Mi sono sposato con una donna che aveva già una bambina. Diciotto anni dopo, lei mi ha lasciato. Ma …

Mi sposai con una donna che aveva già una bambina. Diciotto anni dopo, lei mi lasciò. Ma fu sua figlia a scegliere di trascorrere le feste con me.

Era il 22 dicembre, verso le tre del pomeriggio, e io ero ancora in pigiama. Sgranocchiavo cereali direttamente dalla scatola, seduto in soggiorno, quando sentii la chiave girare nella serratura.

Accidenti. Loredana aveva ancora le chiavi.

Ma non era Loredana. Era Bianca con due valigie enormi e lo zaino delluniversità sulle spalle.

Ciao, papà.

La scatola dei cereali mi cadde di mano.

Bianca? Ma che?

Vengo a vivere da te. Posò le valigie con un tonfo. Beh, se vuoi. Se non vuoi, sarà piuttosto imbarazzante, visto che ormai sono qui.

Mi alzai di scatto dal divano, quasi mi girò la testa.

Vivere qui? Tua madre lo sa?

Certo, abbiamo fatto la chiacchierata. Fece le virgolette con le dita. Le ho detto che volevo stare qui. Che questa è sempre stata casa mia. Loredana ha pianto, io ho pianto, un disastro. Ma alla fine mi ha capita.

Però

Papà. Mi guardò con quellespressione seria che aveva quando diceva qualcosa dal profondo. La mamma adesso ha una nuova vita, un appartamento tutto minimalista, tutto bianco, dove hai paura anche solo di appoggiare una tazza. Qui invece posso lasciare il caffè sul tavolino e nessuno si agita.

Ehi, io pulisco.

Certo. Per questo ci sono tre tazze in salotto.

Aveva ragione. In cucina ce nerano almeno altre sei.

E poi continuò, togliendosi il cappotto qualcuno dovrà pur assicurarsi che non ti nutri solo di cibo da asporto cinese e malinconia.

Scoppiai a ridere, nonostante il nodo in gola.

Uso le bacchette. È già qualcosa.

Quello è il minimo sindacale, non una vita vera.

Bianca andò in cucina e iniziò a fare unispezione.

Ok, è peggio di quanto pensassi. Aprì il frigo. Salsa di soia, tre Peroni e yogurt scaduto? Papà, non va bene.

È scaduto solo da due settimane.

Cè scritto marzo.

Marzo era due vabbè, hai ragione.

Si voltò verso di me con le mani sui fianchi proprio come quando aveva otto anni e mi faceva rifare le sue trecce.

Bene. Domani andiamo al supermercato. Oggi ordiniamo una pizza, come persone civili. Hai ancora il numero di quella pizzeria con la mozzarella doppia?

È tra i miei preferiti.

Ovviamente.

Mentre aspettavamo la pizza, lei fece un giro in casa, come un agente immobiliare.

La tua stanza è un casino totale, ma la mia è rimasta uguale. Sorrise entrando nella sua vecchia camera. Hai lasciato persino quegli orribili poster del liceo.

Li hai messi tu. Io non tocco mai le tue cose.

Rimase un attimo a guardare le pareti, le foto, la scrivania piena di vecchi libri.

Vuoi sapere una cosa buffa? La mamma mi ha proposto di sistemare tutto come volevo, nel nuovo appartamento. A tuo piacimento, ha detto. Ma si sedette sul letto qui è già a mio piacere. Questo è casa mia.

Mi sedetti accanto a lei.

Bianca, non devi restare per pena. Me la cavo, davvero.

Non è pena, scemo. Mi diede una spinta sulla spalla. È perché, quando avevo un anno e mezzo e ho iniziato a camminare, tu eri lì ad aspettarmi. E quando avevo gli incubi, tu mi facevi dormire nel tuo letto. E quando mi sono diplomata, hai pianto più di me.

Non ho pianto così tanto.

Papà, hai usato tre fazzoletti di fila.

Sono allergico.

Ai sentimenti, forse.

Sorrise e appoggiò la testa sulla mia spalla.

Sei il mio papà. Non quello che mi ha dato metà del DNA, ma quello che mi ha dato tutto il resto. E adesso, che hai questa casa enorme solo per te e mangi cereali tristi in pigiama, credi davvero che io ti lasci solo così? Neanche per sogno.

Mi tremò la voce.

Ti voglio bene, piccolina.

Ti voglio bene anchio, vecchietto. Ma domani si fa pulizia, qui dentro cè un odore strano.

Alla Vigilia di Natale, Bianca mantenne la promessa. Mi portò di peso al supermercato.

Stavolta facciamo una cena come si deve. Niente cibo dasporto in scatola.

Ma è tradizione

La nuova tradizione è cibo vero. Forza.

Prendemmo di tutto. Lei riempiva il carrello con entusiasmo sospetto.

Ma noi sappiamo cucinare tutta sta roba? chiesi.

Certo che no. Ma abbiamo internet e coraggio. Basterà.

Non bastò.

Il tacchino era crudo dentro e bruciato fuori. Il purè sembrava colla. Le verdure erano carbonizzate.

Restammo a fissare in silenzio il disastro sul tavolo.

Beh, disse Bianca possiamo sempre

Ordinare cinese?

Ordinare cinese.

Mangiammo direttamente dalle scatole, ridendo del fallimento culinario, ed è stata la Vigilia di Natale più bella degli ultimi mesi.

Sai che ti dico? dissi. Dovrebbe diventare la nostra nuova tradizione.

Proviamo a cucinare come chef, facciamo un disastro e ordiniamo cinese.

Perfetto.

Dopo cena, tirò fuori una scatolina.

Tieni. Il tuo regalo.

Dentro cera una chiave, con un portachiavi fatto a mano: cera scritto Casa.

È la copia della mia chiave. Ora vivo ufficialmente qui. Sorrise. È un po storta, ma fatta con tanto affetto.

La strinsi forte.

È perfetta.

Ehi, mi soffochi.

Zitta, lasciami godere il momento.

Lei rise e contraccambiò labbraccio.

Grazie di tutto, papà. Per questi diciotto anni. Per non essere mai andato via. Per essere tu.

Grazie a te per aver scelto di restare.

Sempre.

Quella notte rimasi sveglio a guardare la nuova chiave.
Loredana era andata via e faceva male.
Ma Bianca era rimasta.
E questo questo era tutto.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve − four =

Mi sono sposato con una donna che aveva già una bambina. Diciotto anni dopo, lei mi ha lasciato. Ma …