Mi sono sposata per sfuggire alla povertà, e ora vivo in una bellissima gabbia. Ho 35 anni. Quando n…

Mi sono sposato per fuggire dalla povertà, e ora vivo in una splendida gabbia. Ho trentacinque anni. Quando avevo ventanni, non ero proprio povero, ma ogni euro contava. Studiavo da studente lavoratore: frequentavo luniversità serale e durante il giorno lavoravo in una panetteria. Tornavo stanco, con i piedi gonfi, chiedendomi se quel mese sarebbero bastati i soldi per il tram, le fotocopie, la spesa e le tasse universitarie. Sognavo una vita più tranquilla: non lussuosa, ma semplicemente stabile.

Poi ho incontrato lui. Aveva quaranta anni, professore universitario, sempre in giacca, con la sua Fiat e i discorsi su viaggi, investimenti, sicurezza. Non mi sono innamorato subito. Mi piaceva, sì, ma più che il suo volto o il modo in cui parlava, era ciò che rappresentava che mi attirava: riposo, serenità, la fine della lotta quotidiana.

Abbiamo iniziato a frequentarci e subito la differenza era evidente. Mentre io guardavo i prezzi sul menù, lui ordinava senza chiedere quanto costasse. Mentre io parlavo di lavori extra, lui pensava di comprare un altro appartamento a Milano per investire. Mi diceva cose come: Non devi vivere così tirato, Posso offrirti un futuro migliore, Non voglio che tu faccia tutto da solo. Quelle parole sono rimaste impresse nella mia testa.

Sapevo che finendo gli studi la mia situazione sarebbe forse migliorata, ma avrei dovuto aspettare anni. Con lui, il salto sarebbe stato immediato. Sei mesi dopo mi ha chiesto di sposarlo. Non ho pianto di gioia. Sono rimasto in silenzio. Quella notte ho dormito poco. Ho pensato a mia madre, alle mie mattine stanche, a non dover più contare centesimi, a una bella casa.

Mia madre allinizio era contraria. Mi diceva che ero troppo giovane, che lui era troppo vecchio, che non vedeva amore nei miei occhi. Le ho risposto che lamore non paga le bollette, che ero stanco di rinunce e che volevo qualcosa di più. Abbiamo pianto tanto. Alla fine ha accettato, perché non voleva perdermi.

Ci siamo sposati un anno e mezzo dopo esserci conosciuti. Tutto è successo in fretta: casa grande, mobili nuovi, viaggi nei primi mesi. Postavo foto col sorriso, ma dentro mi sentivo un attore che sta recitando una parte, scelta non dallamore, ma dalla comodità.

Non posso dire che lui sia un uomo cattivo. È una persona presente, generosa, un padre eccellente per i nostri figli, aiuta sia sua madre che la mia, non tradisce, non è aggressivo. Non è lui il problema. Il problema sono io. Non riesco ad amarlo come si ama davvero. Lo rispetto, lo ammiro, sono grato per tutto ciò che ha fatto, ma non sento quella passione che ti scuote il petto.

Il suo modo di vivere è diverso dal mio. Va a dormire presto, non ama uscire, preferisce le serate tranquille, non vuole cambiamenti. Io invece vorrei ancora viaggiare, ridere forte, improvvisare, vivere le farfalle allo stomaco. Ma mi adatto. Mi adatto sempre.

Ci sono notti in cui mi sdraio in un letto enorme, con il climatizzatore, la quiete, il comfort, e sento una strana vuotezza. Non è tristezza, ma la sensazione di vivere la vita giusta, ma non quella che mi rende felice. Cucino nella mia cucina moderna, accompagno i figli in ottimi licei, non mi manca nulla ma spesso mi manca l’emozione, il desiderio, lillusione. Lui mi dice Ti amo e io rispondo Anchio, ma dentro la mia voce suona diversa.

A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se fossi rimasto solo, se mi fossi laureato senza scorciatoie, se avessi aspettato un altro tipo damore. A volte mi vergogno pure di pensare queste cose, perché ci sono persone che darebbero tutto per la sicurezza che ho. Ed è lì che arriva la colpa: non ho diritto di lamentarmi, ma non riesco nemmeno a mentire a me stesso.

Alla fine di questa pagina, mi chiedo che consiglio mi dareste per trovare la felicità. Oggi ho imparato che la stabilità può avere un prezzo, e che la libertà e lamore autentico a volte sono più preziosi di qualsiasi comfort.

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