Mio marito ha portato una collega al nostro tavolo della Vigilia di Capodanno e io li ho invitati en…

Diario, 31 dicembre

Ma dove hai messo i tovaglioli? Ti avevo chiesto quelli con il bordo argentato, stanno meglio con la tovaglia, continuavo a ripetermi, mentre affettavo limoni a fettine sottilissime, quasi trasparenti.

Di solito, a questora, Carlo era già seduto davanti alla TV, in attesa del concerto di Capodanno da Roma. Stasera, però, ancora non sera visto. Parlavo da sola, come al solito, nella mia cucina riscaldata dai profumi. Mancavano appena tre ore alla mezzanotte. Nel forno, lanatra alle mele renette sfrigolava la mia specialità, una ricetta che mia nonna mi aveva tramandato. La casa splendeva, lalbero di Natale lampeggiava discreto in salotto, e dentro sentivo una di quelle emozioni calde che ti fa sentire bambina perfino a cinquantanni passati.

Mi asciugai le mani, guardai lorologio. Carlo era in ritardo. Diceva di dover passare in ufficio a prendere un regalo dimenticato. Sorrisi tra me: lo conosco, ci avrà messo uneternità a scegliere qualcosa di speciale. Questanno festeggiavamo le nozze dargento: venticinque anni insieme, e il Capodanno avrebbe dovuto essere solo per noi due, in silenzio e senza figli, ormai cresciuti e lontani.

Poi il rumore della porta. Controllai la piega dei capelli, tolsi il grembiule lasciando scoperto il mio abito di velluto blu, e andai incontro a Carlo.

Carlo, doveri finito? Lanatra è quasi…

Mi si bloccò la voce. Mio marito non era solo. Accanto a lui, con il cappotto di visone chiaro ancora coperto di fiocchi di neve, cera una ragazza, troppo giovane, troppo vistosa: capelli rossi, un rossetto rosso fuoco, e in mano una borsa piena di clementine. Carlo, con un broncio imbarazzato e una bottiglia di spumante, si fece avanti.

Elisa, accomodati che questa è casa nostra! esclamò, con un tono insolitamente alto. Lucia, ti presento la dottoressa Elisa Greco, la nuova responsabile amministrativa.

Rimasi di sasso. Guardai mio marito, poi la donna, poi di nuovo lui.

Buonasera… riuscii a balbettare. Non aspettavamo nessun altro, mi pare…

Elisa, nemmeno per un istante a disagio, mi tese la mano guantata.

Oh Lucia, piacere! Non immagini che situazione! Proprio da film! Carlo mi ha salvato: mi si è allagata casa per un tubo rotto, freddo, buio, il tecnico torna dopo lEpifania. E io qui sola, senza nessuno: così lui, gentilissimo, mi ha invitato. Non sapevo a chi rivolgermi!

Carlo tolse gli stivali senza guardarmi negli occhi.

Luci, davvero, la situazione è grave… Elisa era rimasta bloccata in ufficio, sola e disperata. Che dovevo fare, lasciarla lì nella notte di Capodanno? Non ha parenti qui, nessuno. Ho pensato: Lucia vede la tavola imbandita, una persona in più non la spaventa… Che fai? Non la lasci mica fuori, vero?

Sentivo il mio castello di aspettative sgretolarsi. Venticinque anni. Una sera solo per noi. Candele già pronte sul tavolo. E questa comparsa in pelliccia.

Entrate pure, dissi glaciale. Ormai siete qui.

Elisa svolazzò in casa portandosi appresso unonda di profumo dolciastro che coprì subito il profumo d’anatra e di abete.

Ma che carino! cinguettò studiando ogni dettaglio. Un arredamento così… retrò! La credenza mi sembra proprio quella della nonna. Davvero suggestivo, un po museo degli anni 80!

Strinsi la mascella. La credenza era italiana, fatta a mano, costata uno sproposito. Mi risparmiavo spiegazioni inutili a questa giovane estranea.

Carlo, aiuta pure la signora a togliersi la pelliccia, sbottai. E sparii in cucina, dove almeno potevo respirare da sola. Le mani mi tremavano.

Carlo arrivò poco dopo. Aveva la faccia provata.

Luci, dai, non far così, sussurrò piano chiudendo la porta lei davvero non sa dove andare. È Capodanno, sii buona anche tu. Mangerà qualcosa con noi, poi la accompagno in hotel. Al massimo, dorme sul divano in salotto…

Il divano? lo incenerii, aggrappata al mestolo. Eravamo d’accordo: solo noi. E ti presenti con questa qui che già dalla porta sputa sentenze su casa mia!

Non voleva offendere! È giovane, un po ingenua. Ti prego, Luci, non farmi brutta figura con lufficio. Ne parlerà dopo, e ci lavoro ancora insieme.

Lo guardai: era lo stesso Carlo che venticinque anni fa sognava con me? O era solo un uomo stanco, attratto dalle novità come un ragazzo sciocco?

Daccordo, sospirai. Che resti pure. Ma se salta fuori ancora con qualche battuta fuori posto…

No, no, controllo io! fece, tirando un sospiro e tentando di baciarmi. Mi scostai.

Va’, intrattieni la tua giovane. Io devo preparare un terzo posto.

La cena partì subito in salita. Io apparecchiavo zitto, Elisa, tolta la pelliccia, appariva in un vestito nero troppo aderente e troppo scollato per casa mia. Gesticolava col calice tra le mani.

Carletto, apri subito lo spumante? Così salutiamo l’anno vecchio, disse, guardando mio marito con occhi da gatta. Muio dalla sete!

Carletto. Rischiai di lasciarmi sfuggire la terrina dellinsalata di rinforzo.

Di solito da noi si stappa lo spumante a mezzanotte tagliai corto. Per ora, se vuoi, cè del succo di mirtilli, fatto in casa.

Elisa si fece una smorfia.

Succo? Ma che gentile… però evito lo zucchero. Il corpo è tutto, si sa. Hai qualcosa di secco? Il dolce, si dice, è per chi non sa apprezzare…

Carlo si agitò.

Ma io ho del buon brandy in credenza, Elisa, vuoi quello?

Solo una goccia. Mi scalda, qui fa freschino. Risparmiate sul riscaldamento?

Mi sedetti davanti a quei due pensando di essere di troppo al mio stesso tavolo. Carlo faceva il pavone, riempiva il suo bicchiere, rideva di battute vecchie come il cucco, e Elisa rideva con una voce acuta e teatrale, esageratamente.

E tu, Lucia, lavori? mi domandò a metà di un crostino.

Lavoro, risposi tranquilla. Capotecnologa alla storica pasticceria Di Martino.

Ah davvero? Non lavrei mai detto! rise sollevando un sopracciglio disegnato. Sembri così… donna di casa! Quelle che aspettano il marito col pranzo. Ma Carlo mi diceva che hai le mani doro! Certo, a volte manca largomento di conversazione, dice lui, ma almeno i dolci sono top!

Il silenzio. Il solo rumore veniva dalla TV accesa e dalla pendola.

Io non ho MAI detto questo! sibilò Carlo tossendo e battendosi il petto.

Appoggiai lentamente la forchetta. Sentivo strappare dentro lultimo filo di pazienza. Niente argomenti. Solo routine.

Avanti, Elisa, sorrisi gelida. Raccontami altro che ti ha detto mio marito. Mi interessa.

Lei si accorse troppo tardi daver detto troppo e tentò di recuperare, peggiorando il disastro.

Non prenda male! Ma sa comè, gli uomini cercano sempre brividi, emozioni. Venerdì, alla cena aziendale, Carlo era uno spettacolo! Balla meglio di tutti noi. Abbiamo fatto la tarantella, un successone. Diceva: “A casa impossible, Lucia ha sempre nausea, le fanno male le gambe.”

Guardai le mie gambe sotto il tavolo. Non mi facevano mai male, se non dopo giorni di lavoro per preparare questa maledetta cena.

Carlo aveva la faccia bianca. Vedeva la rovina arrivare e non sapeva fermarla.

Facciamo un brindisi! azzardò, fingendo entusiasmo. Per la pace nel mondo!

No, aspetta fissai la collega. E i tubi? Spiegami che cosa è successo ai tubi.

I tubi? per un attimo vacillò. Ah, sì! Si è rotto, un geyser d’acqua! Che incubo. Ho chiamato subito Carlo, luomo giusto, affidabile, mica come il mio ex.

Curioso, dissi pensosa. Fa freddo stasera, meno dieci. Un geyser, corrente saltata… E tu qui perfetta, piega fresca, niente odore di muffa o dumido. Giusto profumo di parrucchieria e voglia di portarti via il marito altrui.

Elisa arrossì furente.

Ma come si permette?! Sono ospite! Carlo, dì qualcosa!

Carlo sprofondò sulla sedia.

Lucia, dai… Forse si è cambiata…

Zitto, Carlo, dissi con voce bassa ma ferma. Mi alzai. Venticinque anni ti ho lasciato passare sopra alle sciocchezze. Alle tue pause di troppo, agli straordinari inesistenti. Pensavo fossimo una famiglia. Ma io, evidentemente, sono solo quella dei manicaretti, senza altro da dire.

Mi avvicinai alla finestra, scostai la tenda vedendo il cortile buio dove passava qualcuno coi botti in mano.

Basta. Mi girai verso il tavolo. Spettacolo finito. Dottoressa Greco, raccolga i mandarini e cortesemente esca.

Elisa restò a bocca aperta, ma uno sguardo solo bastò per zittirla.

Carlo, lasci che tua moglie mi metta fuori a Capodanno? strillò.

Quasi coraggioso o solo confuso dal brandy Carlo batté il pugno sul tavolo.

Lucia! Finiscila! Questa è casa anche mia! Elisa resta qui. Festeggiamo da persone serie, non da…

Non da che? lo incalzai.

Da streghe! gridò lui.

Annuii, in silenzio. Attraversai il soggiorno, presi la grande borsa che avevo preparato per i regali. Buttai a terra i pacchetti di dolci.

Ah sì? Tua casa? lanciai la borsa sulle sue ginocchia. Benissimo, allora me ne vado io. Con un dettaglio: la casa è dei miei genitori. Tu qui, solo ospite di passaggio. Domani mattina, quando riapre il Comune, chiederò il divorzio e la revoca della residenza. Adesso… adesso fuori tutti e due.

Che? Carlo impallidì. Lucia, sei impazzita? Dove ce ne andiamo?

Dalla giovane amica. Lì, dove cè divertimento. Cè la tarantella, cè il geyser. Aiutala! Qui cè solo la noia da museo.

Aspetta! balzò in piedi, rovesciando la sedia. Ho sbagliato! Elisa è solo una collega! Mandiamola via e restiamo io e te!

Lo guardai con disgusto. Fino a un minuto prima avrebbe difeso la sua amica; ora, in pericolo, la scaricava subito.

No, Carlo. Linsalata russa è diventata rancida. Come il nostro matrimonio. Prepara le tue cose. Hai cinque minuti.

Elisa, capendo lantifona e fiutando lo scandalo, si rivestì senza una parola.

Fuori di testa, sbottò, sistemando la pelliccia. Carlo, mi chiamo un taxi. Arrangiati. Non mi serve il tuo affidabile con tutti questi problemi.

La porta sbatté. Rimase solo il profumo dei suoi cosmetici a turbare laria.

Carlo restò fermo in mezzo al soggiorno, borsa vuota in mano.

Lucia… fece, quasi piangente. È andata via. Dimentichiamo tutto. Guarda, lanatra si fredda.

Tirai fuori la teglia dal forno. Il profumo di mele e cannella, che una volta amavo, ora mi nauseava.

Dimenticare? ripetei. Hai portato la tua amante in casa nostra alla vigilia delle nozze dargento. Hai parlato male di me con lei. Hai lasciato che mi umiliasse in cucina.

Presi in mano la teglia di ceramica, pesante.

Vai via, Carlo. Sul serio. Se non lo fai, chiamo i carabinieri e dico che mi minacci da ubriaco, e mi credono.

Carlo mi lesse negli occhi: lavrei fatto. In questa donna di casa era nata una forza che lui non aveva mai visto.

Raccolse quattro cose alla rinfusa, mise il piumino senza cura, la camicia spuntava dalla borsa. Se ne andò, lasciandomi dietro una frase urlata:

Te ne pentirai, Lucia! A cinquantanni nessuno ti vuole più!

Mi voglio io, gli risposi secca. Poi chiusi bene la porta con due mandate.

La pace. Un silenzio benedetto, che mai mi era sembrato così bello. Mi appoggiai con la schiena alla porta e scivolai a terra. Pensavo che avrei pianto. Invece no solo uno strano senso di vuoto, come se avessi finalmente liberato la casa da una vecchia, pesante mobilia.

Mi ripresi e tornai in cucina. La tavola per tre sembrava una scenografia di una commedia appena annullata.

Presi il piatto di Elisa, con le sue labbra rosse impresse sul crostino, e lo buttai nel secchio della spazzatura. Si ruppe con un suono liberatorio.

Poi quello di Carlo. Anche quello, via! Ting!

Sistemai la tavola solo per me, con il mio piatto dorato. Mi versai un calice intero di spumante ghiacciato.

Davanti alla TV il Presidente inaugurava lanno nuovo. Il tempo correva verso un altro anno quello in cui avrei ritrovato il rispetto di me stessa.

Buon anno, Lucia, mi dissi guardando il mio riflesso nella finestra scura.

Mi tagliai la coscia più croccante dellanatra, aggiunsi linsalata russa perfetta, dal sapore migliore dopo ore di attesa.

Il telefono trilliò: Mamma, auguri! Sappiamo che ci vuoi bene, presto veniamo con i bimbi!

Sorrisi. La vita vera non era mai sparita: i miei figli, i nipoti, il mio lavoro, questa casa amata. Ciò che se nera andato era ciò che avevo dovuto buttar fuori con coraggio.

Bevvi lo spumante. Le bollicine pizzicavano il naso una dolce ebbrezza. Per la prima volta da anni non controllavo i bicchieri degli altri, non portavo via piatti. Ero lì, solo per me.

Da sopra, le grida di auguri dei vicini, i fuochi che coloravano il cielo. Festeggiava il mondo, e io con lui: per la mia libertà.

Dopo unora, porzionai tutta la cena rimasta in contenitori: domani li regalerò a zia Rosa, la portinaia, e a Mustafà, il custode brave persone, meritano una gioia. Lanatra invece la finirò io: me la sono guadagnata.

Prima di dormire mi guardai allo specchio, struccandomi. Da lì mi restituiva lo sguardo una donna bella, curata, un po malinconica, ma viva. Nessuna zitella truccata.

Gli mancava qualche emozione, sorrisi. Tranquillo, Carlo. Dora in avanti, di turbolenze ne avrai quante ne vuoi: dividi la casa, affronta gli avvocati, spiega tutto ai figli.

Mi stesi sul letto largo, occupando tutto lo spazio che negli ultimi venticinque anni avevo lasciato a chi russava tutta la notte. Le lenzuola profumavano di lavanda.

La mattina mi svegliò il sole, e il primo pensiero non fu: Devo preparare la colazione a mio marito, ma: Voglio un bel cappuccino e una brioche al bar nuovo allangolo. Pensiero meraviglioso.

Non so cosa succederà ora. Ci saranno il divorzio, discussioni e avvocati. Ma tutto quello sarà dopo. Intanto mi godo questa giornata, fatta di cibo buono, silenzio, respiro. E nessuno più potrà chiamare la mia casa un museo, o la mia vita noiosa.

Auguri, Lucia. Auguri a chi trova il coraggio di restare se stessa.

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