Mia madre se nè andata di casa quando avevo undici anni. Un giorno ha fatto le valigie e ciao, è sparita come la pasta nella pentola.
Mio padre mi disse che aveva bisogno di rimettere insieme la sua vita e che per un po non avremmo sentito parlare di lei. Quel per un po si è allungato più di una coda alla posta la mattina del lunedì.
Sono rimasta a vivere con mio padre. Abbiamo cambiato ritmo, casa e pure scuola insomma, tutto tranne la moka del caffè. Il suo nome, mamma, piano piano spariva dalle conversazioni, come lo zucchero nel caffè.
Durante tutta la mia adolescenza, non sapevo dove fosse. Niente telefonate, niente lettere, zero spiegazioni. Compleanni, diplomi, feste importanti: mamma non pervenuta. Mio padre non parlava mai male di lei, però neanche si dava troppo da fare per cercarla. Ogni volta che chiedevo, mi rispondeva che era stata lei a scegliere di andarsene, e che dovevo solo farmene una ragione, come quando piove ad agosto.
Cresciuta senza mamma. Senza ricordare la sua voce, senza una vera immagine, a parte qualche vecchia fotografia sbiadita.
Quando ho compiuto ventotto anni, ho deciso di provare a cercarla. Non mi ha spinto nessuno, sentivo solo il bisogno di avere delle risposteche qui la curiosità non manca, come i pettegolezzi al mercato.
Chiesi direttamente a papà se sapesse dovera. Mi disse di sì. Pare che abbia sempre saputo in quale paese abitava. Mi spiegò che quando ero piccola aveva il suo indirizzo, e che negli anni aveva sentito dire da terzi che stava ancora nello stesso quartiere. Mi diede un indirizzo scritto su un vecchio taccuino e, col suo solito entusiasmo alla napoletana, aggiunse che forse non ci viveva più.
Quella domenica presi il treno per quel paesino. Feci domande in qualche bottega e in un forno (lì si chiacchiera meglio che su WhatsApp) finché qualcuno non mi indicò una casetta bassa, con le persiane bianche e un portoncino di ferro. Sembrava più una scena da film dautore che una mia giornata.
Suonai.
Aprì lei. Non chiese chi fossi. Si fermò, mi guardò, come se stessi scegliendo il vino giusto al ristorante. Dissi il mio nome e che ero sua figlia. Non mostrò sorpresa nemmeno un battito di ciglia né un briciolo demozione. Mi chiese di restare sulla soglia: niente visita turistica in casa. Parlammo lì, tra il portone e il marciapiede.
Le dissi che volevo solo vederla e capire perché se nera andata. Lei mi spiegò che non intendeva riallacciare i rapporti e che preferiva non essere più cercata. Mi disse che anche sua madre laveva mollata quando aveva undici anni e che da allora aveva imparato solo una cosa: andarsene prima di affezionarsi troppo. Aggiunse che non aveva mai desiderato essere madre. Restare con me era stata una scelta per la quale non era pronta; andarsene, lunica cosa che sapesse fare davvero.
Le chiesi perché non mi avesse cercata quando sono cresciuta. Mi rispose che mio padre aveva sempre saputo dove trovarla e non laveva mai chiamata per chiederle di provare a riavvicinarsi. Secondo lei, questo era un chiaro segnale che era meglio starmene alla larga. Disse che non voleva riaprire il passato, né costruire un rapporto adesso, dopo tutti quegli anni.
In tutto, il nostro incontro fu più breve di un caffè al bar meno di quindici minuti. Niente abbracci, niente arrivederci melodrammatici. Mi disse che sperava capissi la sua scelta, poi chiuse la porta.
Quello stesso giorno ripresi il treno per tornare a casa.
Non lho più cercata. Non le ho scritto. Non ho saputo più nulla di lei.
Secondo voi ho sbagliato a provarci?



