornando a casa solo al tramonto, e al mattino, a piedi, a percorrere le strade di Roma verso la loro casa.

Giovanni mi ha sempre guardato con compassione, capendo quanto fosse arduo per me. Mi ha consigliato più volte di smettere, ma non ha mai detto nulla a sua moglie, perché viveva nella stessa casa. La sorella maggiore di Ludovica, Francesca, mi chiamava spesso per darmi ordini: Fai così, fai così, non dimenticare questo, non fare quello. Quando non riuscivo a soddisfare le sue richieste, Ludovica si mostrava irritata, arrivando persino a dirmi: Se non ti va, porta via tuo figlio e vattene! Io riesco da sola, troverò una babysitter!.

Ho dovuto ascoltare quelle parole per otto anni, fino al giorno in cui Antonio è venuto a mancare. Nessuna delle sue figlie si è avvicinata a me per un semplice grazie. Anzi, la più anziana ha sostenuto che nessuno mi aveva costretto a curare suo padre, che lo avevo fatto di mia volontà.

Mi rendo conto che ho fatto del bene, ma il mondo sembra così spietato da non concedere nemmeno un gesto di gratitudine. Il silenzio dei loro ringraziamenti è un peso che porto ancora, e scrivere queste parole è lunico modo per non dimenticare.

Con affetto,
Maria.

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Mi sono preso cura di lui per otto anni. Nessuno mi ha mai ringraziato.