Mio figlio non è pronto a diventare padre…
“Disgraziata! Ingrata! urlava mia madre contro di me, Beatrice, tutte le volte che poteva. Nemmeno il mio pancione riusciva a placare la sua rabbia, anzi, sembrava solo aumentare la sua furia. Fuori da questa casa! E non tornare mai più, chiaro? Non voglio rivederti!”
E così, mia madre mi ha davvero cacciata di casa. Non era nemmeno la prima volta che lo faceva, ma questa, per la gravidanza, mi ha detto che era finita e che io non dovevo più far parte della famiglia, almeno finché non aggiusto tutto.
In lacrime, con una piccola valigia in mano, sono andata a cercare conforto dal mio ragazzoAndrea, che però mi ha accolta confuso e spaesato. Ho scoperto che Andrea non solo non aveva detto nulla ai suoi genitori della mia gravidanza, ma anche che la madre, appena mi ha vista, mi ha subito chiesto se non fosse troppo tardi per fare qualcosa. Ormai, però, era visibile che aspettavo un bambino. Ero sconvolta, pronta a tutto pur di trovare un po di aiuto. Solo un mese prima avrei gridato contro mia madre per certe idee, ma ora ero solo disperata e spaventata per il futuro.
Mio figlio non è pronto a diventare padre, ha detto decisa la madre di Andrea. È troppo giovane, questa cosa gli rovinerà tutta la vita. Certo, ti aiuteremo come possiamo, ma per ora ho chiesto a una mia conoscente di trovarti un posto in un centro daccoglienza per ragazze come te, mi ha detto, con quellaria distaccata riservata alle ultime ruote del carro.
Nel centro di accoglienza di Firenze mi hanno dato una piccola stanza. Lì, per la prima volta dopo mesi, sono riuscita a rilassarmi, a respirare, a riposare davvero. Nessuno mi rimproverava, mi preparavano psicologicamente e fisicamente al parto, e potevo parlare con una psicologa. E quando finalmente ho stretto tra le braccia quel piccolo fagottomia figlia, Martinami sono spaventata, presa dal panico. Ma poi ho iniziato a guardarla, studiarla mi sembrava qualcosa di sconosciuto e magico quel minuscolo essere umano nella mia vita.
Mancava poco a Natale. Ma invece di sentire gioia, mi hanno avvisata che sarei dovuta andare via a breve, perché cera già una lista dattesa per la mia stanza.
Così, con Martina in braccioaveva compiuto appena un mesemi ritrovavo in camera senza sapere dove andare; chi ci avrebbe dato un letto, come avrei potuto guadagnare qualche euro. Il cuore di mia madre non si era mai sciolto, non venne nemmeno a vedere sua nipote. Semplicemente ci aveva cancellate dalla sua esistenza.
Che triste questo nostro Natale, piccola ho sussurrato a Martina. Ho sempre amato questo periodo dellanno. Da bambina andavo sempre con gli altri del quartiere a cantare le canzoni di Natale, conoscevo ogni strofa, e riuscivo persino a racimolare una bella somma, passando di porta in porta per i quartieri della periferia. Volevo rivivere almeno un po quella sensazioneandare di casa in casa cantando, sentire di nuovo quel senso di festa. “Perché no? ho pensato Martina è una bambina tranquilla, la copro bene, la tengo stretta a me canterò, mi sfogo un po’, e se qualcuno non mi apre pazienza, ci penserà il buon Dio.
Il giorno dopo, ho scelto una zona tranquilla di villette fuori Siena per andare a cantare sotto le finestre. Come temevo, non mi aprivano volentieri: la tradizione voleva che a cantare fossero i ragazzi, di solito maschi. Ma quando riuscivo a entrare, mi facevo forza e cantavo le canzoni più belle e sentite che conoscevo; e alla fine, spesso gli abitanti mi ricompensavanocon qualche banconota, dolcetti, a volte un piatto caldo. Si intenerivano in particolare quando vedevano la piccola Martina: capivano che nessuna ragazza si mette per strada così, col freddo e una neonata, se non è davvero disperata.
Girare da una casa allaltra era stancante. Dai, ne manca solo una: quella villa grande laggiù. Chissà, magari trovo gente generosa, magari una bella mancia, pensavo tra me e me. In tasca avevo già raccolto una discreta cifra, abbastanza da sentirmi più serena.
Permesso, posso cantare una canzone di Natale? ho chiesto quando il padrone di casa ha aperto la porta e mi ha fatto entrare. Ma poi il suo comportamento mi ha lasciato spiazzata. Appena dentro, mi fissava in viso, poi guardava Martina, diventava pallido e si è appoggiato al divano, barcollante.
Teresa? ha sussurrato.
Come scusi? No, io mi chiamo Beatrice forse mi confonde con qualcun altro.
Beatrice? Ma assomigli così tanto a mia moglie ha detto piano. E questa bambina, è una femmina?
Sì, è mia figlia.
Anche io avevo una figlia così Ma sono morte tutte e due in un incidente Proprio laltra notte ho sognato che mia moglie e mia figlia tornavano a casa E ora siete qui Possibile?
Non so davvero cosa dire
Vieni, vieni dentro, non farmi restare solo. Raccontami la tua storia, per favore
Allinizio mi sono spaventata di fronte a quello sconosciuto così emozionato e un po fuori dal normale. Ma tanto, dove potevo andare? Così sono entrata nellampio soggiorno, tra foto appese di una donna e una bambinaaveva ragione, la moglie sembrava davvero simile a me
Ho iniziato a raccontare la mia vita. E continuavo e continuavo, come se non potessi smettere. Raccontavo tutto, dettagli e particolari che forse nessuno aveva mai voluto ascoltare. E quelluomo rimaneva zitto, assorbiva ogni parola, ogni tanto guardava Martina, che dormiva tranquilla e sorrideva nel sonno come se il suo cuoricino sentisse di essere finalmente arrivata in un posto sicuro chissà, forse questa casa diventerà davvero la nostra casa.




