Mio figlio, Giorgio, aveva sempre avuto una memoria incredibile. Allasilo, conosceva a memoria tutte le battute delle recite di Natale; così, fino allultimo giorno, nessuno sapeva davvero quale costume gli sarebbe toccato, perché spesso sostituiva i bimbi ammalati, pronto a calarsi in qualunque parte.
Ricordo come fosse ieri: alla recita di Capodanno, a cinque anni, a Giorgio venne assegnata la parte del cetriolo. Scoprii la parte solo la sera prima del mio turno di notte in ospedale. Quella sera corsi a comprare una maglietta verde e dei cartoncini colorati. Passai la notte a cucirgli veloci dei pantaloncini verdi da abbinare, e a incollare una buffa cuffietta di cartone con una coda di fil di ferro rivestita di stoffa verde: una vera e propria opera darte improvvisata.
A portarlo alla recita sarebbe dovuto andare suo padre, Lorenzo, cosa che mi lasciava un po inquieta. Perciò, la mattina stessa, gli lessi listruzione per vestire nostro figlio e sistemare il cappellino più volte, con la speranza che assimilasse tutto prima di andare al lavoro.
Nel pieno del mio turno, mi arrivò la telefonata delleducatrice, la signora Carla, con la voce tremante: il protagonista principale della recita si era ammalato! Così, il giorno dopo, Giorgio sarebbe stato la Focaccina! Alla mia domanda agitata: Ma può la Focaccina indossare il costume da cetriolo?!, seguì silenzio denso di significato.
Chiamai subito Lorenzo al lavoro e lo informai del disastro. Con voce fin troppo allegra (e quello avrebbe dovuto insospettirmi), mi disse: Nessun problema! Faccio venire i miei due amici chirurghi, Marco e Beppe. Tre chirurghi sono una squadra imbattibile! Troveremo una soluzione a casa. Ah, se solo avessi ascoltato il mio istinto
Alle nove di sera telefonai a casa, presa dalle faccende in ospedale. Giorgio rispose con entusiasmo: avevano comprato una maglietta bianca, papà incollava del cartone giallo, zio Marco preparava la cena e zio Beppe rideva come un matto.
Unora dopo, Giorgio mi disse che stava andando a dormire: zio Beppe aveva ritagliato un gran cerchio di cartone giallo e gli stava disegnando due occhi, zio Marco apriva un barattolo di cetriolini sottaceto e papà rideva fino al singhiozzo.
Alle dodici chiamai di nuovo: Lorenzo mi spiegò che Marco e Beppe erano esausti per aver creato la Focaccina e si erano addormentati. Cera però un piccolo problema Il muso della Focaccina era stato attaccato alla maglietta bianca con la supercolla dal distratto Marco, ma il disco uscì storto. Così, Beppe cercò di scollarlo, strappando però la maglietta. Alla fine, rimediarono cucendo il tutto, con ago e filo da sale operatorie, alla maglietta verde del cetriolo.
Così venne fuori un capolavoro che neanche avrei potuto immaginare: la Focaccina aveva un sorriso grande con trenta denti (gli mancavano solo due incisivi, avendo finito il cartone bianco). Non ti preoccupare, dissi, in mezzo a trenta denti nessuno se ne accorgerà. Dovevo solo stare tranquilla: mio figlio avrebbe avuto il costume più originale. Intanto, chi russava in salotto? Ma Beppe, che aveva ritagliato tanti denti da addormentarsi sulla poltrona.
Passai il resto della notte preda dei dubbi. Alla fine del turno, supplicai il primario di lasciarmi uscire per unora, giusto per vedere la recita del mio bambino.
Arrivai tardi. Dallaula magna sentivo il pubblico ridere, piangere e urlare. Aprii piano la porta…
Attorno allalbero, la Focaccina saltellava. Un gigantesco volto giallo-sole copriva tutto il petto di Giorgio dal mento alle ginocchia. Gli occhi di quella creatura guardavano in direzioni opposte, e tre lunghe cuciture blu sopra le orbite sembravano profonde rughe di una Focaccina ormai stanca della vita. Lassenza proprio dei due dentoni davanti nella bocca esagerata rendeva il tutto ancora più comico: sembrava davvero una Focaccina anziana e un po rovinata, appena uscita dal carcere Il tocco finale? Il cappellino verde da cetriolo, con codino di fil di ferro e stoffa.
Giorgio, serissimo, iniziò a declamare la sua poesia: Dove mai troverete uno come me?, ma lapplauso sovrastò ogni altra parola. Leducatrice Carla crollò sulle ginocchia tra le lacrime, e nel salone ridevamo tutti, pieni di nostalgia e di gioia.






