Mia sorella è partita per un viaggio di lavoro, così per qualche giorno sono stato responsabile della mia nipotina di cinque anni, e tutto sembrava tranquillo almeno fino alla cena. Avevo preparato uno spezzatino di carne, lo avevo messo davanti a lei, ma lei rimaneva lì seduta, fissandolo come se non fosse realmente lì. Quando con delicatezza le ho chiesto: Perché non mangi?, ha abbassato lo sguardo e ha sussurrato: Oggi posso mangiare? Ho sorriso, un po confuso, ma sereno: Certo che puoi mangiare. Appena ha sentito quelle parole, è scoppiata a piangere.
Mia sorella, Francesca, è partita per Torino lunedì mattina, con la borsa del portatile a tracolla e quel sorriso stanco che i genitori indossano come fosse una maschera. Non aveva neanche finito di ricordarmi i limiti per la TV e lorario della nanna che sua figlia, la piccola Bianca, le si era aggrappata alle gambe, come se volesse davvero impedirle di uscire. Francesca lha staccata pian piano, le ha dato un bacio sulla fronte e le ha promesso che sarebbe tornata presto.
Poi la porta si è chiusa.
Bianca è rimasta ferma nel corridoio, fissando lo spazio dove poco prima cera sua mamma. Non ha pianto, non si è lamentata, semplicemente si è zittita in un modo che per una bambina di cinque anni sembrava troppo pesante. Ho provato ad alleggerire latmosfera. Abbiamo costruito una capanna di coperte, disegnato fiori e cavalli, ballato volteggiando in cucina con una musica buffa: mi ha regalato uno di quei sorrisi piccoli, che sembrano fatti di fatica.
Col passare delle ore, però, ho iniziato a notare certe cose. Bianca chiedeva il permesso per tutto: non le solite domande tipo Posso avere il succo? ma piccole cose come Posso sedermi qui? oppure Posso toccare quello? Perfino quando ridevo a una mia battuta, domandava: Posso ridere? Era strano, ma ho pensato fosse solo un modo suo di abituarsi allassenza della mamma.
Quella sera ho cucinato lo spezzatino pensando a qualcosa di caldo e rassicurante: carne tenera, carote, patate, il profumo che riempie la casa di sicurezza. Le ho versato una porzione in una ciotola, ho posato il cucchiaio e mi sono seduto davanti a lei.
Bianca fissava lo spezzatino come fosse qualcosa di sconosciuto. Non prendeva il cucchiaio, non sbatteva le palpebre, gli occhi fissi sul piatto e le spalle strette, come se si preparasse a ricevere un rimprovero.
Dopo qualche minuto, le ho chiesto piano: Ehi, perché non mangi?
Ha aspettato, poi abbassando la testa, quasi impercettibilmente, ha sussurrato: Oggi posso mangiare?
Per un secondo, non ho nemmeno realizzato il senso di quella domanda. Ho sorriso distinto, era lunico gesto che mi veniva naturale. Mi sono avvicinato un po e le ho detto sottovoce: Ma certo che puoi. Puoi sempre mangiare.
Appena lha sentito, la faccia di Bianca si è accartocciata e ha iniziato a piangere fortenon le lacrime di chi è solo stanca, ma il pianto di chi tiene dentro qualcosa da troppo tempo.
E lì ho capito che non era questione di spezzatino.
Sono corso dallaltra parte del tavolo, mi sono inginocchiato accanto alla sua sedia. Bianca continuava a piangere, con tutto il corpo che tremava. Lho abbracciata senza aspettarmi una sua reazione, ma mi ha stretto subito, nascosta contro la mia spalla come se avesse aspettato il permesso anche per quello.
Va tutto bene, le ho sussurrato, cercando di non tremare mentre il cuore mi batteva forte. Sei al sicuro qui. Non hai fatto niente di male.
Piangeva ancora più forte. Mi ha bagnato la maglietta con le lacrime, e potevo sentire quanto fosse fragile in quellabbraccio. A cinque anni si piange per il succo rovesciato o i pennarelli rottima questo era un pianto di dolore, di paura.
Quando si è calmata appena, le ho asciugato le guance e lho guardata. Era tutta rossa, il nasino gocciolante, e non voleva incrociare il mio sguardo: fissava il pavimento, con la tensione di chi aspetta una punizione.
Bianca, le ho detto piano, perché pensi che non ti sia permesso mangiare?
Si stringeva le dita tra loro, così forte che le nocche erano bianche. Ha sussurrato, come raccontasse un segreto vietato: A volte non posso.
La stanza si è fatta silenziosa. Mi veniva da tossire, la bocca secca allimprovviso. Ho cercato di mantenere la voce tranquilla, senza lasciar trasparire né rabbia né panico.
Che vuol dire, a volte non puoi? ho chiesto piano.
Si è strinta nelle spalle, ma gli occhi si riempivano ancora di lacrime. La mamma dice che mangio troppo. O se sono stata cattiva. O se piango. Dice che devo imparare.
Ho sentito salire dentro di me qualcosa di bruciante, non solo rabbiaqualcosa di primordiale: quella rabbia che nasce quando scopri che un bambino deve inventarsi regole di sopravvivenza che nemmeno dovrebbero esistere.
Ho deglutito cercando di non farle vedere quanto mi turbava. Tesoro, si mangia sempre. Il cibo non si toglie per la tristezza o un errore.
Mi ha guardato come se non credesse alle mie parole. Ma se mangio quando non posso si arrabbia.
Non sapevo cosa dire. Francesca è mia sorella, quella con cui sono cresciuto, che si emoziona nei film e corre dietro ai gatti randagi per nutrirli. Non riuscivo a far quadrare le cose.
Ma Bianca non mentiva. I bambini certe regole non se le inventano, se non le vivono davvero.
Le ho dato un tovagliolino, le ho asciugato la faccia e ho annuito. Daccordo. Allora facciamo così: quando stai con me, la regola è solo questamangi quando hai fame. Punto. Nessun trucco.
Bianca sbatteva le palpebre mentre cercava di capire se fosse vero.
Le ho servito un cucchiaio di spezzatino direttamente, come si fa coi più piccoli. Ha tremato un po con le labbra, poi ha mangiato. Poi un altro boccone.
Allinizio era lenta, tra un boccone e laltro mi guardava come controllasse che non stessi per rimangiarmi la parola. Dopo un po, però, le spalle si sono rilassate.
E poi, a mezza voce, ha sussurrato: Avevo fame tutto il giorno.
Mi si è stretto il cuore, ma ho annuito senza lasciar vedere quanto mi avesse colpito.
Dopo cena, lho lasciata scegliere un cartone. Si è accoccolata sul divano, avvolta dalla coperta; a metà episodio già dormiva.
Dormiva con la mano posata sulla panciacome a tenersi stretto il cibo, come se temesse di perderlo ancora.
Quella notte, dopo averla messa a letto, mi sono seduto sul divano buio, fissando il telefono, con il nome di Francesca che brillava su WhatsApp.
Volevo chiamarla e pretendere spiegazioni.
Ma non lho fatto.
Perchése avessi sbagliato a gestire la cosasarebbe stata Bianca a pagarne le conseguenze.
La mattina dopo mi sono svegliato presto e ho cucinato delle frittelle soffici, calde, con i mirtilli. Bianca è arrivata in cucina col pigiamino, stropicciandosi gli occhi. Quando ha visto il piatto già pronto, si è fermata di botto.
Per me? ha chiesto, cauta.
Per te, ho risposto. E puoi mangiarne quante vuoi.
Si è seduta pian slowly, fissandomi mentre assaggiava il primo morso. Non sorrideva: sembrava solo confusa, come se dubitasse che quello fosse davvero un momento bello. Ma mangiava, e dopo la seconda frittella, finalmente ha sussurrato: Sono le mie preferite.
Quel giorno, lho osservata in tutto. Bianca si irrigidiva se alzavo la voce, magari solo per chiamare il cane. Chiedeva scusa di continuo. Se le cadeva un pennarello, bisbigliava: Scusa, come se il mondo dovesse punirla per ogni errore.
Nel pomeriggio, mentre faceva un puzzle sul pavimento, mi ha chiesto allimprovviso: Ti arrabbi se non lo finisco?
No, risposi, inginocchiato accanto a lei. Non mi arrabbio.
Mi ha cercato con lo sguardo, mi fissava. E poi una domanda che mi ha quasi spezzato il fiato.
Mi vuoi bene anche se sbaglio tutto?
Mi sono bloccato mezzo secondo, poi lho stretta forte. Sì. Sempre.
Ha annuito contro il mio petto, come se quel sì lo dovesse mettere da parte, conservarlo per quando ne avrebbe di nuovo bisogno.
Quando Francesca è tornata mercoledì sera, aveva lo sguardo sollevato nel vedere la piccola, ma anche nervosocome se temesse qualche racconto di troppo. Bianca si è precipitata ad abbracciarla, ma era un abbraccio attento, non il gesto spontaneo di chi si sente totalmente al sicuro: sembrava testare il clima della stanza.
Francesca mi ha ringraziato, ha detto che la piccola era stata un po drammatica ultimamente e ha scherzato che doveva aver sentito troppo la sua mancanza. Ho sorriso, ma lo stomaco mi si era annodato.
Appena Bianca è andata in bagno, ho detto piano: Francesca possiamo parlare?
Ha sospirato, come se sapesse già. Di cosa?
Abbassando la voce, ho spiegato: Ieri sera Bianca mi ha chiesto se poteva mangiare. Ha detto che a volte non le è permesso.
La faccia di Francesca è cambiata allistante. Te lha detto davvero?
Sì, ho risposto. E non scherzava. È scoppiata a piangere perché era spaventata.
Francesca ha distolto lo sguardo, rimasta in silenzio per qualche attimo. Poi ha replicato, troppo in fretta: È solo sensibile, ha bisogno di regole. Il pediatra dice che i bimbi devono avere dei confini.
Quello non è un confine, ho detto, la voce che tremava senza volerlo. Quello è paura.
Si è indurita. Tu non puoi capire. Non sei suo padre.
Forse no. Ma non avrei potuto far finta di niente.
Quella notte, mentre tornavo a casa, sono rimasto in macchina con le mani sul volante, ripensando alla voce piccola di Bianca che chiedeva il permesso di mangiare. Al modo in cui si era addormentata tenendosi la pancia.
E ho capito una cosa:
A volte le cose più spaventose non sono quei lividi che si vedono.
Sono le regole che un bambino accetta come legge, così profondamente da non metterle mai in dubbio.
Se foste stati nei miei panni cosa avreste fatto?
Affrontereste di nuovo vostra sorella, chiamereste qualcuno per chiedere aiuto, o provereste prima a farvi confidare tutto da Bianca, raccogliendo le prove?
Ditemi cosa ne pensateperché davvero, ancora non so qual è la strada giusta.






