Mio marito continuava a paragonarmi a sua madre, così un giorno gli ho detto di fare le valigie e trasferirsi da lei

12 ottobre

Non è passato giorno, ormai, in cui Paolo non mi abbia messo a confronto con sua madre. Questa sera, durante la cena, la solita scenata:

«Non hai messo abbastanza sale, di nuovo? Te lho detto mille volte, sa tutto di niente!» ha borbottato, spingendo via il piatto di spezzatino che avevo lasciato cuocere per quasi unora. Ha afferrato la saliera e ne ha versato una montagna nel sugo già fumante. «Mamma dice sempre: “Il sale si aggiusta in tavola, ma lamore si mette prima”. Però lei sì che sa dosare, mica come te che segui solo le ricette. Non ci metti sentimento.»

Lho osservato in silenzio, lennesima molla che mi si irrigidiva dentro. Inspirando con cura per non tradire il fastidio, mi sono voltata verso la finestra. I lampioni, nella sera autunnale di Milano, cominciavano ad accendersi.

«Paolo, ho cucinato come ci ha consigliato il medico, ti ricordi che avevi il bruciore di stomaco la scorsa settimana», ho mormorato, sistemando le tazze pulite nel portasciugamani.

«Eh su, smettila di nasconderti dietro i medici!» ha sbuffato, strappando un pezzo di carne. «La verità è che non sei portata per queste cose. Da mia madre, laltro giorno? Le hai viste le sue lasagne? Perfette, tutte uguali, salsa fatta in casa, mica il tuo ragù pronto. Quando entri da lei è tutta una fragranza di torte, da noi sembra sempre di stare in una lavanderia.»

Ho trattenuto le parole. Il profumo di detersivo non era per caso: avevo appena lucidato la cucina dopo una sua disastrosa frittura di uova con pancetta, grasso arrivato fin sulla lampada. Farglielo notare sarebbe stato inutile. Paolo svicolava da ogni responsabilità con la nonchalance di chi preferisce imputare ogni, anche inesistente, mancanza alla moglie.

La cena è continuata tra il gracchiare della televisione e i suoi commenti su quale sarebbe la gestione domestica giusta. Io annuivo meccanicamente, con la testa già ai calcoli del giorno dopo in ufficio. Da qualche anno, lavoro come responsabile amministrativa in una grande azienda di logistica, e il periodo di bilanci mi assorbe completamente. Sognavo solo pace al ritorno a casa; invece, mi toccavano paragoni quotidiani con la regina incontrastata delle sfogline e della pulizia: la signora Silvana Boschetti.

Silvana, mia suocera, era una donna energica, con la mania dell’ordine che rasentava il delirio. In casa sua i mobili venivano spostati e la polvere eliminata anche dalle fessure delle prese elettriche. Paolo era cresciuto venerando il mito della madre-sacrificio, incapace di capire perché io non avessi la minima intenzione di immolare la mia vita a quella religione del bucato e dei sughi lenti.

La serata scivolava nella notte senza che la tensione si sciogliesse. Paolo, il tablet in mano, si era piazzato sul divano. Io sono andata a stirare le sue camicie per il giorno dopo, sperando nel silenzio. Ho preso la camicia azzurra più pesante e, mentre stiravo il colletto, lui si è materializzato alle mie spalle.

«Di nuovo così, Marta?» – la sua voce alle mie spalle mi ha fatta sussultare.

Si è appoggiato allo stipite con le braccia conserte: «Chi stira così? Lasci le pieghe dappertutto! Mamma fa prima le maniche, poi il dorso e infine il colletto con la garza umida. Tu invece passi il vapore diretto, la rovinerai!»

Ho posato il ferro con un sibilo.

«Paolo, se sai farlo meglio, puoi stirare tu», ho suggerito fredda.

Ha rovesciato gli occhi al cielo.

«Ecco, la vittima! Non posso dirti niente che subito ti offendi. Lo faccio per il tuo bene, per insegnarti a fare meglio. Mamma dice che la donna deve saper mantenere in ordine il guardaroba del marito, che è la faccia della famiglia. Ma tu, mai tempo. Sempre lavoro, bilanci e la casa va in malora.»

Ho posato lo sguardo sul soggiorno pulito, perfetto.

«In malora? Ma se è tutto in ordine, stirato, cucinato. Paolo, lavoro quanto te, anzi guadagno addirittura più di te. Perché dovrei sottopormi ogni sera a nuove lezioni a distanza del manuale di tua mamma?»

«Ecco, sempre con questi soldi!» – ha sbottato, quasi infastidito. «Non è questione di soldi, ma di cura. Mamma lavorava in biblioteca sempre tutto a posto, cena completa e dolce finito. Papà era sempre il più elegante. E tu… Eh, Marta. Fa come vuoi, domani vado in ufficio stropicciato, tanto tutti vedono chi mi veste.»

È sbattuto via, lasciandomi sola col ferro spento e un gelo nello stomaco. In quel momento ho avuto voglia di far le valigie e andarmene. Peccato che la casa sia mia eredità della nonna, molto prima di conoscere Paolo. Lui era arrivato con una valigia e un vecchio portatile. Ora sembrava si sentisse il padrone, mentre io diventavo ogni giorno più invisibile, come una domestica in una villa che non è la sua.

Per giorni abbiamo vissuto da estranei. Paolo faceva sospiri esagerati trovando una macchiolina, o buttava sale nei miei piatti senza nemmeno assaggiarli. Io, in silenzio, immersa nel lavoro, aspettando solo che passasse la settimana. Il sabato era tradizionalmente riservato al pranzo a casa di sua madre.

La mattina, inizia come sempre lui a rincorrermi per casa.

«Marta, ti stai preparando da unora! Mamma odia i ritardatari. Mettiti il vestito blu, non quei jeans. Mamma dice che dimostri trentanni in più coi jeans, e tu invece Ne hai già trentaotto, è ora di essere elegante.»

Ero ferma, proprio mentre tiravo su la cerniera dei pantaloni.

«Io sto bene nei miei jeans, Paolo. È solo un pranzo in famiglia, mica un ricevimento.»

«È rispetto per gli anziani!» ribatte lui. «Mamma si è ammazzata di lavoro per cucinare e tu arrivi da sciatta.»

Sono andata con i miei jeans e una camicia bianca. Durante il viaggio Paolo ha tacito, lo sguardo fisso sulla strada, tamburellando nervoso le dita sul volante della nostra macchina che, tra laltro, sto pagando io la maggior parte delle rate.

La casa di Silvana ci ha accolti con lodore di pane fresco e arrosti. Lei, con la permanente e un grembiule immacolato, già sulla porta.

«Finalmente! Paolo, sei sciupato, niente ti cucina tua moglie? Vieni qui!» Mi lanciò uno sguardo rapido. «Marta, ci sono le ciabattine, stai attenta che ho appena lavato a cera i pavimenti.»

A tavola, il solito spettacolo: pezzi migliori a Paolo, lamenti sulla mia cucina.

«Assaggia il coniglio che ho fatto per te, tre ore di forno. Altro che ste mode moderne, la pentola a pressione non è mangiare questo!»

«Ogni epoca ha il suo ritmo, signora Silvana. La pentola a pressione fa risparmiare tempo», ho risposto, gentile.

«Tempo! E per cosa? Instagram? Una volta si lavorava, si crescevano figli, si puliva. Ora robot, lavastoviglie, ma il calore non cè. Laltra settimana ero da voi Le tende, grigette, le finestre opache. Vergogna, Marta. La casa parla della donna.»

Paolo approvava masticando.

«Anchio glielo dico, mamma! Dico: lava le tende, pulisci i vetri. Lei: chiamo la ditta pulizie. Gente estranea in casa nostra!»

«Ditta pulizie?» Silvana aveva lo sguardo sconvolto. «Marta, ma che spreco è quello? Le mani di una donna devono toccare ogni angolo. Gente esterna, è una disgrazia! Per questo non avete figli, e magari litigate pure.»

Quellaffondo mi ha ferita. Il discorso figli era ancora un tasto dolente; ci stavamo provando, non funzionava, e Silvana lo sapeva, ma non perdeva occasione per colpire.

«Non litighiamo per la ditta pulizie», ho detto ferma. «Litighiamo perché Paolo mi paragona a lei.»

Silenzio di tomba, Paolo che tossisce quasi a sputare il vino.

«Che cè di male a volere il meglio?» ha detto la suocera. «Paolo è orgoglioso della madre. Vorrebbe una moglie alla sua altezza. Dovresti solo prendere appunti e imparare le mie ricette finché sono viva. Paolo è abituato bene.»

«Esatto!» rincara Paolo. «Marta, dammi retta, potresti essere più morbida, più attenta. Guarda mamma, tutto splende. Da noi, la polvere rimane sui battiscopa.»

In quel momento ho sentito una calma nuova. Ho ringraziato per il pranzo: «Davvero tutto eccellente. Ma ora, io vado. Paolo può restare per il dolce. Gli farà bene respirare un po daria di casa.»

Paolo mi ha fermata nel corridoio. «Marta, sei impazzita? Siediti, non fare scenate davanti a mamma!»

«Vado a casa, Paolo. Mal di testa. Arrangiati, io torno da sola. Hai le chiavi.»

Fuori, ho inspirato Milano e, per la prima volta, mi sono sentita leggera. Avevo un piano pronto, limpido nella mia mente.

Ho passato la serata a riempire valigie robuste quelle dei nostri viaggi in Puglia. Ho sistemato tutta la sua roba: camicie, pantaloni, felpe, calze, mutande. Persino il completo per cui mi aveva fatto la lezione di stiratura, lho messo nel portabiti.

Paolo è rientrato che era quasi mezzanotte, odore di torta e soddisfazione.

«Cosa diavolo hai combinato? Mamma è nervosa, le è venuta la pressione alta, tutto per colpa tua! Sei unegoista!»

È entrato nella camera, paralizzato davanti alle valigie.

«Che succede? Partiamo?»

Ero seduta in poltrona con un libro. Lho chiuso.

«Noi non andiamo da nessuna parte. Tu vai.»

Sbiancato, ha ghignato: «Scherzi, Marta? Tira via tutto che è tardi, sono stanco.»

«Non è uno scherzo. Tutta la tua roba è pronta. Ho chiamato il furgone per domani mattina. Alle nove.»

Paolo è diventato paonazzo.

«Mi stai cacciando? Da casa mia?»

«Correggi: casa mia. Lascio le parole chiare. Qui ci abitavamo insieme, ma, a quanto pare, tu vivi malissimo. Tutto è sbagliato.»

«Ma io ci ho lavorato qua! I lavori, la pittura! Ti porto in tribunale!»

Ho sorriso, triste. Lo aspettavo, quel ricatto.

«Paolo, sei laureato in legge. La casa è mia da prima del matrimonio. I lavoretti che dici li ho pagati io: piastrelle, lavori, tutto con bonifico. Solo la pittura delle pareti lhai pagata tu: ti restituisco ora i duecento euro. Per il resto, vai pure in tribunale se vuoi.»

Paolo si è afflosciato. Sapeva che avevo ragione. Pagato da contabile medio, il suo stipendio copriva la spesa e poco più, tutto il resto lo gestivo io.

«Davvero tutto questo per un po di sale, Marta? Io ti voglio bene.»

«Per una settimana, un mese, cambieresti. Poi riprenderebbe tutto. Tu vuoi tua madre. Io un compagno adulto. Siamo diversi.»

Abbiamo dormito separati. Al mattino, il trasloco è stato rapido.

Paolo, con la giacca triste, davanti la porta.

«Marta, dai, non farmi tornare da mamma così!»

«Dille che sono troppo bassa per i vostri standard. Vedrai, sarà felicissima.»

Ho chiuso la porta e, poggiandomi allo stipite, mi sono messa a ridere finalmente. In casa silenzio, io sola, nessuna critica.

La settimana dopo, mi sono regalata una squadra di pulizie: la casa brillava, nessuna energia negativa. Ho mangiato fuori, cenato con le amiche, passato le serate in vasca o leggendo, senza pensare a camicie e battiscopa.

Giovedì sera, il telefono: Silvana. Ho risposto.

«Marta! Ma che hai fatto? Paolo mi ha sfinita, vuole servito e riverito, mi stravolge la casa e reclama i tuoi piatti! Io con la pressione, letà Mi scombina tutto! Ma poi, ha detto che il mio sugo era troppo salato! A me!»

Ho dovuto trattenere il riso.

«Mi dispiace, signora Silvana. Se è abituato così Io non sono in grado di offrirgli quel servizio.»

«Tu sei la moglie, devi rimetterlo in riga! Prenditelo!»

«Non posso più. Stiamo divorziando. Deciderà lui dove stare.»

Silenzio. Poi: «Marta, pensa a quello che fai. Chi ti prenderà a quarantanni, separata? Paolo è un uomo serio»

«Bene, la fortuna di qualcunaltra. Io ora sto bene. Buona serata.»

Bloccato il numero, anche quello di Paolo. Un mese dopo, tribunale. Paolo era sfinito, la camicia stropicciata.

«Marta, ma non possiamo riprovarci? Mamma mi fa impazzire. Ho capito che stavo bene con te. Pace. Nessuna predica. Magari il tuo ragù non era quello di mamma ma nessuno mi dava il tormento.»

Lho guardato, quasi con affetto, ma senza più voglia di lottare.

«Hai capito solo quando hai vissuto la mia situazione. Ma non è amore. Vuoi una casa confortevole, non una moglie.»

«Andrò a vivere da solo! Farò tutto io!»

«Bene. Impara. Io ormai mi godo il silenzio e nessun confronto.»

Siamo usciti estranei. Lui verso la fermata dellautobus, io in auto. In macchina, un catalogo di viaggi. Avevo sempre sognato un weekend a Firenze o unestate tra Positano e Napoli, ma Paolo diceva sempre che era meglio il cortile della madre e lorto.

Adesso, solo me stessa, le mie scelte, senza battiscopa da ispezionare. Ho acceso la radio e guidato verso nuovi sogni.

La lezione? Ho smesso di cercare il mio valore nello sguardo degli altri. Meglio un piatto senza sale, ma cucinato a modo mio, che essere il piatto migliore nel menù della suocera.

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