Mio marito manteneva la sua ex con i nostri soldi e io gli ho dato un ultimatum.
Fin dallinizio sapevo della sua ex moglie. Non aveva mai nascosto di essere stato sposato, di avere una figlia e di pagare regolarmente il mantenimento. Sembrava giusto, quasi nobile. Lo rispettavo per questa responsabilità.
Ma con il tempo ho capito qualcosa di molto più difficile da sopportare: ciò che avevo interpretato come responsabilità era in realtà una profonda e dolorosa sensazione di colpa. Un senso di colpa cronico, opprimente, che aleggiava su di lui come una nuvola invisibile e che qualcuno aveva imparato ad usare con astuzia.
Il mantenimento arrivava sempre puntuale. Le cifre, in euro, erano adeguate. Ma, oltre a quelle, cera un vasto mondo di spese extra.
Serviva un nuovo portatile per la scuola. Quello vecchio era lento, e tutti i compagni avevano uno migliore. Mio marito sospirava… e lo comprava.
Serviva il campus estivo di lingue. Altrimenti sarebbe stata indietro rispetto agli altri. Lui acconsentiva di nuovo, anche se il costo equivaleva alla nostra vacanza annuale.
Regali di Natale, compleanno, per la festa della mamma, tanto per tutto doveva essere il più bello, il più lussuoso, il più costoso. Perché Papà deve essere bravo.
Lex moglie sapeva bene come prenderlo. Chiamava con quellintonazione leggermente lamentosa:
Si offenderà, capisci? Da sola non posso farcela
E lui capiva.
Lo capiva così profondamente da non vedere più la realtà che aveva accanto. La realtà in cui viveva con me, quella dove avevamo progetti, sogni, un futuro.
Solo che i soldi per il nostro futuro scivolavano via, a piccoli passi, verso un passato che non voleva finire.
Ho provato a parlarne.
Non pensi che sia troppo? Lei ha tutto. Noi sono due mesi che non possiamo comprare una lavatrice. Sveglia…
Mi guardava pieno di colpa e diceva:
È una bambina non riesco a dirle di no. Mi hanno detto che è unetà difficile. Va sostenuta.
E la mia autostima? La nostra vita? chiedevo, ormai dura.
Mi guardava confuso.
Ma sei gelosa? Di una bambina?
Non era gelosia.
Era giustizia.
Viviamo come in stato demergenzafinanziando costantemente qualche urgenza che non finiva mai.
La nostra lavatrice era ormai alla fine. Rumorosa, saltava, si bloccava a metà lavaggio. Sognavo una lavatrice silenziosa, nuova. Avevo messo via una parte del mio stipendio, avevo trovato un modello in offerta. Il giorno della spesa era arrivato.
Mi immaginavo già, finalmente, a fare il bucato senza ansia.
Quella mattina mio marito era stranamente silenzioso. Girava per casa come in cerca di qualcosa per terra.
E proprio quando stavo per prendere la borsa, disse:
Ho… preso i soldi… per la lavatrice.
Le dita mi si sono raffreddate.
Preso? Dove?
Per mia figlia. Era urgente… dentista. Lex moglie mi ha chiamato tardi, in panico… ha detto che la bambina soffriva tanto, serve subito il privato, costa molto… Non potevo dire di no…
Mi sono appoggiata allo stipite della porta.
E… lhanno curata?
Sì, sì! si illuminò, come se il peggio fosse passato. Hanno detto che è andata benissimo.
Lho guardato per qualche secondo… e ho detto piano:
Chiamala ora.
Cosa? Perché?
Chiamala. E chiedi come sta… e quale dente le faceva male.
Si è fatto scuro, ma ha composto il numero. Ha parlato poco. E mentre ascoltava, ho visto il suo viso cambiare: da sicuro a imbarazzato.
Ha chiuso la chiamata.
Ecco… tutto a posto. Il dolore è passato.
Quale dente? ripetei.
Non importa…
QUALE DENTE? Il mio tono era duro, sconosciuto.
Ha sospirato.
Hanno detto… che non cera dolore. Era programmato. Sbiancamento. Da questetà si può. La bambina aspettava da un anno…
A quel punto mi sono girata e seduta al tavolo della cucina.
I soldi per una vita normale… erano finiti in uno sbiancamento dei denti, solo perché qualcuno aveva deciso così.
La cosa peggiore?
Non aveva neppure dubitato. Non aveva controllato nulla. Semplicemente aveva preso e dato. Perché la colpa è un pessimo consigliere ma un eccellente strumento di manipolazione.
Da lì in casa è calato il gelo.
Quasi non parlavo più con lui. Provava a recuperare con piccoli gesti, ma era come mettere un cerotto su una ferita profonda.
Avevo capito: non combattevo lex moglie.
Stavo affrontando il fantasma che lui portava dentro.
Il fantasma di un matrimonio fallito. Laffanno di non aver dato abbastanza. Il bisogno di compensare.
Un fantasma sempre affamato.
Che divorava soldi, tempo, energie, dignità.
Il culmine fu al compleanno della bambina.
Ho superato la tensione e ho comprato un libro bello, di qualità, ma semplice quello che la bambina aveva nominato tempo fa, tra le righe.
I regali veri erano da mamma e papà: un cellulare nuovo, il modello che solo i ragazzi più ricchi hanno.
Lex moglie era vestita come una diva. Accoglieva gli ospiti come una padrona. Sorrideva gentilmente ma era pericolosa.
Quando fu il momento dei regali e la bambina prese il mio libro, lei dichiarò, sorridendo, a tutta la sala:
Ecco, tesoro… chi ti ama davvero ti regala quello che sogni. indicando il regalo luccicante. E questo… lanciando uno sguardo sprezzante al mio libro questo è solo da una zia. Tanto per fare figura.
La stanza si gelò.
Tutti mi fissarono.
Poi lui.
E lui… non disse nulla.
Non mi difese. Non la corresse. Non fece assolutamente nulla.
Guardava il pavimento. Il piatto. Perso in se stesso. Rannicchiato, come se volesse sparire.
Il suo silenzio urlava più di uno schiaffo.
Ed era un consenso.
Ho affrontato la festa col volto di pietra. Sorridevo, annuivo ma dentro sapevo che era finita.
Non una crisi. Non una conclusione.
La fine.
Tornata a casa, non ho fatto scenate. Le scenate sono per chi vuole ancora lottare.
Sono andata in camera, ho tirato giù la vecchia valigia polverosa dallarmadio quella con cui era venuto da me.
Ho iniziato a mettere dentro le sue cose.
Piano. Con ordine. Senza tremare.
Camice. Pantaloni. Calzini. Tutto ordinato.
Ha sentito il rumore, è entrato e, vedendo la valigia, è rimasto di sasso.
Cosa fai?
Ti aiuto a preparare i bagagli ho detto tranquilla.
Che bagagli? Dove pensi che vada? Per oggi? Ma lei è sempre così…
Non è per lei lho interrotto. È per te.
Ho messo lultimo capo.
Tu vivi nel passato. Ogni tuo euro, ogni tuo pensiero, ogni tuo silenzio sono lì. E io vivo nel presente. Nel presente dove non abbiamo i soldi per una lavatrice, perché sono stati spesi per uno sbiancamento dei denti su un capriccio altrui. Nel presente dove vengo umiliata in pubblico e mio marito abbassa lo sguardo.
Ho chiuso la valigia. Lho alzata.
E lho guardato negli occhi.
Vai. Vai da lei. Aiutala in tutto. Con i denti, con le lezioni, con le sue eterne tragedie e manipolazioni. Esorcizza la tua colpa, se la vuoi portare. Ma fallo lì, non qui. Lascia questo posto libero.
Quale posto?
Il posto delluomo nella mia vita. È occupato. Occupato dal fantasma di unaltra donna. E sono stanca di condividere con lui il mio letto, i miei soldi e il mio futuro.
Ho preso la valigia, lho portata alla porta dingresso e lho lasciata lì.
Lui l’ha presa… e se nè andato.
Non ho guardato indietro.
Per la prima volta dopo tanto, ho sentito che laria era mia.
Che la casa era mia.
Che finalmente, la mia anima aveva spazio per sé.
Due mesi dopo il nostro matrimonio, era ufficialmente finito.
A volte il coraggio di mettere fine a ciò che non ti appartiene più è la vera chiave per ritrovare te stessa e il tuo valore. Bisogna imparare a lasciar andare il passato, perché solo così si può davvero costruire il proprio presente.





