Mia figlia ha deciso di iniziare la sua vita adulta andando a vivere con il suo ragazzo. Due settimane dopo ho incontrato Alessia con le valigie vicino al nostro portone

Una notte camminavo tra le nebbie di Via Garibaldi e rientrando nel mio appartamento a Bologna, fui colpita da una scena surreale: mia figlia, Lia, stava piegando le sue gonne di lino, infilando profumi e phon in una valigia che sembrava inghiottire ogni suo oggetto. I ricordi danzavano sulle pareti nella penombra.
Dove pensi di andare, Lia? sussurrai, ma la mia voce sembrò dissolversi come il fumo di un espresso dimenticato.
La mia Lia, appena maggiorenne, aveva ormai indossato labito dellautonomia. Gridai, echi di sbigottimento echeggiarono per la casa.
Mamma, trasloco! Vado a vivere con Mirko! annunciò Lei, i capelli scuri raccolti in una treccia che pareva liquida seta.
Come, vivi con chi? Chi è questo ragazzo? Non hai nemmeno pensato di presentarci? Insistevo, le mani tremanti sopra la tovaglia ricamata. E con quali soldi pensi di vivere? Ha una famiglia decente? Perché tanta fretta?
Mamma, lasciami andare. Siamo nel ventunesimo secolo! Ho diciotto anni, sono grande. La sua voce aveva il sapore acerbo dellindipendenza.
Non risposi. La guardai mentre sistemava il frullatoreche in realtà non avevo mai usatocon gesto solenne, come si salutano gli oggetti nei sogni, tra nostalgia e rassegnazione. Lia uscì. Alla finestra vidi una figura giovanile, Mirko, che le sollevava la valigia per le scale e pareva quasi librarsi sopra le antiche pietre bolognesi. Se le scelte adulte erano un dipinto, ecco la mia ragazza nei suoi colori surreali.
Il giorno dopo, mosso da un istinto insondabile, cambiai la serratura. Nellaria odorava ancora il profumo di basilico e rimpianto.
Passarono giorni sospesi, e Lia scomparve come una metafora. Poi, il telefono squillò: la sua voce al di là della linea pareva giungere da unaltra realtà.
Mamma, mi paghi la retta universitaria? chiese, le lettere della parola denaro galleggiavano tra noi come piccole lire scomparse.
Un nodo in gola. Aveva chiamato solo per questo: per euro e scuole, non per me.
No, cara. Ormai sei una donna indipendente. Non interferirò più. Le mie parole volavano via come farfalle fuori stagione.
Va bene, mamma. Lia richiuse la chiamata, un lampo tagliente di amarezza.
Aveva scelto la sua via; io mi adeguavo. Così, trasfigurai la sua vecchia stanza: una scrivania al posto dei poster, sedie nuove, il letto lasciato lìchissà se avrebbe desiderato il ritorno.
E giunse la seconda settimana. Tornando dal tabaccaio, tra le luci tremolanti dei lampioni, incrociai Lia nellatrio: valige strette a sé, occhi nuvolosi.
Perché non mi hai detto che tornavi, tesoro? la abbracciai tra profumi di cucina e nostalgia.
Mamma, mi vergognavo. Non ti fa piacere vedermi? Le lacrime le spuntavano come rugiada.
Mi fai sempre piacere, sciocchina. Entra.
Entrò. Aperse la sua valigia, ma dentro mancava la macchina del caffè. Scoprii che era rimasta a casa della mamma di Mirko, riscossione per viverci e per i pasti semplici: in questa Italia sognante nemmeno il caffè è mai davvero tuo. Mirko aveva trentanni. Quando Lia aveva compreso che non l’avrei più aiutata, chiese a lui di pagarle luniversità. Ma lui indietreggiò come chi, in sogno, rifiuta le responsabilità.
A questo punto, in questa strampalata realtà fatta di tortellini e malinconia, mi domando: che cosa avrà mai pensato Mirko, invitando la mia Lia a vivere con i suoi, senza lavoro, portando solamente valigie gonfie di desideri incompiuti?

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