“Mi hai cacciato di casa a 14 anni e ora ti aspetti che ti faccia “da badante” in vecchiaia? Non ci contare!”
Anna Maria non aveva semplicemente lasciato cadere la tazzina aveva infranto un frammento del passato che credeva ormai sepolto. La porcellana si era frantumata con un tintinnio assordante, spargendosi sul linoleum sbiadito come tracce di un’antica eleganza svanita da tempo. Una pozza di tè freddo si allargava lentamente, disegnando i contorni di un continente inesistente strano, ostile, pieno di dolore e promesse dimenticate.
“Come come osi?” La voce di lei tremava come una corda tesa sul punto di spezzarsi. Ogni parola le costava fatica, come se portasse il peso di tutti quegli anni. “Ti ho partorito, nutrito, cresciuto Sei mio figlio!”
“Mi hai cacciato,” la interruppe secco Federico, le braccia incrociate come unarmatura a protezione del cuore. “Questa è la parola che conta. Non mamma, non crescita, ma vai via.”
Luomo, magro, con il volto segnato dal tempo e dallamarezza, era appoggiato allo stipite. Il suo sguardo, pesante, quasi doloroso, trafiggeva la donna che un tempo era stata sua madre e ora gli sembrava unestranea. Le sopracciglia aggrottate, gli occhi freddi: niente spazio per il perdono.
“Piccolo mio” Anna Maria cercò di alzarsi, ma le ginocchia cedettero. Rimase lì, tra i cocci, come se anche un pezzo della sua anima si fosse spezzato. “Non capisci Erano tempi diversi Altre circostanze”
“Lo ripeti da anni,” la voce di Federico vacillò, ma serrò i denti, soffocando non solo la rabbia, ma il dolore. “Il ’98, la crisi, la criminalità, la povertà E hai deciso che un ragazzino di quattordici anni poteva cavarsela da solo? E ora, che hai bisogno, ti aspetti che mi prenda cura di te? No. Non succederà.”
Si staccò dallo stipite e attraversò la cucina minuscola, come se volesse occupare ogni centimetro di uno spazio diventato improvvisamente stretto. Il soffitto era basso, e doveva chinarsi per non urtarlo. Lappartamento dove era cresciuto gli sembrava una riproduzione in miniatura come se appartenesse a qualcun altro, ormai dimenticato.
Per Anna Maria, tutto era crollato in un istante. Suo marito, un ingegnere, non riceveva lo stipendio da mesi. Lei faceva la commessa al mercato, tirando avanti a stento. Poi, un giorno, Paolo era scomparso. Niente biglietto, niente chiamata. Sparito, come se si fosse dissolto nellaria.
Tre giorni dopo, la polizia: lo avevano trovato vicino ai binari. La versione ufficiale parlava di un incidente. Ma Anna Maria sapeva la verità: suo marito non aveva retto il peso della miseria, della disperazione, dellimpossibilità di mantenere la famiglia. Si era arreso. E laveva lasciata sola.
Con un figlio di quattordici anni. Con i debiti. Con le mani vuote.
“Dovrai stare un po dalla nonna,” gli aveva detto, riempiendo il vecchio baule consunto. Nella sua voce cera una menzogna che cercava di far passare per speranza.
“Per quanto?” aveva chiesto lui, tirandosi la manica del maglione, come se potesse aggrapparsi a qualcosa del suo vecchio mondo.
“Poco. Solo finché non mi sistemo.”
Aveva annuito. In silenzio. La nonna viveva in un paesino a duecento chilometri da Roma. Lautobus partiva una volta al giorno.
Federico ricordava ogni dettaglio di quel giorno. Come lei non lo guardava negli occhi. Come gli aveva stretto la mano alla stazione. Come gli aveva infilato una busta con i soldi e un bacio frettoloso sulla guancia.
“Tornerò presto. Ascolta la nonna.”
Si era seduto accanto al finestrino, come se stesse guardando verso il futuro. Lei era rimasta sulla banchina piccola, persa, sola. Lautobus era partito, e lei era rimasta indietro. Per sempre.
La nonna, Clotilde, viveva in una casa storta allestrema periferia del paese. Non laspettava Anna Maria non aveva nemmeno avvertito. Quando Federico aveva bussato, la vecchia lo aveva fissato a lungo, come se cercasse di riconoscerlo.
“Federichino? Il figlio di Anna?”
Aveva annuito.
“Dovè tua madre?”
“Ha detto che verrà più tardi.”
Clotilde aveva aggrottato le sopracciglia, ma laveva fatto entrare. Dentro, lodore di muffa, erbe medicinali e abbandono. Sul tavolo, una lampada a petrolio lelettricità funzionava a intermittenza.
“Sistemati,” aveva indicato il divano sformato. “Ma non pensare che sia una vacanza. Cè lavoro da fare.”
E così erano iniziati i suoi giorni in campagna. La madre non chiamava. Non scriveva. Non veniva. La prima settimana, Federico ogni giorno guardava verso la strada, sperando di vederla arrivare. Poi smise.
Clotilde era dura. Lo iscrisse alla scuola del paese, ma per il resto, era lavoro. Spaccava legna, portava lacqua, zappava lorto. Le mani, abituate ai libri e ai videogiochi, si riempirono di calli.
“Qui non sei un ospite,” diceva Clotilde. “Se vuoi mangiare, lavori.”
E lui lavorava. E di notte piangeva nel cuscino, piano, per non farsi sentire. E aspettava. Che la madre tornasse. Che lo riportasse a casa. Aspettava. Aspettava. Aspettava.
Passò un mese. Due. Sei. Un anno.
Un giorno trovò una lettera nella cassetta. Poche righe, la grafia di sua madre:
“Federichino, perdonami. Non posso venirti a prendere. Ho una nuova famiglia. Il mio compagno non vuole bambini. Rimani con la nonna. Un giorno ti spiegherò.”
Qualcosa si ruppe, in lui. Strappò la lettera in mille pezzi e li lasciò volare nel vento. Poi andò nel bosco e urlò, fino a perdere la voce.
“La nonna me lha mostrata quella lettera,” disse Federico, guardando la madre ancora seduta tra i cocci. “Non subito. Dopo tre anni. Quando scappai dal paese.”
Anna Maria sollevò lo sguardo.
“Ti ho scritto tante volte.”
“Una lettera, mamma. Una. E sarebbe stato meglio non riceverla mai.”
Scosse la testa:
“Non è possibile. Ne mandavo ogni mese. E soldi alla nonna.”
Federico sorrise amaramente:
“Allora ti ingannava. Io non ho visto né lettere né soldi.”
Negli occhi di Anna Maria passò qualcosa simile alla comprensione.
“Dio mio E io credevo che non rispondessi perché eri arrabbiato”
“Ero arrabbiato,” Federico appoggiò le mani sul tavolo. “Ogni giorno, ogni minuto. Sai cosa vuol dire crescere sapendo che tua madre ti ha buttato via come una cosa inutile?”
Clotilde era di unaltra epoca. Credeva che i figli andassero tenuti con il pugno di ferro, che il lavoro guarisse ogni male. Non lo abbracciava mai, non gli diceva parole dolci. Ma lo nutriva, lo vestiva, lo mandava a scuola.
E odiava sua figlia. Anna Maria, secondo Clotilde, era stata sempre viziata e incostante. Aveva abbandonato il paese, si era




