Mi sono serviti sessantacinque anni per capire davvero.
Il dolore più grande non è ritrovarsi in una casa vuota.
La vera sofferenza è vivere circondata da persone che ormai non ti vedono più.
Mi chiamo Giulia. Questanno ho compiuto sessantacinque anni.
Un numero morbido, che suona bene, ma che non mi ha regalato gioia.
Nemmeno la torta che mi ha preparato mia nuora mi è risultata dolce.
Forse avevo perso il gusto sia per i dolci che per le attenzioni.
Per gran parte della mia vita ho pensato che invecchiare volesse dire restare soli.
Stanze silenziose. Un telefono che non squilla. Fine settimana che passano muti.
Credevo che questa fosse la tristezza più amara.
Ora so che esiste qualcosa di ancor più pesante.
Peccato peggiore della solitudine è una casa piena di gente, in cui lentamente sparisci.
Mio marito è venuto a mancare otto anni fa.
Siamo stati insieme trentacinque anni.
Era un uomo calmo, equilibrato, di poche parole ma capace di darti pace profonda.
Sapeva rimettere a posto una sedia sgangherata, accendere la stufa gelida
e bastava uno sguardo suo a quietare il mio cuore.
Quando se nè andato, il mondo ha iniziato a tremare sotto i miei piedi.
Mi sono trasferita vicino ai miei figli Lorenzo e Chiara.
A loro ho dato tutto.
Non perché dovessi, ma perché lamore per loro era il mio unico linguaggio.
Cero per tutte le febbri, gli esami, i brutti sogni della notte.
Credevo che un giorno quellamore mi sarebbe tornato addosso nella stessa forma.
Pian piano le loro visite si sono diradate.
Mamma, non adesso.
Unaltra volta.
Questo weekend abbiamo già impegni.
E io aspettavo.
Un pomeriggio Lorenzo mi dice:
Mamma, vieni a vivere da noi. Almeno non starai sola.
Ho messo la mia vita in quattro scatoloni.
Ho regalato la trapunta che avevo cucito da ragazza, dato il vecchio bollitore alla vicina, venduto la fisarmonica impolverata e sono entrata nella loro casa grande e moderna.
Allinizio tutto era caldo.
Mia nipote mi stringeva forte tra le braccia.
Sofia mi offriva il caffè ogni mattina.
Poi il tono è cambiato.
Mamma, abbassa un po la televisione.
Resta in camera, abbiamo degli amici.
Per favore, non mischiare il tuo bucato al nostro.
E poi quelle parole, che mi sono entrate nel petto come sassi:
Siamo contenti che sei qui, ma non approfittarne.
Mamma, ricordati che questa non è casa tua.
Cercavo di rendermi utile.
Cucinavo, piegavo il bucato, giocavo con la mia nipotina.
Eppure sembravo invisibile.
O peggio un peso silenzioso, attorno al quale tutti si muovono in punta di piedi.
Una sera ho sentito Sofia al telefono.
Diceva:
Mia suocera è come un vaso messo in un angolo. Sta lì, ma è come se non esistesse. Così è tutto più facile.
Non ho dormito quella notte.
Sono rimasta sveglia, fissando le ombre sul soffitto, e ho capito, con grande dolore:
Sono circondata dalla mia famiglia, ma più sola che mai.
Un mese dopo ho detto loro che avevo trovato un piccolo appartamento in campagna, vicino a una vecchia amica.
Lorenzo ha sorriso, sollevato, senza nemmeno provarsi a nasconderlo.
Ora vivo in un modesto bilocale poco fuori Firenze.
Mi preparo il caffè ogni mattina, da sola.
Leggo vecchi romanzi.
Scrivo lettere che non spedirò mai.
Nessuno mi interrompe.
Nessuno mi giudica.
Sessantacinque anni.
Adesso pretendo molto meno.
Vorrei solo sentirmi di nuovo una persona.
Non un carico.
Non uneco in sottofondo.
Ho imparato questo:
La vera solitudine non è il silenzio di una casa.
È il silenzio nel cuore di chi ami.
È essere tollerati, mai ascoltati davvero.
Sopravvivere senza essere mai veramente visti.
La vecchiaia non è nel volto.
La vecchiaia è lamore che hai donato
e il momento in cui capisci che nessuno lo sta più cercando.






