Mio marito si è presentato in ritardo al funerale di mio padre. Mi ha telefonato un quarto dora prima della cerimonia, diceva che era bloccato nel traffico, che era una giornata da dimenticare, che stava arrivando.
Io ero già davanti alla chiesa, con il cappotto nero, le mani gelate strette sulla borsa. Annuii, nonostante sapessi che lui non poteva vedermi.
La gente entrava piano. Qualcuno mi passò un fazzoletto. Qualcun altro mise una mano sulla mia spalla. Erano tutti lì. Tranne lui.
La bara era già vicino allaltare. La guardavo, cercando di non pensare al fatto che mio padre chiedeva sempre se mio marito sarebbe arrivato puntuale, se ci sarebbe stato qualche nuovo imprevisto. Gli promettevo che questa volta ci sarebbe stato, che magari ritardava al lavoro, alle cene, ai compleanni, ma non in un momento come questo.
La messa iniziò senza di lui. Il telefono in tasca vibrò una volta, poi due. Non risposi.
Dopo la cerimonia, qualcuno scattò una foto. Una di quelle normalissime gente, fiori, cielo grigio. La sera la vidi online. E per puro caso, proprio lì accanto, vidi unaltra foto. Scattata lo stesso giorno. Alla stessa ora. In un luogo che non aveva niente a che fare col cimitero.
Restai lì davanti allo schermo del telefono qualche secondo prima di capire cosa stavo guardando. La foto era luminosa, piena di risate, palloncini colorati e una tavola imbandita. Qualcuno aveva taggato il locale, messo lora, aggiunto qualche cuoricino nella descrizione. Sembrava tutto leggero, festoso, proprio il contrario della giornata che stavo vivendo.
Sul fondo, di lato, cera il suo viso. Sorridente. Spensierato. Unespressione che non vedevo da un bel po. Era accanto a lei. Una donna della cui esistenza non ero ancora consapevole, ma che il mio istinto riconobbe subito. La mano posata troppo confidenzialmente sulla sua spalla per essere solo una collega o unamica di amici.
Lora della foto combaciava perfettamente con il momento in cui io ero davanti alla chiesa ad ascoltare la sua voce che mi rassicurava: sto arrivando, sto per girare langolo, è questione di minuti.
Non ricordo il percorso verso casa. Ricordo solo il silenzio nellappartamento, la foto di papà sulla credenza e quella domanda che rimbalzava senza tregua nella mia testa: ma come si fa a sbagliare così tanto i tempi?
Quando Marco si fece vivo, era ormai tutto finito. Finito il funerale, la commemorazione, lo shock. Entrò piano, quasi sperando di non trovarmi. Indossava una camicia mai vista prima. Profumava di riviste strane e di prosecco.
Mi dispiace disse sulla soglia. Davvero, non era mia intenzione…
Non gli lasciai finire. Posai il telefono sul tavolo e lo allontanai verso di lui. Guardò. Allinizio senza capire, poi con sempre più attenzione. Il sorriso gli sparì dalla faccia.
Non è come pensi disse in fretta. Erano solo i compleanni di amici. Mi sono fermato un attimo, volevo comunque arrivare…
Non sei arrivato lo interruppi. Al funerale di mio padre.
Si sedette pesante sulla sedia. Si passò una mano tra i capelli, come sempre quando era teso. Iniziò a parlare. Di programmazione sbagliata, di imprevisti, del traffico, del fatto che pensava di avere più tempo. Di quanto non volesse farmi male. Né oggi, né mai.
Lo ascoltavo, ma ogni parola suonava distante, estranea, come se stesse parlando di qualcun altro. Nella mia mente continuavo a vedere mio padre che si sistemava la cravatta prima di uscire, che mi diceva di non preoccuparmi, che tutto si sistema. Quel giorno, invece, non si è sistemato niente.
Vai via dissi, finalmente.
Come sarebbe? mi guardò incredulo. Possiamo parlarne.
Abbiamo già parlato risposi tranquilla. Ora vai.
Si divise velocemente. Due cose in valigia, il caricabatterie, la camicia. Restò sulla soglia con laria di chi si aspetta che tu lo trattenga. Non lo feci. I giorni dopo mi chiamò e scrisse. Si scusava, spiegava, prometteva, giurava che era stato un errore, che non mi avrebbe mai più deluso, che aveva capito.
Ci siamo incontrati ancora una volta. Si sedette di fronte a me, stanco, invecchiato di una settimana. Diceva che voleva tornare. Che avrebbe aggiustato tutto. Che mi amava. Lo guardavo e sentivo solo una cosa: stanchezza. Non rabbia. Non odio. Solo quella profonda stanchezza di chi ti preferisce le feste degli altri invece del tuo dolore.




