Sai, ieri ho avuto proprio una di quelle giornate che ti lasciano un nodo in gola. Ero andata a vedere mio figlio, Riccardo, sai comè, ogni tanto passo sotto casa sua a Milano, magari porto qualcosa da mangiare o semplicemente per salutarlo. Quando sono arrivata, la porta era chiusa a chiave, e ho subito capito che era lì dentro. La luce era ancora accesa, sentivo la televisione che trasmetteva i soliti programmi. Ho suonato il campanello, ma subito è scesa quella pausa, quello silenzio che ti fa capire che qualcuno sta cercando di non farsi trovare.
Sono rimasta lì, ho aspettato. Ho suonato una seconda volta, poi una terza. Alla fine mi sono appoggiata alla parete del corridoio e ho quasi sussurrato: Riccardo so che sei lì. Niente, solo la voce della tv che continuava.
In quel momento ho realizzato che ci si può sentire davvero più soli con una porta chiusa davanti, che quando si è completamente soli in casa.
Sono sua madre, lho tirato su praticamente da sola. Suo padre, Pietro, ci ha lasciato quando Riccardo aveva solo sei anni. Mi ricordo benissimo quando lo accompagnavo a scuola tutte le mattine, quando restavo sveglia tutta la notte quando aveva la febbre. Mi ricordo anche che da piccolo aveva paura del buio e veniva a dormire nel mio letto. Mamma, non lasciarmi solo. E adesso eccomi qui, sola davanti alla sua porta.
Dopo qualche minuto si è aperto lascensore e da dentro è uscita la signora Ferrara, la vicina del terzo piano. Mi guarda e mi chiede: Aspetta qualcuno? Le sorrido in modo un po incerto. Aspetto mio figlio. Lei guarda la porta e fa: Ma è appena rientrato! Il cuore mi si stringe. Lo so, le dico, e poi scendo a piedi per le scale perché non volevo piangere davanti a nessuno, volevo solo andare via veloce.
Appena sono uscita in strada, il mio telefono ha vibrato. Un messaggio, da Riccardo: Mamma, scusa. Non era il momento giusto. Il momento giusto quelle parole mi sono sembrate così distanti, così fredde.
Quella notte non ho chiuso occhio. Il giorno dopo ho deciso di non scrivergli. Se uno non vuole aprirti la porta, è inutile insistere.
Sono passati tre giorni. Poi mi chiama lui. La sua voce era diversa, un po più sommessa. Mamma possiamo vederci? Gli chiedo: Perché? Rimane in silenzio qualche secondo, poi dice: Perché ieri è successo qualcosa. Il figlio della signora Ferrara mi ha chiesto una cosa. Fa un respiro profondo. Mi ha chiesto perché la sua nonna viene sempre a casa loro, mentre la mia mamma non viene mai da me. Il cuore mi si è stretto ancora di più. Gli chiedo: E che gli hai risposto? Niente non sapevo cosa dire. E poi sottovoce: Mi sono reso conto che se continuo così, un giorno anche mio figlio penserà che è normale chiudere la porta in faccia alla mamma.
Silenzio. Mamma torni da me? Rimango lì a guardare il telefono a lungo, poi rispondo piano: Stavolta aprirai tu la porta? E dallaltra parte, sento solo: Sì. A volte, credimi, aprire quella porta è la cosa più difficile che si possa fare.
Tu, cosa avresti fatto al mio posto?




