Mi sono sposato con una donna che aveva già una bambina piccola. Diciotto anni dopo, lei mi ha lasciato. Ma sua figlia ha scelto di passare le feste con me.
Indossavo ancora il pigiama, alle tre del pomeriggio del 22 dicembre, mentre mangiavo cereali direttamente dalla scatola, quando ho sentito una chiave che girava nella serratura.
Dannazione. Claudia aveva ancora una copia della chiave.
Ma non era Claudia. Era Martina, con due valigie enormi e il suo zaino delluniversità sulle spalle.
Ciao, papà.
La scatola dei cereali mi è caduta dalle mani.
Martina? Ma?
Mi trasferisco da te. Ha appoggiato le valigie con un tonfo deciso. Beh, se per te va bene. Altrimenti sarebbe imbarazzante, ormai sono arrivata.
Mi sono alzato dal divano così di scatto che ho sentito la testa girare.
Trasferirti? Tua madre lo sa?
Certo. Abbiamo avuto la conversazione. Ha fatto le virgolette con le dita. Le ho detto che voglio vivere qui. Che questa è sempre stata casa mia. Claudia ha pianto, io ho pianto, è stato un disastro, ma mi ha capita.
Però
Papà, mi ha guardato con quella serietà che tirava fuori solo nei momenti importanti la mamma si è rifatta una vita, con un appartamento super minimalista dove è tutto bianco e ho paura a toccare qualsiasi cosa. Tu invece hai questa casa dove posso lasciare la tazza dovunque senza che nessuno abbia un attacco isterico.
Ehi, però io pulisco.
Certo, per questo ci sono tre tazze in salotto.
Aveva ragione. E in cucina ce nerano almeno il doppio.
E poi ha continuato, togliendosi il cappotto qualcuno dovrà pur impedire che tu viva solo di cucina cinese da asporto e malinconia.
Ho riso, anche se avevo un nodo in gola.
Mangio con le bacchette. Vuoi mettere?
Questa non è una vita, è sopravvivenza base.
Martina è andata in cucina a fare unispezione.
Siamo messi peggio di quanto immaginassi. Ha aperto il frigo. Salsa di soia, tre birre e yogurt scaduto? Papà, che tristezza.
È scaduto solo da un paio di settimane.
Cè scritto marzo.
Marzo era due mesi fa. Ok, hai ragione.
Si è girata verso di me con le mani sui fianchi, proprio come faceva da bambina quando mi convinceva a rifarle le trecce.
Domani si va al supermercato. Stasera ordiniamo la pizza come gente normale. Hai ancora il numero di quella pizzeria con la mozzarella extra?
Ce lho tra i preferiti.
Ovviamente.
Mentre aspettavamo la pizza, si è fatta un giro per la casa, tipo agente immobiliare.
La tua stanza è un disastro, ma la mia è identica a comera. Ha sorriso entrando nella sua vecchia camera. Persino i miei orribili poster sono ancora là.
Ce li hai messi tu. Io non ho mai toccato niente.
È rimasta in silenzio, guardando le pareti, le foto, la scrivania piena di vecchi libri.
Sai qual è la cosa buffa? La mamma mi ha proposto di sistemare tutto come mi piaceva nel suo nuovo appartamento. Come vuoi tu, ha detto. Ma si è seduta sul letto qui è già come voglio. Questo è il mio posto.
Mi sono seduto accanto a lei.
Martina, non devi restare per pietà. Sto bene, davvero.
Non è pietà, sei un cretino. Mi ha dato una gomitata. È perché, quando avevo un anno e mezzo e ho iniziato a camminare, tu eri lì ad aspettarmi a braccia aperte. Perché, quando facevo i brutti sogni, mi facevi dormire nel tuo letto. Perché, quando mi sono diplomata, hai pianto più di me.
Non ho pianto tantissimo.
Papà, hai usato tre fazzoletti.
Era allergia.
Alle emozioni, forse.
Ha sorriso e mi si è appoggiata sulla spalla.
Tu sei il mio vero papà. Non quello che mi ha dato il DNA, ma quello che mi ha dato tutto il resto. E adesso che hai questa casa grande solo per te e mangi cereali tristi in pigiama pensi che ti lasci così? Dimenticalo.
Mi si è spezzata la voce.
Ti voglio bene, piccolina.
Anchio ti voglio bene, vecchio mio. Ma domani puliamo. Cè un odore strano qui dentro.
La Vigilia è arrivata e Martina ha mantenuto la promessa. Mi ha trascinato al supermercato.
Facciamo una cena come si deve. Niente cinese da asporto.
Ma è tradizione
Nuova tradizione: cuciniamo davvero. Forza.
Abbiamo comprato di tutto. Lei buttava in carrello roba con entusiasmo preoccupante.
Sappiamo cucinare tutto questo? ho chiesto.
Ovviamente no. Ma abbiamo internet e coraggio. Ci basta, no?
Non bastava per niente.
Il tacchino era quasi crudo dentro e bruciato fuori. Il purè sembrava colla. Le verdure erano carbone.
Siamo rimasti fermi a guardare la catastrofe sul tavolo.
Beh, ha detto Martina possiamo sempre
Ordinare cinese?
Cinese sia.
Abbiamo mangiato direttamente dalle confezioni, ridendo come matti del nostro disastro culinario. Ed è stata la migliore Vigilia che abbia avuto da mesi.
Sai che cè? ho detto. Questa sarà la nostra tradizione.
Proviamo a cucinare qualcosa di elegante, facciamo un casino pazzesco e poi salviamo la serata col cinese da asporto.
Perfetto.
Dopo cena ha tirato fuori una scatolina.
Tieni, il tuo regalo.
Dentro cera una chiave con un portachiavi fatto a mano, dove cera scritto Casa.
La copia della mia chiave. Ora è ufficiale: vivo qui. Ha sorriso. È un po storta, ma fatta col cuore.
Lho abbracciata forte.
È perfetta.
Ehi, così soffoco.
Sta zitta e lasciami godere il momento.
Ha riso, abbracciandomi a sua volta.
Grazie di tutto, papà. Per questi diciotto anni. Per non essere mai sparito. Per essere tu.
Grazie a te che hai scelto di rimanere.
Sempre.
Quella notte sono rimasto sveglio a guardare la chiave nuova.
Claudia se nè andata e ha fatto male.
Ma Martina è rimasta.
E questo questo è tutto.





