Mio figlio ha saltato i miei 70 anni dicendo di avere troppo lavoro, ma la sera l’ho visto sui social festeggiare il compleanno della suocera al ristorante

Diario personale, 24 febbraio

Il telefono ha squillato proprio a mezzogiorno. Il suono era tagliente, tagliava laria come il coltello che ancora tenevo in mano, fermo sopra la tavola imbandita.

Matteo? Figlio mio?

Mamma, ciao. Tanti auguri.

La voce di Matteo era piatta, stanca, come se mi chiamasse dal seminterrato di qualche ufficio milanese.

Mamma, ti prego, non prendertela. Oggi proprio non ce la faccio a venire. Davvero.

Mi sono bloccata. Lo sguardo acceso su quella ciotola dinsalata di mare che avevo preparato tutta la mattina per lui.

Come non ce la fai? Matteo, oggi compio settantanni. È il mio compleanno.

Lo so, mamma, ma qui è un disastro. Dobbiamo consegnare un progetto, scadenze impossibili, lo sai comè questo lavoro Tutto sulle mie spalle.

Ma avevi promesso

È il lavoro, mamma, non posso lasciare tutto adesso. È impossibile.

Silenzio. Solo il fruscio della linea.

Passo a trovarti in settimana. Faccio una scappata, solo noi due, va bene? Ti voglio bene.

La linea cadde. Restai qualche secondo con il ricevitore in mano, mentre il cuore scivolava giù tra i piatti.

Settantanni.

Scadenze che bruciano.

La giornata è trascorsa ovattata. La mia vicina, Elena, è passata a portare una tavoletta di cioccolato fondente, quello buono, Venchi. Abbiamo bevuto insieme un bicchierino di Vecchia Romagna, così, per tirarsi su.

Cercavo di sorridere, annuivo mentre Elena raccontava una puntata della telenovela. Ma la casa era stretta dal silenzio, la festa si era già spenta.

Sul tardi, sola, indossato il vecchio accappatoio di flanella, ho preso il tablet. Un dito perso nella pagina di Facebook, per assaporare un legame col mondo.

Case al lago, cuccioli, ricette.

Poi, allimprovviso, una macchia di colore. Troppo vivace.

Il profilo di Francesca, mia nuora.

Post nuovo, venti minuti fa.

Ristorante qualcosa di elegante, Le Colonne o simile. Muri dorati, camerieri in guanti bianchi, musica dal vivo, calici di cristallo.

Francesca. Sua madre, la signora Paola, radiosa coi suoi fili di perle e un bouquet enorme di rose rosse.

E Matteo.

Mio figlio. Matteo. In una camicia chiara, abbraccia sua suocera sorridendo.

Il Matteo che aveva unemergenza e colleghi belve.

Ho ingrandito la foto. Visi felici, illuminati.

Sotto: Festeggiamo i 65 anni della nostra amatissima mamma! Meglio nel weekend, così è più comodo per tutti!

Comodo.

Sapevo bene quando fosse il compleanno della suocera. La settimana scorsa. Di martedì.

Hanno spostato. Sul mio settantesimo.

Ho sfogliato lalbum fotografico.

Ecco Matteo che fa un brindisi, un bicchiere di cognac in alto.

Eccoli tutti assieme, con Francesca, a ridere di cuore. Il tavolo stracolmo di ostriche e antipasti.

Mi sono fermata sullespressione rilassata, soddisfatta di mio figlio.

Non era ristorante. Né fiori. Era la menzogna.

Una, eclatante, calcolata.

Ho chiuso il tablet.

La cucina profumava ancora di quello che non era stato mangiato. Il mio settantesimo era diventato solo una data scomoda. Un giorno da sacrificare per altro.

Al mattino la casa odorava in modo strano, acre. Linsalata ormai smorta, la lasagna non più fresca, larrosto con la crosta molle.

Ho preso il bidone più grande che avevo.

Ho svuotato, piatto dopo piatto, tutto il mio compleanno. Il lavoro. Lattesa.

Gli involtini di melanzane il suo piatto preferito. Gli ultimi bocconi del mio tiramisù.

Ogni pezzo di quel giorno nel sacco nero mi stringeva il cuore.

Non era solo dolore. Era annullamento.

Fuori, con il sacco pesante, quasi puzzolente di tradimento, ho sentito la casa diventare silenziosa.

Poi lattesa.

Era stato lui a dire che sarebbe passato, vero? Il telefono è squillato solo mercoledì.

Mamma! Come va? Scusa, sono incasinato da morire.

Solita voce, frettolosa.

Sto bene, Matteo.

Guarda, ti porto un regalo, faccio un salto al volo, ma poi tiro dritto, Francesca mi aspetta abbiamo i biglietti a teatro.

Ah, teatro?

Quello nuovo, con le poltrone rosse. Francesca ci teneva. Lo sai.

È arrivato dopo unora.

Mi ha passato in mano una scatola lucida, pesante.

Tanti auguri ancora!

Sulletichetta, un purificatore daria con lampada colorata, ionizzante.

Grazie, lho poggiato nellingresso.

Lha scelto Francesca. Fa benissimo, vedrai.

È andato in cucina, ha preso un bicchiere e si è servito lacqua dal rubinetto.

Ma non cè nulla da mangiare?

Ho buttato tutto. Lunedì.

Si è rabbuiato.

Potevi dirmelo almeno portavo qualcosa via.

Lo fissavo, dalla soglia.

Continuavo a cercare una scusa. Magari era Francesca, magari non voleva magari non sapeva.

Ma lui era lì. E continuava a mentire.

Matteo.

Mh?

Ho visto le foto.

Si è irrigidito, il bicchiere in mano. Mi ha guardata.

Quali foto?

Dal ristorante. Sabato. Sulla pagina di Francesca.

Per un attimo il suo volto si è incrinato, poi si è fatto duro, scocciato.

Ah. Ecco, ci risiamo.

Avevi detto che lavoravi.

Mamma, ma che differenza fa?

La differenza è che mi hai mentito.

Ha posato il bicchiere con forza, lacqua è uscita un po fuori.

Non ti ho mentito! Ero sommerso di lavoro fino a venerdì, non ho dormito! E sabato Francesca ha organizzato tutto per sua madre, hai presente comè! Io che centro? Non avevo nemmeno voglia di muovermi! Ero stanco!

Mi urlava addosso, come se fosse colpa mia.

Bastava che me lo dicessi, Matteo. Mamma, non vengo, andiamo a festeggiare da Paola.

E cosa sarebbe cambiato?! Così mi avresti fatto il processo una settimana!

Così non mi stressavi

Mamma, è la mia famiglia. Dovevo starci. Avresti preferito litigi con Francesca?

Nei suoi occhi quasi odio. Si difendeva rendendomi colpevole.

Il campanello.

Ecco, è arrivata Francesca. Devo andare.

Prese la giacca.

Guarda bene col purificatore, cè il manuale.

La porta sbattuta. Di nuovo sola.

Fissavo la scia sul tavolo lasciata dal bicchiere.

Il nodo era più stretto adesso.

La civiltà è fallita.

Non solo aveva mentito. Aveva scelto la menzogna come unica lingua con me.

Il mio compleanno solo un fastidio.

I giorni seguenti sono passati in una specie di trance.

Ho aperto la scatola. Oggetto utile.

Ho letto le istruzioni, riempito dacqua, avviato la presa.

Il motore iniziava a vibrare, lucina blu. Laria diventava silenziosa, monotona.

Non era profumo, era assenza. Lodore del mio appartamento libri vecchi, camomilla secca, il mio profumo “Acqua di Parma” sulle lampadine era sparito.

Sostituito da qualcosa di ospedaliero, senza vita.

Provai ad abituarmi. Lha scelto Francesca.

Rumore costante, ionizzato, ma io sentivo solo che mi mancava laria.

Aprii la finestra, nella speranza che tornasse almeno il freddo, la Milano invernale, ma la sterilità si era ormai incollata ai muri.

Domenica, pulendo il mobile, trovai una vecchia cornice.

Una foto: avevo cinquanta anni. Matteo, con i ricci da studente, mi abbracciava, occhi pieni di luce.

Sul retro, la sua scrittura: “Alla mamma migliore del mondo! Tuo Matteo”.

Mi sono seduta sul divano.

Guardavo il ragazzo sorridente nella foto.

E ascoltavo il ronzio freddo del purificatore.

Quello era mio figlio. Il ragazzo che mi lasciava bigliettini e mi portava le mimose con la borsa della spesa.

E invece mi era rimasto in mano solo un oggetto utile. Un regalo per allontanare i sensi di colpa.

Non un dono per me, ma per sé: per lavarsi la coscienza.

I miei ideali si sgretolavano.

Vedevo tutto freddamente. Con la chiarezza di un bisturi.

Ho afferrato il telefono.

Matteo, ciao.

Mamma? È successo qualcosa?

Sì. Passa da me, per favore.

Ho già impegni, mamma. Francesca

Vieni e prendi il regalo. Non mi serve.

Silenzio.

Cosa?

Quello che hai capito. Portalo via.

Ho riattaccato.

Arrivò in quaranta minuti. Accigliato, acceso in viso.

Cosa vuoi dire con prendi il regalo?

Io laspettavo in soggiorno, calma.

Non mi serve. Portalo via.

Gli indicai lapparecchio nellangolo.

Ma sei seria? Ti fa bene!

Sto bene solo se mio figlio non mi mente il giorno dei miei settantanni.

Lui scattò indietro, come se lavessi colpito.

E vai, sempre la stessa solfa! Te lho già spiegato!

No, non hai spiegato. Hai solo alzato la voce e te ne sei andato.

Ma perché sei fissata con questo compleanno! Siamo andati da mia suocera, e allora?!

Il problema è la bugia, Matteo.

Ho mentito per non farti soffrire!

Hai mentito solo per comodità. Per non dovermi dire che Paola era più importante di me.

Colpito in pieno.

Aveva la bocca aperta, ma il telefono gli squillò in tasca.

Vide Amore. Rispose duro.

Sì, Fra. Sono da mia madre. Sì, sta facendo storie per il regalo.

Non so cosa vuole. Arrivo, arrivo!

Guardò me.

Solo adesso vidi una paura simile alla vergogna.

Mamma, io non è quello che pensi

Vai, Matteo. Francesca ti aspetta.

Mi allontanai alla finestra.

Aspettò un secondo, strinse le spalle, poi uscì rabbioso.

Sola, mi avvicinai al purificatore e staccai la spina.

Il ronzio si spense.

Lodore della mia casa tornò.

Due giorni dopo la scatola era ancora lì. Matteo non chiamava. Non passava. Aspettava che mi calmassi.

Ma sapevo che non sarebbe più tornato per quello.

Presi il telefono e chiamai una spedizione. Dettai lindirizzo: ufficio prestigioso, lì dove Matteo era responsabile.

Pagai quaranta euro a un corriere che, in silenzio, portò via la scatola luccicante.

Ho chiuso la porta dietro di loro.

Un gesto piccolo, ma decisivo.

Restituivo la loro sterilità, la menzogna, il distacco.

La sera il telefono squillò. Francesca.

Signora Teresa? la nevrosi vibrava nella voce.

Sì, Francesca.

Che significa? Ha rispedito indietro il regalo? Qui tutti in ufficio hanno visto!

Non mi serviva.

Ma abbiamo speso quattrocento euro! Era un regalo nostro!

Un regalo si fa col cuore, non per quietarsi la coscienza.

Ci fu un silenzio così teso che sentii il sangue pulsare.

Lei è proprio egoista! urlò Francesca. Matteo si è ammazzato di lavoro e lei gli rovina tutto! Siete sempre insoddisfatti!

Egoista. Quante volte me lero sentito dire.

Arrivederci, Francesca.

Riagganciai.

Sapevo che sarebbe scoppiato un putiferio a casa loro. Ma, per la prima volta, non mi interessava. Quella ferita lavevo tagliata.

A mezzanotte venne Matteo.

Solo.

Bussò piano.

Aprii.

Non era il Matteo nervoso che urlava giorni prima, ma il mio. Sfinito, grigio.

Andò in cucina e si sedette, muto.

Mi restai accanto in silenzio, la luce bassa.

Ha detto che se vengo da te posso anche non tornare più.

Guardava fisso il tavolo.

Mamma. Scusami.

Alzò i suoi occhi.

Non volevo mentire.

Ma lhai fatto.

Francesca mi disse che saresti stata comunque arrabbiata. Che tanto, se avessi detto la verità, avresti fatto solo scenate. Così era meglio.

Io tacevo.

Ecco, la ragnatela delle bugie. Era più semplice.

E poi, per lei il tuo compleanno non contava. Sua madre aveva degli ospiti, importanza tu chi avevi? Elena e basta?

E tu? Anche tu lo pensavi?

Lunghi secondi.

Ero stanco, mamma. Mi sentivo in trappola.

Si dondolava le mani tra i capelli.

Vorrei solo che tutti fossero felici. Ma è venuto fuori un disastro.

Un singhiozzo, soffocato.

Scusa se non sono venuto. Avrei dovuto. Ti ho deluso.

Lo guardavo. La sua schiena larga, abbattuta.

I miei ideali non sono del tutto crollati. Era il mio ragazzo, solo fragile. Perso.

Gli posai una mano sulla spalla.

Non per perdonare dun colpo. Per dargli una base.

Decidi tu, Matteo. Come vivere.

Io non lo so.

Ma con me solo sincerità.

Annuii, senza guardarmi.

Posso restare qui un po?

Resta.

Dal mobile, ripresi la mia tazza preferita e il vecchio teiera.

Ti preparo un tè.

***

Mezzo anno dopo.

Da tempo il mio appartamento ha perso quel sentore sterile. Profuma ancora di libri, un vago odore di camomilla essiccata, di valeriana.

Da quella notte tante cose sono cambiate.

No, Matteo non ha lasciato Francesca. Non potevo aspettarmelo: cè il mutuo, questioni di famiglia, abitudini che si sono annodate.

I manipolatori non mollano mai le loro prede tanto facilmente.

Ma qualcosa in Matteo è cambiato.

Ha ripreso a venire.

Non a scappare via in quindici minuti, ma davvero. Tutti i sabati pomeriggio. Porta la ricotta fresca dal mercato o il mio rotolo alle amarene.

Restiamo in cucina.

Parla del lavoro, del desiderio di cambiare auto, dei nuovi colleghi.

Non si lamenta più di Francesca.

E, soprattutto, non mente più.

Anche io sono diversa.

La mia fede nella perfezione di mio figlio è svanita.

Non aspetto più le sue telefonate come giudizi, o salvezze. Vivo la mia vita.

Non vedo più lo studente Matteo, ma un uomo vero, stanco, che sta cercando lequilibrio.

Senza bugie il nostro rapporto è diventato più complesso ma anche sincero.

Non ho ritrovato un figlio. Ho ritrovato la mia dignità.

Un sabato, mentre tagliavamo il rotolo alle amarene, squillò il suo cellulare.

Vidi il nome Amore.

Mi irrigidii, restando a mescolare lo zucchero.

Matteo sospirò e rispose:

Sì, Francesca.

Il suo viso divenne grigio, come quella notte.

Sì, sono da mamma.

Francesca, ho detto che sarei stato qui oggi pomeriggio. Ce leravamo promessi.

Serrò gli occhi.

Non vuol dire che non mi importi. Vuol dire che sono qui. Tornerò più tardi, come ti ho già detto.

Buttò giù il telefono, schermo in basso.

Silenzio.

Scusami, mamma.

Tranquillo, amore ho risposto calma. Prendi altra fetta.

Mi guardò.

Nei suoi occhi cera gratitudine.

Non chiese nulla, non si lamentò.

Fece la sua scelta. E la sua scelta fu restare lì, con me, a bere il tè in quella cucina.

Guardai la sua mano raggiungere il dolce.

Capì che quella notte non era stata la fine.

Era stato linizio.

Il mio settantesimo, che lui aveva saltato, era diventato il suo rito di passaggio.

Il figlio che amavo aveva finalmente smesso di essere solo un ragazzo.

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