**Diario personale**
Oggi è accaduto qualcosa che mi ha sconvolto il cuore. Mia figlia adolescente, Chiara, è tornata a casa con due gemellini appena nati, e poi è arrivata una telefonata inaspettata su un’eredità milionaria.
Quando Chiara, di soli 14 anni, è entrata in casa con un passeggino logoro che conteneva due neonati, ho creduto di aver vissuto il momento più scioccante della mia vita. Ma dieci anni dopo, una chiamata da un avvocato riguardo a milioni di euro mi avrebbe dimostrato quanto mi sbagliavo.
Guardando indietro, forse avrei dovuto intuire che qualcosa di straordinario stava per accadere. Mia figlia, Chiara, è sempre stata diversa dalle altre ragazze della sua età. Mentre le sue amiche si perdevano dietro ai cantanti famosi e ai tutorial di trucco, lei passava le notti a sussurrare preghiere nel cuscino.
«Dio, ti prego, mandami un fratellino o una sorellina», la sentivo supplicare ogni sera dalla sua stanza. «Prometto che sarò la migliore sorella maggiore del mondo. Aiuterò in tutto. Per favore, solo un bambino da amare.»
Mi spezzava il cuore ogni volta.
Io e mio marito, Enzo, avevamo provato per anni a darle un fratellino. Dopo diversi aborti spontanei, i medici ci avevano detto, con gentilezza, che non era destino. Glielo spiegammo come meglio potevamo, ma Chiara non perse mai la speranza.
Non eravamo ricchi. Enzo lavorava come manutentore in una scuola vicinasistemando tubature, ridipingendo le paretimentre io insegnavo pittura al centro culturale. Arrivavamo a fine mese, ma i lussi erano rari. Eppure, la nostra piccola casa era sempre piena di amore e risate, e Chiara non si lamentò mai.
Nellautunno dei suoi 14 anni, era tutta gambe lunghe e ricci ribelliancora abbastanza giovane per credere nei miracoli, ma già abbastanza grande per capire il dolore. Pensavo che le sue preghiere per un bambino sarebbero svanite.
Fino al pomeriggio che cambiò tutto.
Ero in cucina a correggere alcuni disegni quando sentii sbattere la porta dingresso. Di solito, Chiara gridava: «Mamma, sono arrivata!» prima di saccheggiare il frigorifero. Quella volta, solo silenzio.
«Chiara?» chiamai. «Tutto bene, amore?»
La sua voce tremava. «Mamma, devi venire. Subito. Ti prego.»
Qualcosa nel suo tono mi fece accelerare il cuore. Corsi in salone e spalancai la porta.
Eccola lì, sul portico, pallida come un fantasma, con le dita strette sul manico di un passeggino consumato. Dentro, due minuscoli neonati erano avvolti in una coperta sbiadita.
Uno si agitava, muovendo i pugnetti. Laltro dormiva tranquillo, il petto che si alzava e abbassava.
«Chiara» Mi mancò il fiato. «Che succede?»
«Mamma, ti prego! Li ho trovati abbandonati sul marciapiede», singhiozzò. «Sono gemelli. Non cera nessuno. Non potevo lasciarli lì.»
Le gambe mi cedettero.
Tirò fuori dalla tasca un foglietto piegato. La scrittura era affrettata, disperata:
*Per favore, prendetevi cura di loro. Si chiamano Matteo e Aurora. Non posso tenerli. Ho solo 18 anni. I miei genitori non me lo permettono. Per favore, amateli come io non posso fare. Meritano molto più di quello che posso dare loro ora.*
Il foglietto tremava tra le mie mani.
«Mamma?» La voce di Chiara si spezzò. «Cosa facciamo?»
Prima che potessi rispondere, arrivò lauto di Enzo. Scese e rimase pietrificato, quasi lasciando cadere la sua cassetta degli attrezzi.
«Ma quelli sono bambini veri?»
«Purtroppo sì», sussurrai. «E a quanto pare, ora sono nostri.»
Almeno temporaneamente, pensai. Ma il fuoco protettivo negli occhi di Chiara mi diceva unaltra cosa.
Le ore successive furono un vortice. Arrivò la polizia, poi unassistente sociale, la signora Bianchi, che visitò i bambini.
«Stanno bene», disse con dolcezza. «Hanno due o tre giorni. Qualcuno se nè preso cura prima di questo.»
«E adesso?» chiese Enzo.
«Affido temporaneo per stasera», spiegò.
Chiara scoppiò in lacrime. «No! Non potete portarli via! Ho pregato per loro ogni notte. Dio me li ha mandati. Per favore, mamma, non lasciare che li portino via!»
Le sue lacrime mi sconvolsero.
«Possiamo tenerli», dissi allimprovviso. «Solo per stanotte, mentre sistemate tutto.»
Qualcosa nei nostri voltio nella disperazione di Chiaraammorbidì la signora Bianchi. Accettò.
Quella notte, Enzo comprò latte e pannolini mentre io chiesi in prestito una culla a mia sorella. Chiara non si staccò da loro un secondo, sussurrando: «Questa è casa vostra ora. Io sono la vostra sorella maggiore. Vi insegnerò tutto.»
Una notte diventò una settimana. Nessuno reclamò i bambini. Lautrice del biglietto era ancora un mistero.
La signora Bianchi tornò spesso e, alla fine, disse: «Laffido potrebbe diventare permanente se siete interessati.»
Sei mesi dopo, Matteo e Aurora erano legalmente nostri.
La vita diventò un caos meraviglioso. I pannolini raddoppiarono le spese, Enzo fece turni extra e io insegnai anche nei weekend. Ma ce la facemmo.
Poi iniziarono i «doni miracolosi»buste anonime con soldi o buoni regalo, vestiti lasciati sulla nostra porta. Sempre della taglia giusta, sempre al momento perfetto.
Scherzavamo su un angelo custode, ma dentro di me, mi chiedevo.
Gli anni volarono. Matteo e Aurora crebbero vivaci e inseparabili. Chiara, ormai alluniversità, rimase la loro protettriceguidando per ore pur di non perdere una partita di calcio o una recita scolastica.
Finché, il mese scorso, il telefono fisso squillò durante la cena domenicale. Enzo lo prese, scettico, ma il suo volto si gelò. «Un avvocato», mormorò.
Luomo dallaltra parte si presentò come lavvocato Rossi.
«La mia cliente, Sofia, mi ha incaricato di contattarvi riguardo a Matteo e Aurora. Si tratta di uneredità considerevole.»
Risi amara. «Sembra una truffa. Non conosciamo nessuna Sofia.»
«Lei esiste davvero», assicurò. «Ha lasciato a Matteo, Aurora e alla vostra famiglia un patrimonio di 4,5 milioni di euro. Sofia è la loro madre biologica.»
Mi mancò il terreno sotto i piedi.
Due giorni dopo, eravamo nello studio di Rossi, a leggere una lettera scritta con la stessa grafia disperata del biglietto di dieci anni prima.
*Miei cari Matteo e Aurora,*
*Sono la vostra madre biologica, e non è passato un giorno senza che vi pensassi. I miei genitori erano severi e religiosi. Mio padre era un pastore importante nella nostra comunità. Quando rimasi incinta a 18 anni, si vergognarono. Mi chiusero in casa, non mi permisero di tenervi e non vollero che la nostra congregazione sapesse della vostra esistenza.*
*Non ebbi altra scelta che lasciarvi dove pregavo che qualcuno






