Ma senti qui, ti racconto che cosa mi è successo. Stavo ancora mezza sгорata dal lavoro, appena rientrata, quando suona il campanello. È la suocera, la Signora Lidia, che neanche fa in tempo a salutarmi che già si toglie i guanti e comincia:
Dimmi, ma perché hai iscritto Gabriele a lezione di musica?
Saluta pure, però il tono sembra quasi un interrogatorio. Io respiro e le faccio strada.
Buonasera, Signora Lidia. Accomodati pure. Sono proprio contenta di vederti.
Ovviamente lironia le scivola addosso. Si piazza le sue cose sul mobile e mi pianta gli occhi addosso.
Mi ha chiamato Riccardo al telefono, brillava tutto: Suonerò il pianoforte! Ma che cosa è sta storia? Lo tratti come se fosse una bambina?
Dico, respiro piano, chiudo la porta. Se mi conosci sai che non sono una che perde il controllo, ma questa volta ci sono andata vicino.
Guarda che tuo nipote studia musica. Gli piace tantissimo.
Gli piace! la Signora Lidia sbuffa come se le avessi detto che vuole diventare astronauta. Ha sei anni, e tu credi che sappia davvero cosa vuole? Sei tu che devi guidarlo! Un maschio, un erede, un nipote mio e tu lo vuoi fare cosa? Un mollaccione?
Spadella verso la cucina, accende il bollitore con laria di chi ci abita. Stringo i denti, la seguo.
Voglio che cresca felice.
Lo stai facendo diventare un debole! Ma iscriverlo a calcio, no? O a judo! Che diventi uomo, mica… mica un pianista!
Mi appoggio al muro, mi conto fino a cinque. Niente, non basta.
È stato lui a chiedere. Proprio lui. Ama la musica.
Sì, certo che ama! la suocera fa un gesto con la mano. Riccardo a quelletà correva in cortile, giocava a basket con gli altri. E il tuo che fa? Le scale al pianoforte? Che vergogna!
E a quel punto, ho sbottato. Mi sono staccata dal muro, sono andata da lei quasi faccia a faccia.
Ha finito, Signora Lidia?
Non ho finito affatto! È da tempo che volevo dirti…
Sai che cè? Anchio da tempo volevo dirglielo, le dico quasi sottovoce. Gabriele è mio figlio. Mio. E quando si tratta di crescerlo, comando io. E non permetto più a nessuno di metterci bocca.
Il viso della Signora Lidia si illumina di rosso.
Ma come ti permetti di parlarmi così?!
Vada via.
Come?
Vado nel corridoio, prendo il suo cappotto dallattaccapanni e glielo porgo.
Vada via subito da casa mia.
Mi stai cacciando? Proprio a me?
Apro la porta, le prendo il braccio e la accompagno alluscita. Lei si agita, cerca di liberarsi, ma la accompagno fuori senza troppi complimenti.
Non credere di averla vinta! urla dal pianerottolo, tutta stravolta dalla rabbia. Non ti lascio rovinare mio nipote!
Buona giornata, Signora Lidia.
Riccardo saprà tutto! Gliela racconterò per bene!
Chiudo la porta con un colpo secco. Mi appoggio e lascio uscire tutto il respiro che avevo dentro. Sento ancora la sua voce soffocata per qualche istante, poi passi pesanti che scendono le scale. Due minuti e finalmente il silenzio.
Cioè, questa donna mi ha sfinita. Sempre a criticare, dare consigli, dirmi come vestire, come cucinare, come crescere mio figlio. E Riccardo, ovviamente, per lui “mamma vuole solo il bene”, “lei è esperta”, “che ti costa ascoltare”. Per lui la parola di sua madre è legge. Io ero costretta a ingoiare, ogni visita, ogni giorno.
Ma stavolta basta.
Riccardo rientra che è già sera. Quando sento il click della porta capisco subito che la suocera lo ha chiamato. Lo capisco da come sbatte le chiavi, da come passa in cucina senza neanche guardare Gabriele che guarda i cartoni.
Gabriele, tesoro, resta qui gli metto le cuffie grandi, gli do il tablet con il suo cartone preferito, quello con i robot. Parlo con papà.
Gabriele annuisce, si immerge e io vado in cucina.
Riccardo è già rigido, braccia incrociate, sguardo fisso fuori.
Hai cacciato mia madre.
Non è una domanda. La dice come fosse un fatto indiscutibile.
Le ho chiesto di andare via.
Lhai buttata fuori! si gira, le mascelle gli tremano Due ore a piangere al telefono! Due, Anna!
Dico Anna perché ricorda una di quelle tipiche italiane, ma insomma. Mi siedo. Sono stanca, mi fanno male le gambe, e ora anche questo.
Ti fa specie che abbia ferito me?
Riccardo si blocca solo un attimo, poi scrolla le spalle.
Mia madre pensa solo al bene di Gabriele. Che cè di male?
Ha chiamato nostro figlio debole, mollaccione. Un bambino di sei anni, Riccardo!
Ha esagerato, sì. Ma in fondo non ha torto, Anna. Ha bisogno di sport. Spirito di squadra, carattere…
Lo guardo fisso, finché non abbassa lo sguardo.
Sai in palestra quanti pianti ho fatto? Mia madre voleva ginnastica artistica e niente altro. Cinque anni a soffrire, a stirarmi, a perdere peso. Pregavo che mi lasciasse stare.
Silenzio.
Ancora oggi non sopporto le palestre. E mai augurerei lo stesso a mio figlio. Vuole il calcio? Certo, ma solo se lo sceglie lui. Mai per forza.
Mia madre vuole il meglio…
Allora può fare quello che vuole con qualcun altro. Gabriele lo cresco io. E anche tu, se stai dalla sua parte, stai fuori.
Riccardo sembra voler rispondere, ma io esco dalla cucina. Da lì in poi, quella sera, non ci parliamo. Metto a letto Gabriele e resto seduta nella sua stanza, a sentirlo respirare tranquillo.
Due giorni di silenzi imbarazzanti. Poi a cena, Riccardo fa una battuta, io sorrido, il ghiaccio comincia a sciogliersi. A fine settimana finalmente torniamo a parlarci, anche se la suocera è tabù.
Sabato mattina, mi sveglio di colpo. Otto, troppo presto. Riccardo dorme ancora, Gabriele anche.
Perché mi sono svegliata?
Poi sento: rumore metallico, la serratura che gira. Mi si blocca il cuore. Dei ladri? Appena mattina? Prendo il cellulare e vado in punta di piedi verso lingresso.
La porta si spalanca.
E davanti a me, con una faccia da trionfatrice, cè la Signora Lidia, le chiavi in mano, sorriso sprezzante.
Buongiorno, cara nuora.
Io sono lì, in pigiama e maglietta larga, scalza sul pavimento, e lei mi guarda come se avesse tutti i diritti di entrare in casa mia, allalba del sabato.
Ma come ha fatto ad avere le chiavi?
Agita il mazzo davanti a me.
Riccardo me le ha portate laltroieri. “Mamma, perdonala mi ha detto non voleva offenderti”. Così si è scusato per te.
Resto a fissarla, a cercare di capire davvero cosa sto sentendo.
E cosa ci fa qui, a questora?
Sono venuta per il nipotino. Si toglie il cappotto, lo appende. Gabriele, su, vestiti! La nonna ti ha iscritto a calcio: oggi la prima lezione!
Mi esplode dentro la rabbia, di quelle che accecano. Vado in camera da letto.
Riccardo è lì che finge di dormire, ma vedo le spalle tese.
Alzati!
Possiamo parlarne dopo, Anna…
Gli levo il piumone, lo afferro per la mano e lo porto in soggiorno. Sembra quasi che voli. Lui prova a ribellarsi ma niente.
La suocera è seduta sbracata, sfoglia una rivista come se fosse a casa sua.
Tu le hai dato le chiavi, mi fermo in mezzo al soggiorno, ancora gli stringo il polso. Della mia casa.
Lui non dice nulla. Si muove scomodo, rimane zitto.
Questa casa è mia, Riccardo. Mia. Lho comprata io, coi miei soldi, prima di sposarci. Come puoi dare le chiavi a tua madre?
Ma dai, che piccolezza! la suocera butta la rivista. Mio, tuo… Pensi sempre solo a te stessa. Riccardo si preoccupa del figlio, per questo mi ha dato le chiavi. Così posso vederlo senza che tu mi sbatti la porta.
Basta! Smettila di parlare!
La Signora Lidia resta senza fiato, ma io guardo solo Riccardo.
Gabriele non andrà a calcio. Se non lo vuole lui, non lo obbligherete nessuno.
Non decidi tu! si alza. Non sei nessuno! Sei solo una parentesi nella vita di mio figlio! Non sei speciale, non sei insostituibile. Riccardo ti sopporta solo per il piccolo!
Silenzio.
Mi volto verso Riccardo. Lui resta a testa bassa. Non dice nulla.
Riccardo?
Niente. Non dice una parola per me. Nada.
Va bene, dico piano, glaciale. Una parentesi, e ora questa parentesi si chiude. Prendi tuo figlio, Signora Lidia. Da ora in poi, Riccardo non è più mio marito.
Non ne hai il coraggio! Non hai il diritto di lasciarlo!
Riccardo lo fisso dritto negli occhi Hai mezzora. Fai le valigie e vattene. O ti faccio uscire così, in pigiama, non mi interessa.
Anna, aspetta, parliamone…
Abbiamo già detto tutto.
Guardo la suocera, accenno un sorriso storto.
Le chiavi puoi tenerle pure. Oggi cambio le serrature.
…Il divorzio è durato quattro mesi. Riccardo ha provato a tornare, messaggi, chiamate, fiori. La suocera minacciava tribunali, assistenti sociali. Io ho preso un buon avvocato e ho smesso di rispondere.
Due anni sono passati in un lampo…
…La sala della Scuola di Musica risuonava di voci. Ero al terzo posto, stringendo il programma: Gabriele Romano, 8 anni. Beethoven, Inno alla gioia.
Gabriele è salito sul palco serio e concentrato, camicia bianca e pantaloni neri. Si è seduto al pianoforte, le mani sulle tastiere.
Le prime note hanno riempito la sala e io ho smesso di respirare.
Il mio bambino suonava Beethoven. Anche se solo, anche se tutto difficile, ha voluto imparare, ha scelto lui il pezzo, da solo.
Quando lultimo accordo si è spento, tutti hanno applaudito. Gabriele si è alzato, ha fatto linchino, mi ha cercata tra la folla e mi ha sorriso di quel sorriso felice, tutto suo.
Anchio applaudivo, e le lacrime mi scendevano sulle guance.
Sì, ho fatto la cosa giusta. Ho messo lui prima di tutto sopra i giudizi della gente, sopra il matrimonio, sopra la paura di essere sola.
Così deve fare una mamma.






