Diario di Carlo, 31 dicembre
Ma dove hai messo i tovaglioli? Ti avevo chiesto quelli con il disegno argentato, si abbinano meglio alla tovaglia disse mia moglie, Lucia, continuando imperterrita a tagliare limoni in fettine sottilissime, senza neanche alzare lo sguardo.
Di solito, a questora, sarei già sdraiato sul divano, pronto a godermi il Concerto di Capodanno sulla Rai, ma oggi ancora non ero rientrato. Lucia chiacchierava con se stessa nella nostra calda cucina, come spesso le capita nei momenti di preparativi. Mancavano tre ore allo scoccare della mezzanotte. In forno, lanatra alle mele cotogne la sua specialità tramandata da sua nonna diffondeva un profumo ineguagliabile. La casa splendeva, le luci dellalbero baluginavano allegramente. Lucia era emozionata; quest’anno festeggiavamo i venticinque anni di matrimonio, nozze dargento, e avevamo deciso di trascorrere il Capodanno da soli, romanticamente, senza figli né amici, solo io e lei.
Guardai lorologio e mi affrettai: mi ero trattenuto più del previsto in ufficio perché dovevo recuperare un regalo per Lucia, o così almeno le avevo detto. Ero sicuro di aver scelto qualcosa di speciale.
Mentre aprivo la porta dingresso, trovai Lucia davanti a me, vestita con un elegante abito di velluto blu notte, che aveva giusto tolto il grembiule.
Carlo, dove ti sei cacciato? Lanatra ormai…
Si interruppe di colpo. Forse si aspettava che fossi solo. Invece, accanto a me cera una giovane donna, avvolta in una candida pelliccia, i riccioli ramati e un sorriso acceso. In mano teneva una borsa piena di clementine. Io, con unespressione un po troppo allegra per la situazione, strinsi la bottiglia di prosecco che avevo portato.
Luci, abbiamo una sorpresa dissi, forzando il tono allegro. Lei è Benedetta, la nuova responsabile amministrativa.
Mia moglie mi fulminò con lo sguardo, poi guardò Benedetta che, senza imbarazzo, mi precedette in casa.
Buonasera, disse Lucia, la voce tesa. Ci aspettavamo qualcuno?
Benedetta allungò la sua mano sottile, coperta da un guanto di pelle beige.
Che incontro fortunato! Immagini, una vera odissea! Carlo, cioè il dottor Fabbri qui presente, mi ha praticamente salvato la serata. Gliene sono veramente debitrice.
Lucia rimase immobilizzata. Io mi affrettai a spiegare:
Luci, devi capire… Sono passato in ufficio e lho trovata sconvolta, piangeva. Un disastro con le tubature a casa, tutto allagato, niente luce, freddo cane. Il tecnico viene solo dopo Capodanno. Non ha famiglia qui a Milano, non potevo lasciarla da sola per strada! A Capodanno! Le ho detto: Dai, vieni con me. Lucia ci accoglie a braccia aperte, cè da mangiare per un reggimento…
Lucia ascoltava, sempre più pallida. Venticinque anni insieme, una serata romantica pianificata. Candele già posizionate a tavola. E ora… questa scena.
Accomodatevi, disse infine, il tono secco, estraneo. Se ormai siete qui.
Benedetta entrò a passo lieve, lasciando nellaria una scia di profumo talmente intenso da coprire quello di anatra e pino.
Che casa deliziosa! Così vintage, mi ricorda la credenza di mia nonna! Unatmosfera da museo delle tradizioni, osservò senza filtri.
Lucia strinse forte le labbra. Quella credenza, italiana in rovere massiccio, le era costata uno stipendio da operaia. Non aveva intenzione di spiegarsi, non con quella ragazza che poteva essere sua figlia.
Carlo, aiuta la signora a togliersi la pelliccia, tagliò corto e tornò in cucina. Le mani le tremavano.
Mi avvicinai pochi minuti dopo, con una faccia da cane bastonato.
Luci, su, non fare così… Davvero non aveva alternative. È Capodanno! Un gesto di generosità non può mancare proprio questa sera. Mangia con noi, si scalda un po, poi chiamo un taxi e va in hotel. Oppure la facciamo dormire sul divano…
Sul divano?! Lucia si voltò dun colpo, il mestolo saldo tra le mani, le nocche bianche. Ma stai scherzando? Dovevamo stare insieme. Hai portato una sconosciuta che entra e mi dà della nonna del museo.
Non fa sul serio, è solo diretta, spontanea. Lucia, ti prego. Se la mando via, in ufficio si saprà tutto, e sai che imbarazzo… Lavoro con lei, non posso far scene.
Guardai negli occhi mia moglie e mi parve diversa, distante. Dovera finito quelluomo che aveva costruito con lei una vita? Ora ero io, insicuro, intento solo a far bella figura con la collega giovane.
Va bene, concluse Lucia, rigida. Che resti. Ma se apre ancora bocca sulla casa, la butto fuori.
Promesso! Terrò docchio ogni parola, mi affrettai a dichiarare, cercando un bacio che Lucia mi negò.
Vai pure, fai compagnia alla spontanea. Metto un piatto in più.
La cena iniziò in un clima gelido. Lucia preparò la tavola in silenzio; Benedetta, già senza pelliccia, indossava un vestito talmente stretto e scollato che contrastava con ogni senso di calore domestico. Sedeva accavallando le gambe con eleganza costruita, il calice ruotava tra le dita smaltate.
Carlo, perché non apriamo ora il prosecco? Per salutare lanno vecchio, chiese Benedetta, fissandomi con uno sguardo languido. Ho una sete che mi uccide.
Carletto, pensai tra me e me mentre Lucia quasi lasciava cadere linsalatiera sul tavolo.
Da noi si usa stapparlo a mezzanotte, rispose Lucia. Ma se preferisci puoi bere del succo di mirtillo fatto in casa.
Benedetta accennò una smorfia:
Il succo? Non bevo cose dolci, tengo alla linea. Avete per caso uno spumante brut? Il dolce… pare sia roba da chi non ha educato il palato.
Cercai subito di rabbonirla:
Ho un ottimo brandy in credenza. Lo vuoi assaggiare, Benedetta?
Magari solo un goccio, per scaldarmi: qui fa un po freschino. Risparmiate sul riscaldamento?
Lucia prese posto di fronte a noi, era come se non esistesse più in quella scena. Io mi impegnai a servire Benedetta, a riempirle il piatto, a raccontare barzellette vecchissime a cui rideva in modo sguaiato.
E lei, signora, lavora o è sempre a casa? si lanciò Benedetta, mentre addentava un crostino.
Lavoro, sono la capotecnologa della pasticceria La Dolcezza, rispose Lucia pacata.
Davvero? Non lavrei mai detto! Sembrate così… casalinga. Di quelle donne che stanno sempre tra fornelli e marito. Carlo dice che avete le mani doro, però sostiene anche che a casa parlate poco, la routine vi ha sopraffatto, ma almeno i dolci sono buoni.
Un silenzio di piombo calò sul tavolo, si sentivano solo il ticchettio dellorologio e la televisione accesa in salotto. Tossii nel mio bicchiere, sentii il viso infiammarsi.
Non ho mai detto una cosa simile! protestai balbettando. Benedetta, stai facendo confusione.
Lucia posò la forchetta lentamente. Sentivo la tensione nellaria, come una corda portata allo spasimo. Questa sera, nessuna conversazione? Routine?
Vai avanti pure, Benedetta incalzò mia moglie con un gelido sorriso. Cosa ha raccontato ancora Carlo?
Accortasi di aver esagerato, Benedetta cercò di correggere il tiro, peggiorando solo la situazione.
Ma no, non si offenda! Gli uomini sono così, vogliono sempre novità, emozioni. Carlo venerdì alla festa aziendale ballava come un ragazzo! Che lamabada… Sembrava il mattatore della pista, altro che a casa, dove sue parole, eh la moglie è sempre stanca coi piedi gonfi.
Lucia guardò sotto il tavolo le sue gambe. Erano doloranti solo perché da giorni stava dietro ai preparativi per la cena del marito.
Io rimasi di sasso. La tempesta era ormai alle porte, ma come fermarla?
Facciamo un brindisi! tentai disperato. Alla pace nel mondo!
No, aspetta ribatté Lucia fissando Benedetta. E questi tubi allora? Che storia sarebbe?
I tubi? Ah, sì… sono scoppiati, uno schifo! Ho chiamato subito Carlo, ehm, dottor Fabbri, lunico uomo serio, mica come il mio ex!
Davvero strano rifletté Lucia ad alta voce. Con meno dieci fuori, chi resta allagata e senza luce non si presenta così in ordine e fresca di manicure. Lei odora solo di profumeria costosa e di voglia di portarsi via marito daltri.
Benedetta si irrigidì.
Ma come si permette! Sono ospite! Carlo, diglielo tu!
Io rimasi schiacciato sulla sedia.
Luci, su… magari Benedetta si è cambiata…
Basta, Carlo sussurrò Lucia, dura come il marmo. Si alzò. Ho sopportato per venticinque anni le tue scappatelle da poco, i tuoi sguardi, i ritardi. Pensavo che alla fine la famiglia contasse per te. Credevo di essere importante. E invece sono il cuoco di casa coi cui parlare non serve.
Tirò indietro la tenda e guardò il cortile, dove già esplodevano i primi petardi.
Basta spettacolo. Signora Benedetta, raccolga le sue clementine e fuori da casa mia.
Benedetta sembrava voler protestare, ma lautorità nello sguardo di Lucia la spaventò.
Carlo! Davvero la lasci farmi questo a Capodanno? gridò Benedetta col tono dellultima speranza.
Io, ormai con la testa vuota per il brandy più che per coraggio, sbattei il palmo sul tavolo.
Lucia! Piantala, questa è anche casa mia! Mi è concesso ospitare chi voglio. Benedetta resta. Passiamo Capodanno come persone civili, non come…
Come? lo incalzò.
Come streghe! buttai lì.
Lucia annuì, senza una smorfia. Si avvicinò alla credenza, prese una grande borsa dove aveva messo i regali per i figli, e buttò tutto a terra.
Casa tua, dici? Perfetto. Io me ne vado. Ma sappi, Carlo: questa casa è dei miei genitori, tu solo residente. Dal due gennaio ti mando via di qui, e ti chiedo anche ufficialmente il divorzio. Ma adesso… fuori tutti e due.
Cosa? Ma dove dovrei andare?
A cercare il brivido! A ballare la lambada da Benedetta. Lì avrai novità e tubi rotti, potrai essere luomo serio che cerca. Qui la noiosa non ti trattiene.
Aspetta, Lucia! Perdonami, sono stato uno stupido! Benedetta è solo unamica! Facciamola andare via, restiamo noi!
Lucia lo guardò con disprezzo. Solo un attimo prima era pronto a difendere Benedetta, ora che rischiava la catastrofe, era disposto a lasciarla al suo destino.
No, Carlo. Linsalata russa è andata a male. Come noi. Muoviti. Cinque minuti.
Benedetta, compreso che la serata era sciupata, preferì evitare scenate. Se ne andò silenziosamente nellingresso.
Una fuori di testa sibilò indossando la pelliccia. Carlo, chiamo un taxi. Arrangiati. Non mi serve uno stabile pieno di problemi.
La porta si richiuse dietro di lei, lasciando nellaria la sua fragranza artificiale.
Rimasi lì, smarrito, con la borsa vuota tra le mani.
Lucia… provai, supplicante. Lei è andata via, è finito tutto. Facciamo pace? Guarda che lanatra si raffredda.
Lucia tolse dal forno il vassoio con l’anatra e le mele, il profumo di cannella la nauseava.
Dimenticare? Hai portato la tua amante qui, nella nostra casa, la notte delle nozze dargento. Hai parlato male di me alle sue spalle. Le hai permesso di umiliarmi nella mia cucina.
Prese il piatto con lanatra pesante, di ceramica massiccia.
Va, Carlo. Non scherzo. Se non te ne vai, chiamo la polizia. Dico che sei ubriaco e mi minacci. E credimi: le donne vengono ascoltate.
Capì che facevo sul serio. In quella donna casalinga ora cera una forza inaspettata.
Andò in stanza, a mettere le sue cose in valigia. Uscì, il piumino appena indossato, la camicia fuori dal borsone.
Te ne pentirai, Lucia! Resterai sola, chi vuoi che ti voglia a cinquantanni!
Io, rispose lei, chiudendo la porta. E girò la chiave due volte.
La casa divenne silenziosa, un silenzio nuovo. Lucia si sedette a terra, spalle alla porta: non pianse. Aveva la strana sensazione che provano solo quelli a cui è finalmente uscita una spina dal cuore.
Si alzò, tornò in cucina. La tavola era per tre; piatti, insalate, anatra. Una scena da commedia che nessuno reciterà mai più.
Prese il piatto di Benedetta, con il panino mezzo morso e unimpronta di rossetto, e lo buttò nel bidone. Si ruppe, il rumore era dolcissimo.
Poi quello di Carlo. Sbadabam.
Rimase solo il suo: quello con lorlo dorato. Si versò un bicchiere di prosecco ghiacciato.
In TV il Presidente cominciò a parlare. Lorologio scandiva gli ultimi secondi del vecchio anno. Un anno che le aveva portato via tutto ciò che era marcio, restituendole una dignità nuova.
Buon anno, Lucia, disse al suo riflesso nel vetro.
Si tagliò la parte più invitante dellanatra la coscia croccante , si riempì di insalata russa perfetta, altro che avariata.
Arrivò un messaggio sul telefonino: Buon anno mamma! Ti vogliamo bene! Presto veniamo noi coi bimbi. Sorrise. La vera vita era rimasta: figli, nipoti, lavoro, casa. Quello che era caduto via… si vede che era solo zavorra.
Bevve. Le bollicine stuzzicavano il naso, la testa leggera. Per la prima volta, non si preoccupava di nessun altro, non vedeva lora che finisse la recita delle buone apparenze.
Da fuori arrivavano urla, botti, cori di Auguri!. Anche Lucia festeggiava, finalmente libera.
Dopo un po raccolse tutto quello che, da sola, non avrebbe potuto mangiare e lo mise in contenitori. Domani li avrebbe portati alla portinaia, la signora Valeria, e al custode Michele, due brave persone.
Lanatra… quella sarebbe stata solo sua. Se la meritava.
Andò in bagno, si guardò nello specchio mentre si struccava. Vide una donna elegante, un po triste ma viva. Decise che la signora da museo era sparita per sempre.
Gli mancava il brivido, eh sussurrò Lucia. Adesso avrà il suo brivido, tra tribunali, avvocati e spiegazioni alle figlie!
Si distese sul lettone, tutta per lei, come non aveva mai fatto. Lenzuola fresche di bucato, profumo di lavanda.
Al mattino il sole le scaldava la stanza. Pensò per prima cosa: Mi va un caffè e un babà alla pasticceria nuova allangolo. Era un pensiero che prometteva felicità.
Non sapeva cosa avrebbe portato il futuro. Un divorzio, discussioni, burocrazia sicuramente. Ma ora aveva una giornata tutta per sé, il silenzio, il buon cibo, la pace. Nessuno avrebbe più osato chiamare la sua casa un museo, o la sua vita noiosa.
Da questa notte ho imparato che ci si può trovare davvero solo quando tutto il superfluo viene spazzato via. E che la dignità e la serenità, nella vita, valgono più di ogni compagnia forzata.






