Caro diario,
Mi sono sposata a diciotto anni, con Giuseppe, un uomo di ventanni più vecchio di me. La sua maturità mi affascinava, così ho accettato una vita che sembrava promettere stabilità. In un anno è nata Alessia, seguita poco dopo da Lorenzo. Giuseppe è stato il mio sostegno in ogni cosa: grazie a lui ho potuto completare gli studi e mettere i primi passi nel mondo del lavoro.
Quando Lorenzo ha compiuto tre anni, Giuseppe ha chiuso la valigia e se nè andato, lasciandoci soli. Ho pianto per settimane, incapace di immaginare come sopravvivere con due bambini senza alcun aiuto. Non avevo nessuno a cui affidare i piccoli, così ho dovuto rinunciare al lavoro.
Gli alimenti che ricevevo erano una piccola mensilità di centinaia di euro, a malapena sufficienti a coprire il pane e il latte. Ho lottato, ho fatto ore di lavoretti per tirare avanti, finché Lorenzo non ha trovato posto allasilo di via Roma a Napoli e io ho ricominciato a lavorare.
Dopo qualche mese Giuseppe è ricomparso, chiedendo perdono e promettendo di tornare nella nostra famiglia. Gli ho risposto: «Abbiamo imparato a vivere senza di te. Non ti sei mai preoccupato dei nostri figli; ora ti scusi? Vai via e non tornare più».
Un mese più tardi è comparso in tribunale, sperando di riprendersi i bambini. Il giudice ha deciso a mio favore: i miei figli rimangono con me.
Sei mesi dopo ho scoperto la sua vera motivazione: il padre di Giuseppe aveva redatto un testamento a favore dei nostri figli, ma alla fine non è rimasto nulla. Oggi, guardando indietro, ricordo le notti in cui dividevamo un solo pezzo di pane e le settimane di fame per dare loro qualcosa da mangiare.
Nonostante tutto, sono fiera di quello che ho costruito da sola, e il ricordo di quei sacrifici mi dà la forza di andare avanti.






