Mio marito ha detto che sarebbe andato in viaggio di lavoro, ma l’ho visto parcheggiare davanti all’…

Lui mi ha detto che doveva partire per una trasferta, e ho scorto la sua auto parcheggiata davanti al portico della migliore amica.

Hai preso il caricabatterie? E le medicine per lo stomaco? Sai bene comè il cibo in queste trasferte, ti faranno soffrire, e io non sarò lì a tenerti la mano.

Certo che lho preso, lho preso! Margherita, smettila di trattarmi come un bambino. Non vado al Polo Nord, vado a Livorno. Solo tre giorni. Faccio la relazione, due riunioni e torno. Dai, lasciami andare, il taxi è lì da cinque minuti, il contatore ticcheggia.

Luca tirò con ansia la zip della borsa da viaggio, impigliando il tessuto, sbuffò, tirò più forte e infine chiuse tutto. Sembrava correre contro il tempo, temendo di perdere lultimo treno della sua vita. Margherita rimaneva sulla soglia, appoggiata al telaio, lo sguardo velato di una tristezza leggera. Dieci anni di matrimonio. Dieci anni di addii per trasferte, e ogni volta il cuore si stringe un po.

Chiamami quando arrivi allalbergo, le chiese, sistemandogli il colletto della giacca. E non accelerare sulla autostrada, dicono che cè ghiaccio.

Margherita, prendo il treno, lo sai? Ho lasciato lauto, la sospensione fa rumore, non voglio rischiare. Un bacio veloce, profumato di profumo fresco e chewing gum alla menta, e via, la serratura scattò, tagliandolo dal calore di casa. Margherita trattenne il respiro, ascoltò i passi che scendevano le scale. Lascensore ruggì verso il piano interrato.

Nel piccolo appartamento calò un silenzio speciale, quel silenzio che resta quando esce la persona che riempiva ogni angolo. Margherita andò in cucina, versò un caffè ormai freddo. Tre giorni. Potrei dedicarmi a me stessa, leggere quel libro che non ho mai finito, fare una maschera per il viso, o uscire con le amiche.

A proposito di amiche, Luca le ricordò Ginevra. Ginevra era la compagna di banco, lamica più cara fin dalle scuole: esami, prime cotte, il matrimonio di Margherita, il doloroso divorzio di Ginevra due anni fa. Ginevra abitava in un quartiere vicino, in un nuovo complesso con cortili curati.

Margherita guardò lorologio. Sabato, mezzogiorno. Niente impegni. Forse fare una visita a Ginevra? Organizzare una serata tra donne, visto che Luca era via? Prese il telefono ma poi desistì. Ginevra, ultimamente, si lamentava di emicranie e stanchezza, voleva riposare nel weekend. Meglio non disturbarla, ma fare una passeggiata verso il grande centro commerciale vicino, comprare qualcosa di carino, e vedere cosa accade.

Si vestì di stivali comodi il tempo era umido, una pioggia di novembre. Uscita fuori, respirò laria bagnata, la città pulsava di vita frenetica.

Raggiunse il centro commerciale con lautobus, vagò nei negozi, comprò una sciarpa di cashmere color rosa polvere. Lumore migliorò. Uscendo dal mall, decise di attraversare i cortili del complesso di Ginevra. Passerò di lì, pensò se vedo luce nelle finestre forse suono. Altrimenti tornerò a casa.

Il cortile di Ginevra era di classe: cancelli, aiuole ordinate, persino a novembre sembravano nette, e un parcheggio pieno di auto straniere costose. Margherita camminava lentamente, osservando le vetture. Amava le macchine, guidava di rado ma con passione.

Il suo sguardo scivolò su una fila di auto. Una BMW nera, una Mini rossa, una Toyota Camry argentata Si fermò davanti alla Camry. Stesso modello dellauto di Luca. Perfino il graffio sul paraurti posteriore, quello che aveva fatto una settimana fa al supermercato, era al medesimo punto.

Il cuore le balzò, poi si affollò in gola.

Non può essere, cercò di tranquillizzarsi. La Camry è comune, ce ne sono mille in città. Il graffio è solo una coincidenza.

Si avvicinò, sentendo le mani intiepidire. Numero di targa: tre sette e le lettere VOR. Luca rideva sempre di quel codice, diceva portasse fortuna negli affari. V377VOR. Era la sua auto.

Margherita rimase immobile, come ipnotizzata. Luca aveva detto che sarebbe partito in treno, che lauto era rotta. Eppure lauto era lì, davanti al portico di Ginevra.

Il primo pensiero fu: Forse è passato a Ginevra per consegnare qualcosa? O per aiutare? Ma Luca era partito tre ore fa. In tre ore si può andare al capolinea e tornare dieci volte.

Margherita toccò il cofano; era ancora caldo. Lengine era stato spento da poco, forse mezzora fa. Significava che non era alla stazione. Era lì.

Con mani tremanti chiamò Luca. Il suono del segnale era lungo, ogni ticchettio rimbombava nelle orecchie.

Pronto, Marish? la voce di Luca suonava allegra, ma con un rumore di fondo. Che mi chiami?

Niente, volevo solo sapere se sei salito sul treno. Come va?

Sì, sì, siamo partiti! La connessione è pessima, scomparirò. Il vagone è vecchio e rumoroso, ma volevo fare un sonnellino. Non sparire, ok? Ti richiamerò dalla pensione.

Vagone rumoroso? chiese Margherita, guardando le finestre scure della Camry. Mi sembra tutto silenzioso.

È appena partito, le ruote sbattono. Batteria scarica, poi a dopo!

Luca riattaccò. Margherita rimase nel cortile, il telefono stretto fino a far impallidire le nocche. Luca mentiva. Mentiva a gran voce, senza neanche unombra di plausibilità.

Guardò verso il quinto piano. Le finestre di Ginevra erano tappate da tende, nonostante la luce fuori. Di solito Ginevra amava la luce del giorno, diceva che la ricaricava.

Dentro Margherita sentì una rottura. Il filo di fiducia su cui si basava il matrimonio di dieci anni e lamicizia di ventanni si spezzò, lasciando solo un vuoto gelido e una rabbia che chiedeva sfogo.

Poteva voltarsi e tornare a casa, cambiare le serrature, ma non bastava. Doveva vedere i volti, doveva far capire a la migliore amica e al marito amato cosa fosse.

Margherita si diresse verso lingresso. Conosceva il citofono a memoria, ma non aveva la chiave. Digitò il numero dellappartamento di Ginevra.

Il segnale suonò a lungo, nessuno rispose. Forse erano troppo occupati per il citofono.

Aspettò. Una giovane mamma con un passeggino uscì dal portone. Margherita afferrò la porta e sfrecciò dentro.

Lascensore la portò lentamente al quinto piano. Si guardò allo specchio della cabina: volto pallido, occhi grandi, la nuova sciarpa rosa che ora sembrava un laccio.

Arrivò davanti alla porta 54, ascoltò. Nessun suono. Premette il campanello.

Un fruscio, poi passi leggeri.

Chi è? la voce di Ginevra era cauta.

Ginevra, sono io, Margherita! esclamò, forzando un tono allegro. Sono passata di lì, ho portato una torta! (La torta non cera, ma non importava).

Il silenzio si allungò, teso, quasi un sussurro.

Mar non sono vestita, rispose Ginevra infine. E sono ammalata, contagiosa. Meglio rimandare.

Dai, smettila! Margherita premé di nuovo il campanello. Ti porto le pillole per lemicrania, non è un problema. Apri, non lasciarmi alla porta!

Il lucchetto scattò. La porta si aprì di pochi centimetri. Un volto di Ginevra apparve: capelli scompigliati, senza trucco, macchie rosse sul collo, un accappatoio di seta che copriva appena il petto.

Mar davvero, sono in pessime condizioni

Ginevra, apri! la voce di Margherita divenne dura. O rimango qui a suonare il campanello finché i vicini non chiameranno la polizia.

Ginevra tremò, la catena tintinnò e cadde. La porta si spalancò.

Margherita entrò. Odorò il profumo maschile familiare, quello di Luca, mescolato a caffè e a qualcosa di dolce.

Entra, sei qui, Ginevra sistemò laccappatoio, tentennante. Ma davvero non ero pronta per gli ospiti, è un caos.

Margherita avanzò, spingendo via lamica con una spinta.

Non sono unispettrice, voglio solo un tè.

Sul pavimento cerano scarpe da uomo, nere, lucide come specchi. Quelle stesse che Luca aveva indossato per andare a Livorno. Sulla gruccia pendeva la sua giacca.

E queste? chiese, indicando le scarpe. Hai qualcuno?

Ginevra sbiancò.

È il idraulico! Il rubinetto perde, è in bagno a sistemare.

Un idraulico con scarpe Ralf Ringer da quindici mila euro? sghignazzò Margherita. I idraulici guadagnano bene oggi.

Entrò nel salotto. Sul tavolino cerano due bicchieri di vino mezzo pieni e una ciotola di frutta. Sul divano una camicia da uomo.

Luca! gridò forte. Esci! Lidraulico deve fare il rapporto della trasferta!

Silenzio. Ginevra iniziò a singhiozzare.

Mar non farlo per favore, ti spiegheremo tutto

Margherita si avvicinò alla porta della camera da letto, chiusa.

Luca, conto fino a tre. Se non esci, prendo quella vaso e lo distruggo. Uno.

Mar aspetta! Ginevra la trattenne per il braccio. Non fare scemenze! È solo un aiuto!

Aiuto a togliere laccappatoio? due.

La porta si aprì. Luca comparve, in jeans, torso nudo, sguardo disperato come un gatto catturato a rubare la panna.

Mar, hai capito male, iniziò la tipica frase degli traditori.

Margherita lo fissò, luomo con cui aveva condiviso il letto, i conti, i sogni. Luomo che poco fa gli aveva mentito sul treno.

Sul serio? chiese, calma. Come dovevo capire? Sono a Livorno, in una trasferta. E qui, forse unologramma? O un corpo astrale che visita la moglie dellamica?

Luca fece un passo avanti, le mani tese.

Parliamo, calmamente, a casa. Non qui. Mi vesto e partiamo.

No, lo interruppe Margherita. Parliamo qui. Voglio che anche Ginevra ascolti. È la migliore amica, deve sapere.

Si sedette su una poltrona, le scarpe sporche di terra ancora sul tappeto luminoso di Ginevra, ma a lei non importava.

Raccontate, disse. Da quanto tempo avete questo club idraulico?

Ginevra, rannicchiata nel suo accappatoio, sussurrò.

Sei mesi.

Sei mesi, ripeté Margherita. Quindi, quando ti consolavo dopo il divorzio, già dormivi con mio marito?

Luca, è stato per caso! Ginevra scoppiò, la voce rotta. Ero sola, lui mi capiva! Tu sei sempre impegnata, lavoro, casa, lui veniva ad aiutare a sistemare gli scaffali, a comprare la spesa È nato un fuoco!

Un fuoco, annuì Margherita. E il mio fuoco si è spento? Luca, mi dicevi che tutto andava bene. Che volevamo un figlio. Che risparmiavamo per una casa di campagna. Hai mentito per sei mesi?

Luca abbassò lo sguardo.

Non volevo farti del male. Mi sono perso. Ginevra è più facile. Tu sei sempre seria, con problemi e progetti. Io volevo una festa.

Una festa? Margherita si alzò, rabbia fredda e calcolata riempiva i suoi polmoni. Ti darò una festa indimenticabile.

Estrasse il cellulare.

Che fai? balbettò Luca.

Scrivo a tua madre, la signora Bianchi. Lei adora Ginevra, la mette sempre a paragone: Che donna laboriosa, così dolce. Sarà felice di sapere che la nuora preferita è diventata Ginevra.

Non farlo! Luca si scagliò. La mamma!

E il mio cuore? Margherita lo fissò, gelida. Dieci anni ti ho dato tutto. Ti ho aspettato ad ogni trasferimento. Ti ho curato il gastrite. Ho ascoltato i tuoi lamenti sul capo. E tu festeggiavi nella camera da letto della mia amica?

Mandò il messaggio, premé invia.

Fatto, Luca. La mamma è al corrente. Hai unora per prendere le tue cose dal nostro appartamento. Lascia le chiavi nella cassetta della posta. Se torno a casa e trovo anche solo un calzino tuo, lo brucio sul divano.

Ma è la mia casa! protestò Luca.

No, caro. Lappartamento è stato comprato dai miei genitori prima del matrimonio. Tu ci sei solo registrato. Posso toglierti i diritti in tribunale. Ma per ora, fuori.

Dove andrò? implorò lui. Non posso andare da mia madre, mi ucciderà. Laffitto è caro

Rimani quiMargherita, avvolta dal suo scialle di rosa polvere, aprì la porta dellascensore e scomparve, lasciando dietro di sé solo il silenzio di un sogno che si spegneva lentamente.

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