Dopo il divorzio, avevo deciso di non sposarmi mai più. Volevo dedicare tutta la mia vita a mia figlia.
Poi, un giorno, un uomo entrò nelle nostre vite. Era premuroso, rispettoso, e soprattutto, andava daccordo con mia figlia. Lei lo adorava, e nei suoi occhi vedevo che si sentiva al sicuro con lui.
Quando mi chiese di sposarlo, esitai un attimo. Ma mia figlia mi abbracciò e sussurrò: “Mamma, per favore, di di sì.” E così accettai.
Il giorno del matrimonio, tutto sembrava perfetto. Mia figlia era la nostra damigella, incaricata di portare il cestino di petali. Ma quando iniziò la musica, proprio mentre avrebbe dovuto camminare verso laltare non cera più.
La cercammo ovunque. Pochi minuti dopo, la trovammo chiusa in un armadio. Piangeva, ancora teneva stretto il cestino dei fiori.
Quando uscì, mi guardò con occhi pieni di confusione e chiese a bassa voce: “Perché sono stata punita, mamma?” Poi indicò con il dito chi laveva rinchiusa.
Il cuore mi si spezzò quando scoprì chi era stato e perché.
Puntò il dito verso Luisa mia suocera.
Quando la affrontai, rispose gelida: “Non è nemmeno mia nipote vera. È Sofia, mia nipote, che avrebbe dovuto essere la damigella e portare i fiori.”
Gli ospiti, sconvolti, trattennero il fiato.
Senza aggiungere altro, Luisa fu accompagnata fuori dalla sala, ancora convinta di non aver fatto nulla di male.
Mi chinai verso Ginevra, gli occhi lucidi, e sussurrai: “Se vuoi, questo è ancora il tuo momento.”
E lei, con determinazione, annuì.
La musica riprese, e in un silenzio carico di ammirazione, Ginevra avanzò verso laltare tra gli applausi commossi degli invitati.
Piccola, ma incredibilmente forte, sparse i petali con grazia, dignità e un coraggio immenso.
Alla fine, venne da me, il viso raggiante, e disse con orgoglio: “Ho fatto tutto da sola.”
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