Mi sono fermato di colpo: da dietro un cipresso mi scrutava un cane, con quellaria triste che avrei riconosciuto in mezzo a mille.
La polvere sulla strada bianca di campagna si sollevava lenta, come se anche lei si sentisse stanca di muoversi. Spensi il motore vicino al vecchio cancello storto, ma non mi decisi subito a scendere dalla macchina: rimasi lì, in silenzio, lasciando che la vibrazione del motore mi percorresse le gambe, quasi fossero le ultime onde di un passato che non se ne voleva andare.
Quindici anni. Quindici anni che non tornavo in questo luogo. Perché ora, mi chiedevo? Forse per chiudere una conversazione che non cera mai stata. O per chiedere un perdono che, sapevo, ormai non aveva più senso domandare.
Eccoci qui, vecchio scemo, mormorai sottovoce, sei arrivato.
Girai la chiave, il silenzio mi avvolse tutto dun tratto: un silenzio profondo, di campagna, saturo di profumi derba secca e ricordi lontani. Da qualche parte abbaiava un cane. Una persiana scricchiolava piano. E io rimanevo seduto, come se avessi paura di affrontare il mio passato viso a viso.
La memoria, impietosa, mi lanciò un frammento: lei, sulla soglia, mi saluta con la mano. E io mi volto solo una volta. Una sola. E la vedo che non saluta più, mi fissa soltanto, la testa un po inclinata.
Tornerò, gridai allora.
Non tornai.
Mi tirai fuori dallauto, mi sistemai il bavero, ma le ginocchia mi tremavano come un ragazzino. «Che ridicolo», pensavo, «ho superato i sessantanni e ancora temo lo sguardo del passato».
Il cancello non scricchiolava più segno che qualcuno aveva oliato le cerniere. Valeria se ne lamentava spesso: «Queste porte cigolanti mi fanno impazzire. Comprala sta benedetta boccetta dolio, Paolo». Non lavevo mai comprata.
Il cortile era quasi uguale a come lo ricordavo. Solo il vecchio melo si era piegato ancora di più verso terra, e la casa pareva respirare a fatica, come se fosse invecchiata allimprovviso. Alle finestre tende diverse non più quelle di Valeria. Altre, estranee.
Seguii il viale che portava al cimitero. Era lì che volevo finalmente dire tutto ciò che quindici anni prima avevo tenuto dentro.
Mi bloccai, impietrito.
Da dietro un cipresso mi guardava il cane. Fulvo, il petto bianco, lo sguardo attento, quello che una volta chiamavo «gli occhi doro». Non uno che somigliava, era proprio lui.
Trilly?… sussurrai.
Non corse da me. Né abbaiò. Si limitava a fissarmi, in silenzio, in attesa. Quasi chiedesse: «Dove sei stato per tutto questo tempo? Noi qui aspettavamo».
Il respiro mi si spezzò nel petto.
Trilly non si mosse. Rimase lì, ombra immobile. Ma quelli erano i suoi occhi. Valeria scherzava spesso: «Trilly ci capisce più di chiunque altro. Guarda fin dentro lanima».
Dio mio bisbigliai. Come fai ad essere ancora viva?
I cani non vivono così tanto.
Eppure Trilly si alzò lenta, con fatica, come una vecchia signora che patisce il movimento. Si avvicinò, mi annusò la mano, distolse lo sguardo. Non cera rancore, solo una muta certezza: «Ti ho riconosciuto. Ma sei arrivato tardi».
Mi ricordi ancora, dissi. Lo so che sì.
Trilly emise un lieve guaito.
Perdonami, Vale, sussurrai inginocchiandomi davanti alla lapide. Perdonami per la vigliaccheria. Per quando sono fuggito invece di restare. Per quella carriera che mi ha regalato solo stanze vuote e viaggi senza senso. Perché avevo paura.
Parlai a lungo. Seduto davanti alla tomba le raccontai la mia vita: il lavoro senza valore, le donne con cui il cuore non ha mai messo radici, i mille momenti in cui avevo pensato di chiamarla ma ogni volta rimandavo. Non cera mai tempo, né coraggio, o forse la certezza che non mi aspettasse più nessuno.
Al ritorno, Trilly mi seguì. Camminava dietro piano, come se mi avesse riaccolto tra i suoi, senza entusiasmo, ma neppure ostilità.
La porta della casa sbatté allimprovviso.
Lei chi è? chiese una voce femminile, ferma.
Sulla soglia cera una donna sui quarantanni. Capelli neri raccolti in una coda. Il volto serio, ma gli occhi occhi di Valeria.
Io… sono Paolo, balbettai. Una volta qui
Lo so chi è, mi interruppe. Anna. La figlia. Davvero non si ricorda?
Anna, la figlia di Valeria dal primo matrimonio. Mi fissava come se ogni parola che non diceva le bruciasse dentro.
Scese due scalini, e Trilly si mise subito vicina a lei.
È già sei mesi che mamma non cè più, disse piatta. Ma lei dovera? Quando si è ammalata? Quando la aspettava? Quando ci credeva ancora?
Fu come una frustata. Le parole mi giravano in bocca senza uscire.
Io… non lo sapevo.
Non lo sapeva? fece una smorfia amara. Mamma ha conservato tutte le sue lettere. Le teneva come una reliquia. Avrebbe saputo dove trovarla. Ma non ci ha mai provato.
Restai zitto. Che cosa dire? Allinizio le avevo scritto, poi le lettere erano diventate rare, poi sparite tra il lavoro, i viaggi, altre vite. Valeria svanita come un sogno dolce dal quale non si riesce a tornare.
Si è ammalata? chiesi.
No. Era solo il cuore. Non ce la faceva più ad aspettare.
Lo disse con distacco, che faceva più male.
Trilly ululò piano. Chiusi gli occhi.
Lultima cosa che ha detto mamma aggiunse Anna è stata: «Se Paolo dovesse mai tornare, digli che non ce lho con lui. Lo capisco».
Lei capiva sempre, Valeria. E io non ho mai provato a capire davvero nemmeno me stesso.
E Trilly? Perché era al cimitero?
Anna sospirò:
Ci va ogni giorno ormai. Si siede lì. E aspetta.
Cenarono in silenzio. Anna raccontò di lavorare come infermiera, di essere sposata ma di vivere da sola «le cose non hanno funzionato». Niente figli. Solo Trilly, che ora era la sua compagnia, la memoria, il filo che la legava a sua madre.
Posso… fermarmi qui qualche giorno? chiesi.
Anna mi guardò decisa.
E poi sparirà di nuovo?
Non lo so, dissi sincero. Non lo so nemmeno io.
Rimasi. Non per un giorno, ma per una settimana. Poi ancora. Anna non mi chiese più quando sarei andato via. Aveva capito: non lo sapevo nemmeno io.
Riparai la recinzione, sistemai delle assi, portai acqua dal pozzo. Il corpo si lamentava, ma lanima era finalmente in pace, come se qualcosa si fosse arreso.
Dopo una settimana, Trilly mi accettò davvero: venne vicino a me, si sdraiò e posò il muso sul mio piede. Anna, vedendoci, sorrise:
Le ha dato il suo perdono.
Guardai fuori dalla finestra. Il cane. Lalbero. La casa che ancora sembrava respirare calore di Valeria.
E tu? chiesi sottovoce ad Anna. Tu mi perdonerai?
Restò in silenzio a lungo, come se pesasse ognuna delle parole che avrebbe potuto pronunciare.
Non sono mia madre, disse infine. Per me è più difficile. Ma… ci proverò.
Trilly continuava a svegliarsi prima di tutti. Appena il cielo schiariva, partiva silenziosa dal cortile, come se avesse una missione da compiere. Allinizio non ci feci caso: il cane ha i suoi giri, pensavo. Ma poi mi accorsi che percorreva sempre la stessa strada. Verso il cimitero.
Ormai va lì ogni giorno, spiegò Anna. Da quando non cè più mamma. Si sdraia, resta lì fino a sera. Fedele, come un custode della memoria.
Alla fine, i cani ricordano più di noi. Gli uomini trovano mille scuse per soffocare il dolore. Un cane no: conserva, ama, aspetta.
Quella mattina le nuvole erano basse, sembrava volessero posarsi sui tetti. A mezzogiorno piovigginava, la sera scoppiò un temporale: vento, pioggia, tuoni. Le gocce martellavano i vetri, i cipressi si piegavano come a ripararsi.
Ma Trilly non è ancora tornata, disse Anna preoccupata, scrutando il buio. Non manca mai alla cena. Ormai sono le nove.
Guardai anche io. Pioveva forte, lacqua avvolgeva tutto, la strada, la casa, persino laria. Solo ogni tanto il lampo lasciava intravedere i contorni degli alberi.
Sarà andata a ripararsi, dissi, ma non ci credevo neanche io.
È vecchia, Anna si stringeva il davanzale tra le dita. Se resta fuori questa notte…
Hai un ombrello?
Certo. Sgranò gli occhi. Vuole andare ora?
Mi infilai già la giacca.
Se è là, non si muove. Aspetta. Bagnarsi tutta la notte, a quelletà… non va bene.
Non finii la frase, ma Anna aveva capito. Mi allungò una torcia e un ombrellino azzurro a margherite. Sembrava uno scherzo, ma era il più resistente.
La strada per il cimitero era diventata un fiume di fango. La torcia illuminava a fatica la pioggia. Lombrello si rovesciava al vento a ogni passo. Avanzavo, scivolavo, bestemmiavo tra me, ma andavo avanti.
«Ma guarda te, pensavo, a sessantanni, con le ginocchia che scricchiolano, e pure sto qui, che rischio una polmonite. Ma dovevo».
Il cancello del cimitero sbatteva per il vento. Feci forza, entrai, illumino il suolo e la vedo.
Trilly era accasciata vicino alla tomba, contro la croce di legno. Fradicia, respirava a fatica, ma non si era mossa. Neppure al mio arrivo si alzò.
Eh, piccola mi inginocchiai nel fango. Ma che combini…
Mi guardò. In silenzio, stanca. Era come dicesse: «Non posso lasciarla sola. Io ricordo».
Mamma non cè più, le sussurrai, trattenendo la voce. Però ci siamo noi. Insieme.
Toglsi la giacca, la avvolsi, la presi in braccio. Non oppose resistenza ormai non aveva più forze. Nemmeno io, forse, ma in quel momento non aveva importanza.
Perdonaci, Vale, sussurrai nella notte umida. Perdonami per essere tornato tardi. E lei, perché non ha mai smesso di volerti bene.
La tempesta finì solo allalba. Rimasi tutta la notte seduto accanto alla stufa, Trilly coperta dalla mia giacca. La accarezzavo, le parlavo sottovoce sciocchezze, come si fa con i bambini che stanno male. Anna portò un po di latte. Trilly ne bevve un sorso appena.
Sta male? chiese Anna.
No… scossi il capo. Solo stanca.
Trilly visse ancora un paio di settimane. In silenzio, serena, rimanendo sempre vicina a me. Voleva conservare ogni secondo di quel poco tempo.
La vedevo cedere, i movimenti sempre più lenti, gli occhi sempre più chiusi. Niente paura però. Solo accettazione, e una strana gratitudine. Come se sapesse di poter andare ora in pace.
Alla fine se ne andò allalba, davanti alla porta. Si sdraiò, mise la testa sulle zampe, e si addormentò. La trovai ai primi raggi.
La seppellimmo vicino a Valeria. Anna acconsentì subito: sua madre avrebbe sorriso a quellincontro.
Quella sera mi porse un mazzo di chiavi.
Credo che mamma avrebbe voluto che restasse. Che non te ne andassi.
Le chiavi, annerite dal tempo. Quelle stesse che avevo in tasca anni prima, quando decisi di lasciare tutto.
E tu? chiesi a bassa voce. Vuoi che resti?
Anna sospirò, come se in quel fiato ci fossero tutti gli anni persi.
Sì. Annui. Voglio. Una casa non deve restare vuota. E… io ho bisogno di un padre.
Padre. Una parola che ho sempre temuto, non perché non volessi, ma perché non sapevo come si facesse. Ma forse, finché si è vivi, per imparare non è mai troppo tardi.
Va bene, dissi. Resto.
A distanza di un mese, vendetti lappartamento in città e mi trasferii per sempre. Coltivavo lorto, rimettevo a posto il tetto, dipingevo le pareti. Il silenzio ormai non mi pesava più: era come il respiro della terra.
Andavo al cimitero. Parlavo con Valeria. E con Trilly. Raccontavo della giornata, del tempo, di cosa avevo piantato, delle persone incontrate in paese.
E a volte, lo sentivo, mi ascoltavano davvero. E questo pensiero mi dava una pace che non provavo da tantissimo tempo.
Davvero da tantissimo tempo.
Stare lontano da ciò che ti appartiene ti divora dentro. Ho capito che si può chiedere perdono, anche se a volte tardi. E che lamore, anche se lasciato in sospeso, aspetta, un po come una vecchia casa: basta soltanto trovare il coraggio di tornare.






