8 giugno
È da tre mesi ormai che io e mio fratello litighiamo continuamente per quanto riguarda nostra madre. Dopo lictus, non è più autosufficiente: si dimentica continuamente le cose, ha bisogno che qualcuno sia sempre con lei. Serve assistenza costante. E tutto questo è ricaduto sulle mie spalle. Mi sento come se dovessi prendermi cura di una bambina. Ho il mio lavoro, una casa, la mia famiglia. Come posso sdoppiarmi?
Ho proposto di portare mamma in una residenza per anziani, ma mio fratello si è infuriato, accusandomi di essere insensibile. Eppure non ha alcuna intenzione di prenderla con sé. Vive infatti nella casa di sua moglie, e lì non cè spazio.
Un tempo eravamo una famiglia molto unita. Eravamo la classica famiglia italiana di quattro persone. Io e mio fratello, Luigi, abbiamo solo un anno di differenza: io ho 36 anni, lui ne ha 35. I nostri genitori ci hanno avuto tardi. Fino alla morte di nostro padre, tutto scorreva con serenità.
Poi Luigi è andato a studiare a Firenze e si è stabilito là, sposandosi. Io invece sono rimasto a Genova, dove abbiamo sempre vissuto. Ho vissuto con i genitori fino al matrimonio, poi con mia moglie abbiamo preferito affittare un appartamento. Pensavamo poi di acquistarne uno e avere dei figli. A questo erano rivolti i nostri sogni.
Soltanto due anni fa è mancato papà, e mamma, Agnese, è diventata triste, apatica, sempre più nostalgica. È invecchiata allimprovviso. Era già fragile di suo, poi sei mesi fa lictus. Temevamo non ce la facesse. Allinizio non parlava bene e aveva difficoltà a muovere braccia e gambe. Dopo, è migliorata fisicamente, ma dal punto di vista mentale si è aggravata.
I medici mi hanno detto che certe conseguenze sono ormai permanenti. Così mi sono assunto il compito di occuparmi di mamma. Io e mia moglie siamo tornati a vivere nella casa di lei. Ho cambiato lavoro e sono diventato libero professionista, così da esserle vicino. Non si poteva lasciarla sola nemmeno per poco.
Col recupero della mobilità non è cambiato molto: balbettava, si smarriva, correvamo dietro di lei per riportarla a casa. Piangeva, diceva che da qualche parte la stava aspettando suo marito. Davvero una sfida. E io non dormivo più tranquillo, temendo che uscisse di notte. Anche il lavoro ne risente: non riesco mai a concentrarmi come dovrei. Mio marito ha proposto la soluzione del ricovero in una struttura adatta.
È caro, ma con un po di sacrifici riusciremmo a pagare la retta, che è di oltre mille euro al mese. Hai anche un fratello, mi dice lui. Che contribuisca anche lui, sarebbe giusto.
Ho esitato molto, ma alla fine ho capito che non cerano alternative. Quanto ancora posso andare avanti così? Almeno in una residenza mamma avrebbe assistenza giorno e notte e cure mediche. Mi sono informato di persona: la spesa è alta, ma che altro posso fare?
Ho chiamato Luigi spiegandogli tutta la situazione, sperando che capisse quanto sia tutto difficile davvero. Invece si è arrabbiato e mi ha urlato al telefono:
Ma sei impazzita? Vuoi mettere nostra madre in un istituto? Lì si sentirebbe una straniera, come puoi sapere se sarà trattata bene? Sei senza cuore! Mi ha accusato di voler liberarmi di lei.
Ho provato a spiegarmi, ma non voleva ascoltare. Così ho continuato ad occuparmi di mamma, finché non ho sentito che le mie forze si stavano esaurendo. Ne ho riparlato con lui, ma non ha cambiato idea.
Non lo farei mai a nostra madre mi ha detto lei ci ha cresciuti, ci ha dato tutto, e non si è mai lamentata, nemmeno quando era difficile. Noi glielo dobbiamo entrambi. Ma perché deve pensarci solo tu? Se non ti piace la mia idea, portala tu a casa tua e fai vedere quanto sei bravo.
Lo sai che vivo a casa di mia moglie, Regina. Come potrei chiederle di badare a mia madre?
Allora mio marito può farlo e tua moglie no? ho ribattuto. Tu e tuo marito vivete con mamma, è compito vostro.
Alla fine lho avvisato che potevo lasciare subito la casa di mamma, così che lui e Regina si trasferissero lì. Ma anche lui ha tergiversato: Sai bene che lavoro sempre, impossibile che mi distragga! E insinua che io lo faccia solo per sbarazzarmi del problema.
Sento di vivere in un incubo. Da una parte so che sarebbe meglio portarla in una struttura dove avrebbe tutto ciò che serve. Dallaltra il senso di colpa di essere un figlio ingrato mi tormenta. Mio marito è dalla mia parte e dice che mamma avrà la giusta assistenza, e che anche noi dobbiamo pensare alla nostra vita.
Ho deciso di aspettare ancora una settimana: se Luigi non si fa vivo, sarò costretto a fare ciò che ritengo giusto. Mi sono reso conto che tutti possono dare consigli, ma solo chi si prende carico del malato sa quanto sia veramente difficile. E ormai sono stanco delle scuse di Luigi.
Mi porto dentro una lezione: in queste situazioni spesso si resta soli, e la famiglia, che dovrebbe essere il nostro porto sicuro, talvolta diventa fonte di incomprensione. Bisogna agire col cuore ma anche con pragmatismo, accettando che non tutto si può risolvere da soli.






