Mio marito mi ha paragonata a sua madre in modo poco lusinghiero: così gli ho proposto di tornare a vivere con i suoi genitori

Mio marito mi aveva paragonata a sua madre, e naturalmente non a mio favore, così gli proposi di tornare a casa dei suoi genitori

Perché queste polpette sono così asciutte? Hai bagnato il pane nel latte? Oppure, come al solito, hai solo aggiunto un po dacqua al macinato? chiese Andrea, storcendo il naso mentre colpiva con la forchetta la crosticina, come cercando una trappola più che la carne.

Martina si immobilizzò col canovaccio ancora tra le mani. Una molla ben conosciuta si strinse nel petto, pronta a spezzarsi. Era ai fornelli, ancora a strofinare la padella, e aveva sperato che quella sera sarebbe filata liscia. La speranza, però, era morta appena nata.

Andrea, è manzo. Manzo buono, magro, che ho comprato al mercato tornando dal lavoro. Ci ho aggiunto cipolla, spezie, uovo. Non sono asciutte, sono semplicemente di carne, rispose piano, cercando di non voltarsi.

Appunto, Andrea alzò un dito con aria di sapienza, masticando. Magro. Mia mamma invece aggiunge sempre un po di lardo di maiale. E pane, pane raffermo ammollato nella panna, mai nel latte. Poi sì che le polpette si sciolgono in bocca, restano morbide e succose. Queste invece… sembrano suole, Martina, suole vere. Dico davvero. Dopo quindici anni di matrimonio potresti anche aver imparato, no?

Martina posò lentamente la spugna, chiuse il rubinetto, asciugò le mani. Quindici anni. Era vero. Quindici anni che sentiva ripetere, sempre, ma mia mamma, a casa di mamma, tua suocera invece. Allinizio erano piccoli appunti, poi consigli, infine confronti apertamente impari, dove lei finiva a zero ogni volta.

Si voltò verso il marito. Andrea era seduto a tavola, laria da intenditore offeso a cui avessero servito una sbobba. La camicia stirata da Martina. La tovaglia linda lavata da Martina. La casa splendente sistemata da Martina. Nulla valeva, perché la polpetta non era come quella della mamma.

Se ti fa tanto schifo, disse pacata, lascia perdere. In frigo ci sono i tortellini.

Ecco che ti offendi, Andrea roteò gli occhi, lasciando cadere la forchetta. Io lo faccio per il tuo bene. Voglio solo che migliori come donna di casa. La critica fa crescere, non lo dice anche la mamma? La verità fa male, ma guarisce, dice sempre.

Tua mamma, Giuseppina Bianchi, Martina avanzò di un passo, sono trentanni che non lavora. Tutto il giorno a bagnare il pane nella panna, tritare tre tipi diversi di carne, lucidare il pavimento con la cera. Io, Andrea, sono ragioniera capo. Oggi avevo il bilancio di trimestre. Sono tornata alle sette e mezza, e alle otto hai avuto la cena calda. Forse, una volta, potresti ringraziare. O almeno smettere di cercare il lardo mancante nella polpetta.

Dai, ricominciamo con la solita storia? Io lavoro, sono stanca. Lavorano tutti. Anche mamma lavorava, cero anchio piccolo, eppure a casa nostra non mancavano mai primo, secondo e dolce. Camicie inamidata che stavano dritte da sole. Semplicemente aveva doti doro e amava la famiglia. Tu invece, Martina, tutto fatto tanto per fare, giusto per spuntare una lista. Non hai quella scintilla, quel calore di casa che solo una donna sa dare.

Le frasi caddero sulla cucina come macigni. Non hai la scintilla. Solo per dovere. Martina fissava quelluomo con cui aveva diviso la vita, vedendo ormai solo un ragazzino cresciutello, rimasto impigliato nei calzoncini della mamma, ma che però pretendeva servizi da re da unaltra donna.

La coppa della sua pazienza, riempita per anni con calzini storti, minestra fatta male, polvere scoperta col fazzolettino bianco (sì, anche quello Andrea adorava quelleffetto teatrale), traboccò.

Dunque, sono una pessima padrona di casa? chiese, con una strana freddezza, come se il temporale fosse già passato.

No, insomma… Andrea si ammorbidì per lo sguardo, poi tornò sul suo argomento preferito. Diciamo che sei nella media. Hai margini. Mia madre, alla tua età…

Basta, Martina alzò la mano. Non voglio più sentir parlare di tua madre. Ho capito. Non sono allaltezza. Non posso darti il comfort e il gaudio gastronomico che ti spettano per diritto di nascita. E sai una cosa? Forse mai ci riuscirò. Non ne ho la forza, né la voglia.

E cosa suggerisci? Il divorzio per una polpetta? Su, non farmi ridere.

Nessun divorzio. Per ora. Ti propongo un esperimento. Visto che la signora Giuseppina è lesempio irraggiungibile, perché dovresti soffrire qui, in mano a una sprovveduta come me? Non è giusto per te, così sensibile ed esigente.

Cosa stai dicendo? divenne sospettoso.

Sto dicendo che dovresti andare là dove ti stimano, ti capiscono e soprattutto ti nutrono come si deve. Da tua mamma.

Andrea si mise a ridere, fragorosamente.

Ma dai! Stai scherzando? Mi stai cacciando via da casa mia?

La casa, se ricordi, è stata acquistata in comunione, ma il mutuo lho saldato io con i miei premi, e lanticipo lhanno messo i miei. Ma non ti sto cacciando. Ti sto offrendo una vacanza. Un soggiorno termale nella Pensione da Mamma. Dicono faccia miracoli, no? Vai e riposati, per un mese intero. Ti sfamerai con polpette umide e lenzuola stirate a puntino. E io io rifletterò se imparare anchio a bagnare il pane nella panna.

Davvero? la risata gli morì sulle labbra.

Sul serio. Sono stanca, Andrea. Stanca da morire di gareggiare con il fantasma di tua madre in casa nostra. Voglio tornare e non avere paura di una posata fuori posto. Fai la valigia.

Andrea si alzò, spostando rumorosamente la sedia.

Ah sì? Perfetto! E credi che cadrò a pezzi senza di te? Mi tratteranno come un re, là! La mamma non vedeva lora. Ha sempre detto che mi trascuravi. Vedrai come rifiorisco. E tu qui a piangere, da sola. Se ti si rompe il rubinetto, a chi chiedi?

Chiamerò lidraulico, scrollò le spalle Martina. Gli artigiani li pago in euro, almeno non stressano.

Le valigie vennero fatte rumorosamente. Andrea gettava camicie a caso, sbatteva le ante, mormorava qualcosa sullingratitudine e la stupidità femminile. Martina, in salotto, sfogliava un libro senza leggerlo, mentre ascoltava il baccano. Aveva paura, sì, ma più in fondo un senso dinsolito e antico sollievo le serpeggiava addosso.

Me ne vado! declamò Andrea sulluscio, con due valige. Non pensare che corra indietro appena mi cerchi. Quando ti accorgerai cosa hai perso, dovrai pregare tanto.

Lascia le chiavi sul mobile, rimase seduta.

La porta si chiuse. Silenzio. Martina lo ascoltò. Non martellava, non schiacciava. Avvolgeva come una coperta. Tornò in cucina, guardò la polpetta abbandonata nel piatto, la buttò nella pattumiera. Poi, dal frigorifero, prese una bottiglia di bianco, si versò un bicchiere e, per la prima volta da molti anni, si concesse una cena solo sua: un po di formaggio col miele. Senza pensare che non era cibo da uomo.

La prima settimana volò come in un sogno. Nessuno la svegliava alle otto di domenica per la colazione. Niente calzini per terra. Niente telegiornale al posto dei suoi film. Tornava dal lavoro, si immergeva in vasca quanto voleva, senza sentire Ti sei addormentata? Devo entrare!.

Per Andrea invece il paradiso arrivò con sorprese.

Giuseppina lo accolse a braccia aperte.

Andreino! Figlio mio! Finalmente! Ti ha cacciato, quella serpe? Lo sapevo! Lho sempre detto che non era da te! Vieni, mamma ti protegge e ti sfama.

I primi due giorni furono effettivamente un banchetto. Colazione di frittelle alla ricotta (limpasto sottile e perfetto), pranzo con lo stufato sanguigno e polpette col lardo, cena di involtini. Sua madre lo viziava, lo ascoltava lamentarsi della moglie e annuiva.

Dal terzo giorno, però, cominciarono le sfumature.

Andrea, abituato a una certa libertà, sperava di dormire il sabato mattina. Alle nove, la porta della cameretta (ancora uguale agli anni del liceo) si spalancò.

Andrea, su! La colazione si raffredda! Chi dorme troppo si rovina! Giuseppina scostò le tende, inondandolo di luce.

Mamma, fammi dormire, è sabato, mormorò, rintanandosi.

Dormire niente! La disciplina è salute. Ho fatto le frittelle, si mangiano appena fatte. E poi oggi serve sistemare la soffitta; lì serve la tua forza.

Faticosamente, Andrea si alzò. Le frittelle erano ottime, cè da ammetterlo. Ma dopo iniziò il programma.

Allora, questi vecchi giornali li devi riordinare. Questi alla casa in campagna, questi allimmondizia. Poi andiamo al supermercato, mi serve la patate, cinque chili, non ce la faccio sola.

Mamma, ho mal di schiena

Tutti ce lhanno! Bisogna muoversi. Guarda comhai messo pancetta, tutta colpa di Martina che ti dava i surgelati. Qui ti sistemo io.

La sera, Andrea volle guardare un film.

Andrea, abbassa! Ho mal di testa! urlò Giuseppina dalla cucina. E poi, che idee guardare quella robaccia piena di violenza? Metti Rai Uno, che cè il concerto.

Ma mamma, voglio vedere un film! si indispettì.

A casa tua comanderai tu, qui comando io! Rispetta tua madre. Ti ho cresciuto con fatica.

Andrea si morse la lingua e spento la tv, passando in camera, cellulare alla mano. Gli venne voglia di chiamare Martina, sapere come stesse, ma lorgoglio lo fermò. Starà rosicando lì, sola, si rassicurò.

La seconda settimana si complicò. Si scoprì che mamma non solo cucinava grassissimo, ma voleva anche il totale controllo.

Dove vai? chiese quando Andrea uscì per una birra con gli amici.

Ci vediamo al bar.

Birra niente! Domani si lavora. E lalcol fa male. Entro le dieci a casa. Io la porta la chiudo a chiave e non mi alzo se torni tardi.

Mamma, ho quarantadue anni! gridò Andrea.

Per me sarai sempre il mio bambino. E finché sei sotto il mio tetto, rispetti le mie regole. Niente sregolatezze! Tua moglie te lo permetteva, si vede comè finita.

Andrea rimase. Sentiva la madre parlare a telefono con le amiche, sparlando di lui e della malmaritata Martina.

Sì, è tornato. Magro, pallido, nervoso. E come dicono, lei lha ridotto così! Manco a lavargli le camicie adesso ci penso io

Andrea si sentì a disagio. Gli tornò in mente che Martina non gli aveva mai vietato di uscire. Mai. Gli aveva sempre detto: Vai pure, ma non esagerare. Non lo svegliava nei giorni liberi, cucinava sempre volentieri, anche senza i trucchi della mamma, ma era un cibo con cura, non con imposizione.

Anche il cibo divenne un problema. Quella cucina, così saporita, era anche pesantissima. Tutto fritto nello strutto, condito, affogato in olio. Lo stomaco di Andrea, abituato agli arrosti leggeri di Martina, alle verdure, si ribellò. Arrivarono acidità, pesantezza.

Mamma, magari oggi solo pollo bollito, senza fritto? provò a dire.

Ma sei impazzito? si preoccupò Giuseppina. Il pollo bollito è roba da malato! A un uomo servono calorie! Mangia lo spezzatino, lho imburrato apposta.

Alla fine della terza settimana, Andrea era allo stremo. Capì una verità sconvolgente: meglio amare la mamma e le sue polpette a distanza. Vivere con un ideale era impossibile. Lideale pretendeva sudditanza, report per ogni gesto e un grazie perpetuo.

Martina intanto sbocciava. Si iscrisse a yoga, cosa che aveva sempre rimandato. Uscì con le amiche. Fece una piccola rivoluzione in camera, tolse quella poltrona enorme amata da Andrea, sempre piena di polvere. Capì che stare da sola non era spaventoso. Era tranquillità.

Una sera suonò il campanello. Aspettava linstallatore della nuova libreria invece trovò Andrea, valigie, occhiaie, in mano un mazzo di crisantemi ormai tristi.

Ciao, borbottò, restando in soglia.

Martina incrociò le braccia.

Ciao. Ti sei dimenticato qualcosa?

Martina… Possiamo parlare?

Mi pare che abbiamo già detto tutto. Non è passato nemmeno un mese. Che tal la vacanza? Ben rifocillato? La mamma cucina bene?

Andrea fece una smorfia.

Dai, basta scherzare. Voglio tornare a casa.

Casa tua è là dove vive il modello ideale. Dove polpette e lenzuola sono perfetti. Qui qui ci sono solo mediocrità. Perché dovresti tornare?

Andrea posò le valigie e sospirò.

Scusami. Sono stato uno stupido, veramente. Non apprezzavo quello che avevamo.

Non apprezzavi, annuì Martina. Cosa è cambiato? Tua madre ti ha cacciato?

No. Sono io che sono scappato. Non si può vivere così! Controlla ogni cosa! Non mi lascia guardare la tv, mi ingrassa di grassi che non digerisco più, critica anche come mi metto il pigiama! Ho capito… ho capito che sei uneroina, a sopportare i miei paragoni. Cucini benissimo. Sognavo il tuo minestrone semplice, senza lardo.

Martina lo osservò: sembrava sinceramente provato. La maternità aveva tritato ogni sua abitudine da adulto.

Quindi, ora le mie polpette vanno bene? sorrise amaramente.

Le migliori! Lasciami tornare. Giuro, mai più un paragone con mia madre. Ho imparato la differenza tra in visita e vivere davvero. So il valore di quello che facevi. Mi ero abituato, e basta.

Fece per abbracciarla, ma Martina lo fermò con la mano.

Aspetta. Va bene le scuse, va bene capire Ma non si torna tutto come prima. Non voglio che tra un mese tu ricominci a trovare la polvere sotto il divano.

Non lo farò! Promesso!

Parole. Facciamo così: puoi tornare, ma a patto di un periodo di prova. Tre mesi. Niente più confronti. Se non ti piace un piatto, cucini tu. Se la camicia non è abbastanza stirata, la stiri. Non sono la tua serva, né la sostituta di tua madre. Sono la tua compagna. Lavoriamo entrambi, dividiamo tutto o almeno rispettiamo la fatica dellaltro.

Andrea annuì vigoroso.

Daccordo! Cucinerò la domenica. Mi ricordo ancora! Preparo il risotto! Fammi entrare

E poi, aggiunse Martina, una volta a settimana chiami tua mamma e le dici quanto è fortunato ad avere una moglie come me. Così pure lei lo capirà.

Sarà dura, lo sai? Lei crede di salvarmi

Affari tuoi, Andrea. Hai lasciato che pensasse male, ora risolvi tu.

Andrea la guardò con rispetto nuovo. Forse era lei ad essere cambiata o era lui a rivederla finalmente?

Va bene. Farò tutto. Martina, ti amo davvero. Solo adesso ho capito quanto sono fortunato.

Martina sospirò e si scostò.

Entra. Però i bagagli sistemali da solo. E la cena non cè. In frigo ci sono uova e pomodori. Una frittata la sai fare?

Me la cavo! Con pomodori! Fantastica mangiata!

Quella sera sedettero in cucina. Andrea divorò la frittata fatta da lui stesso (un po troppo salata, ma tacque) e raccontò ridendo delle regole di casa di mamma.

Sai che mi ha obbligato a mettere il cappello per buttare la spazzatura? La meningite è sempre in agguato!

Martina sorrise. Vedeva che suo marito aveva avuto una bella dose di realtà adulta. Giuseppina, senza saperlo, aveva salvato il loro matrimonio, mostrando a suo figlio il trailer della vita ideale dalla quale bisognava scappare senza voltarsi.

Il weekend dopo Andrea passò laspirapolvere da solo. In silenzio. Senza commenti tipo mamma aspira meglio. Quando Martina cucinò il minestrone, ne mangiò due piatti.

Ottimo, grazie, tesoro.

Un mese dopo, Giuseppina telefonò a Martina.

Allora hai giocato abbastanza, sciocca? Il mio figliolo ti ha ripreso con sé?

Sono io che lho ripreso, signora Giuseppina, replicò serena Martina. E, a proposito, le manda i saluti. Dice che le vuole bene, ma qui sta meglio. Da noi cè una democrazia, non una monarchia.

La suocera riagganciò. Ma Martina sapeva che avrebbe richiamato: in fondo Andrea era suo figlio. Ma adesso fra la loro casa e le ingerenze della suocera cera un muro solido, costruito con rispetto e con lesperienza amara di Andrea nel paradiso.

La vita riprese la solita strada. Andrea mantenne la promessa: i paragoni sparirono. Ogni tanto gli sfuggiva un la mamma, ma si fermava subito. Iniziò ad apprezzare di più il calore di Martina, capendo che dietro cera impegno, non magia. E Martina comprese che, per salvare una famiglia, a volte bisogna non sopportare, ma fissare i paletti e lasciare che qualcuno impari dal confronto. Perché, nella vita, tutto si comprende davvero solo quando si stampa nella memoria il paragone con lideale che non esiste.

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