Mi vergognavo persino ad andare al matrimonio di mio figlio. Sapevo che i miei vestiti erano vecchi, consunti, e che in mezzo a tutti quegli invitati eleganti sarei sembrato fuori posto. Ma non avevo alternativa.
Lavoro da anni come commesso in una piccola frutteria qui a Firenze. Lo stipendio è basso, ma ho sempre cercato di mantenere la mia dignità. Ho cresciuto mio figlio da solo dopo la perdita di mia moglie, e sono orgoglioso delluomo che è diventato. Non abbiamo mai vissuto nel lusso, ma siamo sempre rimasti onesti e umili, senza mai pretendere nulla in più di quanto il destino offrisse.
Quando mio figlio, Andrea, mi annunciò che aveva trovato lamore e voleva sposare una ragazza di una famiglia benestante, restai in silenzio. Ero felice per lui, certo, ma dentro mi chiedevo come poterli aiutare con le spese del matrimonio, dato che bastava appena per arrivare a fine mese.
Per tre mesi non ho chiuso occhio. Ero preoccupato per tutto: per i soldi, per i preparativi, per il fatto che il mio unico figlio stesse ormai spiccando il volo verso la sua nuova vita. Ma più di tutto, mi tormentava una domanda: cosa avrei indossato al matrimonio?
Quando ero giovane avevo un solo abito buono: un vestito verde, semplice, economico, che riservavo per ogni occasione importante. Lho indossato quando è nato Andrea, lo avevo addosso quando si è diplomato, e malgrado mi dispiacesse non poter offrire di meglio, anche per il suo matrimonio mi sono visto costretto a indossare quel vecchio vestito.
Appena sono entrato nella chiesa di Santa Croce, ho sentito le cugine della sposa sussurrare:
Ma quello è il padre dello sposo?
Avrebbe potuto mettere qualcosa di più presentabile… Che vergogna, il figlio si sposa e lui si presenta così…
Ogni parola era una lama. Mi sentivo fuori posto tra quei completi firmati, gioielli e sorrisi altezzosi.
Mi vergognavo del mio abito vecchio; in chiesa molti ridevano pian piano di me, ma ciò che fece la mia futura nuora lasciò tutti senza parole.
A un certo punto, la sposa, Francesca splendida, minuta, abbagliante in un vestito bianco che probabilmente costava più di quanto io abbia guadagnato in un mese mi si avvicinò. Mi sentivo ancora più piccolo accanto a lei, avevo quasi voglia di sparire.
Poi, davanti a tutti, lei fissò il mio abito verde e disse a voce alta:
Che meraviglia! È proprio il vestito che speravo indossassi. Ho visto le sue vecchie foto, è sempre stato bellissimo. Non è cambiato per niente, davvero! Sembra lo stesso di tanti anni fa, e le dona ancora moltissimo.
Nel silenzio che seguì, nessuno trovò il coraggio di commentare. Lei mi poggiò una mano sulla spalla e con tenerezza aggiunse:
Non so come ringraziarla per aver cresciuto un uomo così meraviglioso. Ha fatto tutto da solo, gli ha trasmesso i valori più preziosi: lamore vero. Sono orgogliosa di entrare a far parte della vostra famiglia. E poi, un abito… conta davvero così tanto nella vita?
Poi Francesca mi prese la mano e la baciò delicatamente.
Non sono riuscito a trattenermi: ho pianto lì davanti a tutti, con le lacrime che mi rigavano il volto. Era la prima volta che qualcuno riconosceva pubblicamente il sacrificio, la fatica e lamore con cui avevo cresciuto mio figlio.
Tutti ci osservavano in silenzio, sbigottiti.
E così, nel giorno più importante, ho capito che la ricchezza più vera è quella che ci portiamo nel cuore, non quella che indossiamo.






