Mi sono vergognata terribilmente del grasso nero sotto le unghie del mio ragazzo durante un costoso …

Ero profondamente imbarazzata dal grasso nero incastrato sotto le unghie del mio ragazzo durante un costoso brunch domenicale almeno finché non mi sono resa conto che il signore elegante davanti a noi non riusciva nemmeno a pagarsi la sua fetta di pane con avocado.

Il locale era uno di quei caffè di moda del centro di Milano, dove sul menù neppure cè il simbolo delleuro e alle pareti ci sono più piante che sedie dava davvero limpressione di respirare. Era domenica. Il giorno in cui tutti fingiamo che la vita ci scorra leggera.

Avevo passato due ore a prepararmi. Trucco, capelli, un vestito che non sembrava mio né per taglia, né per portafoglio. Solo per non sembrare fuori luogo. Soprattutto davanti a Giada e al suo nuovo fidanzato.

Alessio era proprio il classico uomo che i social celebrano come di successo. Abito stirato alla perfezione. Sorriso sicuro. Profumo costoso dal tono deciso. Lavoro nella finanza e nella tecnologia detto come se bastasse a spiegare tutto. Parlava forte, sicuro, occupando tutto il tavolo anche prima che arrivasse il primo caffè.

Poi è arrivato Matteo.

Era in ritardo di venti minuti, veniva direttamente da un intervento urgente. Non profumava di colonia, ma di olio per motori, metallo freddo e una giornata lunga. Portava ancora le scarpe da lavoro. Il giubbotto catarifrangente gli pendeva dalla spalla come unestensione di sé. Il risvolto dei jeans era sporco. Quando si è seduto accanto a me, ho notato il grasso nero sotto le sue unghie incrostato nella pelle, qualcosa che non si toglie con un lavaggio veloce.

Quando ha spostato la sedia, il suono ha tagliato la sottile musica di sottofondo come uno schiaffo.

Ho visto lo sguardo di Giada prima sulle sue scarpe, poi sullabito di Alessio, infine su di me, con quel sorriso che mi ha fatto arrabbiare e intristire.

Mi sono rimpicciolita.

Non potevi almeno lavarti le mani? ho sussurrato.

Matteo mi ha guardata, stanco, ma non offeso. Non era la stanchezza del poco sonno. Era una fatica che abitava il corpo.

Scusa amore, ha detto piano. Si è rotta una linea principale in centro. Ho dovuto tenerla sotto controllo finché non è arrivata unaltra squadra. Non ho avuto nemmeno il tempo di darmi una sciacquata.

Ha ordinato solo un caffè e doppia porzione di pancetta. Niente cocktail, né toast. Solo ciò che tiene in piedi una persona.

Per lora successiva, Alessio ha diretto la conversazione come se fosse sul palco.

Parlava di libertà, rendite passive, della gente che ancora vende il proprio tempo per denaro perché non capisce il sistema. Rideva di chi lavora sodo, come fosse una colpa personale.

Poi si è rivolto a Matteo con un tono gentile che mascherava una carezza di condiscendenza.

Guarda Matteo, posso sistemarti. Toglierti dagli attrezzi. Uno come te non dovrebbe spezzarsi la schiena a trentanni. Se usi la testa invece delle mani, arrivi davvero lontano.

Ho trattenuto il fiato.

Matteo ha bevuto un sorso di caffè.

Mi piace il mio lavoro, ha risposto con calma. Milano ha bisogno di energia. E quando manca, non basta parlare per farla tornare. Qualcuno deve mettersi a ripararla.

Alessio ha sorriso, sempre un passo sopra.

Sì, il lavoro onesto, lo capisco. Ma non vuoi di più? Viaggiare, entrare nei negozi senza guardare il prezzo, una vita vera?

Colpiva anche me.

Perché anchio volevo “di più”. Volevo domeniche pulite. Mani sempre in ordine. Una vita che non odorasse di fatica. Mi sono odiata per quel pensiero, eppure cera. Perché la mia vita era sempre così pesante, mentre a Giada sembrava cadere tutto leggero?

Poi è arrivato il conto.

Una cifra vergognosa. Di quelle che ti obbligano a tornare sulla terra.

Offro io, ha annunciato Alessio, prendendo il conto come fosse un trofeo. Ha buttato la sua carta di credito sul tavolo con il gesto di chi si aspetta applausi. Festeggiamo.

Abbiamo aspettato.

La cameriera è tornata imbarazzata.

Mi dispiace, signore la carta è stata rifiutata.

Silenzio.

Alessio ha riso troppo in fretta.

Non è possibile. Provate ancora.

Riprovarono.

Mi dispiace davvero saldo insufficiente.

Il suo viso dapprima si è fatto rosso, poi pallido. Ha iniziato a digitare nervosamente sul telefono, farfugliando qualcosa di errori e bonifici in arrivo. Ho sbirciato sul display: nessun errore. Solo una notifica secca: limite quasi esaurito. Pagamento scaduto.

Ehm non ho contanti, ha sussurrato. Qualcuno può coprire per me? Vi restituisco subito.

Giada fissava il tavolo.

Ho guardato nella mia borsa. Sapevo che era impossibile.

Matteo non ha sorriso. Non ha goduto. Non ha fatto la morale.

Ha infilato la mano nella tasca sporca e ha tirato fuori un mazzetto di banconote, soldi veri, guadagnati con ore di lavoro.

Li ha contati con tranquillità, lasciati sul tavolo e spinti verso la cameriera.

Tieni pure il resto, ha detto sottovoce.

Quando si è alzato, la schiena ha scricchiolato. Il suo corpo ricordava la giornata. Ha poggiato una mano sulla spalla di Alessio, non per umiliarlo, ma per sostenerlo.

Tranquillo, ha detto. Capita a tutti un mese no.

Siamo usciti.

Sul parcheggio, Alessio e Giada si sono diretti verso la loro auto elettrica nuova di zecca lucida, silenziosa, perfetta. Lui ha tirato la maniglia. Niente. Ancora niente.

Bloccata.

Ha guardato il telefono, il viso si è spento.

Lhanno bloccata per la rata

Matteo mi ha accompagnata al suo vecchio furgone. Unammaccatura sul paraurti, fango sulle ruote. Dentro, attrezzi, elmetto, progetti, ricevute. Niente da esibire. Solo per lavorare.

Ha girato la chiave. Il motore si è acceso al primo colpo. Niente spettacolo. Era suo.

Osservavo le sue mani sul volante. Il grasso sotto le unghie. Una bruciatura fresca sul pollice. E dun tratto non mi sembravano più sporche.

Mi sembravano vere.

Stai bene? mi ha chiesto Matteo. So che sono arrivato così mi faccio una doccia appena torniamo a casa.

Gli ho preso la mano. Ruvida. Calda. Solida.

Non scusarti, gli ho detto. Penso che tu sia lunica cosa autentica in questa città.

Ci hanno cresciute per idolatrare lapparenza del successo e disprezzare il lavoro che regge tutto. Per credere che un completo significhi solidità, e labbigliamento da lavoro, problemi.

Ma quella domenica ho capito una cosa semplice:
Il valore non si vede a tavola.
Si vede quando arriva il conto.
Quando la facciata cade.
Quando qualcuno resta, paga e va via, senza annientare laltro.

E se hai vicino una persona che torna stanca con mani che tengono su il mondo
lì non manca niente di brillante.
Quella è una prova che da qualche parte, qualcosa continua a funzionare
per merito suo.

Per te, cosè il vero successo? Lapparenza o il lavoro vero?

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