«Mio marito ha proposto di vivere separati per mettere alla prova i sentimenti, così ho cambiato la serratura»
Sai, Beatrice, mi sa che siamo diventati due estranei. La quotidianità ci ha divorati. Ho pensato dovremmo vivere separati per un po.
Marco lo disse in modo talmente banale, come se proponesse di prendere pane toscano invece di quello pugliese per cena. Non alzò nemmeno lo sguardo dal piatto di ribollita, dove intingeva una fetta di lardo. Beatrice rimase immobile col mestolo a mezzaria, sentendo una gocciolina rovente di brodo scivolare sul polso, bruciando la pelle, ma quasi non provò dolore. Nelle orecchie sembrò esplodere un vecchio aspirapolvere in azione.
Che vuol dire separati? chiese, lottando per non tremare con la voce, mentre posava il mestolo nella pentola temendo di farlo cadere dalle dita fiacche. Parti per un viaggio di lavoro?
No, quale viaggio, Marco fece una smorfia e solo allora la guardò. Gli occhi stanchi, lievemente irritati come uno che deve spiegare a uno scolaro pigro una cosa che dovrebbe sapere. Parlo di una pausa. Per capire se ci amiamo ancora. Hai capito? La scintilla si è spenta. Arrivo a casa e soffoco. Tutto uguale: lavoro, cena, TV, letto. Voglio capire se mi manchi davvero o se è solo abitudine.
Beatrice si lasciò scivolare lentamente sulla sedia di fronte. Ventanni di matrimonio. Due figli alluniversità, lontani. Mutuo pagato da tre anni. La parete dove avevano appeso la carta da parati con le loro mani, la domenica. E adesso soffocare?
E dove andresti, mentre capisci? chiese a bassa voce.
Ho già affittato un monolocale. Per un paio di mesi. Vicino allufficio, per evitare il traffico, rispose in fretta, come chi ha preparato la risposta. Sto già facendo le valigie, sono in camera.
Dunque aveva deciso da tempo. Mentre lei sognava le ortensie per la terrazza a primavera, mentre gli comprava il maglione in sconto, lui cercava casa. Affittava. Versava la caparra. In silenzio.
Non ti interessa cosa ne penso io? Beatrice lo fissò, cercando il ragazzo che aveva sposato. Ma davanti aveva uno sconosciuto, ingrassato, con lo sguardo guizzante.
Beatrice, non fare una tragedia, Marco posò il cucchiaio. Apparecchiata la faccia di uno a cui era venuto meno lappetito. Non ti sto chiedendo il divorzio. Solo una pausa. Lo fanno in tanti. Lo consigliano pure gli psicologi. Magari scopriamo che non possiamo vivere senza laltro e ci sarà una seconda luna di miele. O forse almeno sarà tutto chiaro.
Si alzò, lasciò il tovagliolo, andò in camera. Beatrice sentiva le ante degli armadi, i sacchetti mossi. Rimase in cucina a guardare la ribollita ormai fredda la sua preferita, coi fagioli come piaceva a lui e dentro cresceva una voragine gelida che le addormentava il petto.
La serata passò avvolta nella nebbia. Marco trafficava tra camera e ingresso, portando le valigie. Si prese il portatile, la macchinetta del caffè (regalo dei colleghi di Beatrice, usata quasi solo da lui), i vestiti caldi.
Vado, allora, disse sulla porta con laria solenne e un po colpevole. Non chiamarmi, ok? Un mese di silenzio. Così, per la purezza dellesperimento.
E se si rompe un tubo? balbettò Beatrice.
Chiami lidraulico. Sei una donna adulta, ce la fai da sola. Tieni comunque le chiavi, non si sa mai se devo tornare per qualcosa. Beh, ciao. Non sentirti sola.
Porta sbattuta. Scatto della serratura. Beatrice rimase sola in quel appartamento che dimprovviso sembrava troppo grande e minaccioso nei suoi silenzi.
Per tre giorni restò a letto. Si alzava solo per bere, per il bagno. Il tempo era evaporato. Si rigirava in mente le ultime settimane: dove aveva sbagliato? Aveva brontolato troppo per le scarpe lasciate a caso? Messo su qualche chilo? Era diventata monotona?
Il quarto giorno arrivò la sorella, Claudia. Un tornado con le borse della spesa e una bottiglia di Verdicchio. Entrò, la vide in vestaglia, spettinata e con gli occhi rossi. Scosse solo la testa.
No, sorellina, così non va. Su, doccia. Intanto preparo qualche stuzzichino.
Dopo unora, in cucina col vino, Beatrice raccontò. Claudia ascoltava attenta, occhi stretti.
«Mettere alla prova i sentimenti», eh? Soffoca? Beatrice mia, sei una contabile di ferro, sai far di conto meglio di tutti. E non riesci a sommare due indizi. Cha unaltra.
Dai, no, obiettò Beatrice. Ma quale altra? Ha cinquantadue anni, lernia e la gastrite. A chi mai
Ah, non farmi ridere! Con un po di fantasia, gli uomini trovano sempre qualcuno. Monolocale, niente telefonate per un mese: la classica. Vuole vedere come si sta con lei senza tagliare i ponti. Se magari là non sanno fare la ribollita o non lavano i calzini, torna da te con i fiori e ti dice che ama solo te. Altrimenti, divorzia e via.
Parole come ciottoli nellacqua di un laghetto stagnante. Beatrice tentava di difendere Marco, ma dentro sapeva che Claudia aveva ragione. Tutto tornava. Il telefono col nuovo codice, i ritardi, la camicia nuova.
E ora che faccio? chiese, sentendo la rabbia mettere radici dentro la disperazione.
Che fai? Vivi! Claudia batté una mano sul tavolo. E vivi bene. Vai dal parrucchiere. Comprati qualcosa di bello. E, soprattutto, non aspettare la sua telefonata come la benedizione del Papa. Di chi è la casa?
Mia. Era dei genitori, rispose automaticamente Beatrice. Lui è ancora registrato da sua madre, non abbiamo mai aggiornato i documenti.
Meglio così. Quindi, giuridicamente, comandi tu. Ascolta bene: non piangere! Pensa che lui ti immagina distrutta ad aspettare il suo ritorno. Sorprendilo.
Quando rimase sola, Beatrice non riusciva a dormire. Camminava per casa, accendendo tutte le luci. Andò in bagno. Sul ripiano cera la sua schiuma da barba dimenticata. Prese il tubetto e lo lanciò nel bidone, sentendo quel tonfo come il primo colpo di una guerra silenziosa.
Le due settimane successive furono come un sogno strano. Beatrice si impose di tornare al lavoro. Le colleghe notarono che era dimagrita, ma la colpa venne data allaria di Marzo. Lei, invece, iniziava a notare cose sfuggite da sempre.
Senza Marco la casa era più pulita. Nessuno lasciava briciole, niente jeans sporchi sulle sedie. Le provviste bastavano più a lungo, la cena poteva essere uninsalata veloce. Le sere erano sue. Ricordò di aver amato lavorare a maglia: si mise comoda, ferri in mano, telefilm e un nuovo scialle.
Il silenzio non faceva più paura. Era diventato una cura. Niente sermoni, niente cambi di canale brutali.
Ma continuava a pungerla il dubbio: e se Claudia si fosse sbagliata? E se lui, invece, fosse solo, a pensare a lei?
La soluzione arrivò un venerdì sera. Beatrice, tornando a casa, si fermò a comprare lana nuova. Salendo sulla scala mobile della Galleria Napoli, li vide.
Marco era davanti a una vetrina di gioielli. Al suo braccio, una donna bionda non più che trentenne, in un cappotto rosso acceso. Marco sorrideva in quel modo che ventanni prima aveva riservato soltanto a Beatrice. Indicava un bracciale, la donna rideva forte. Sembravano felici.
Beatrice si nascose dietro un uomo grande di statura. Il cuore in gola, osservò Marco, quello che diceva di «soffocare» e di aver «bisogno di solitudine», abbracciare unaltra davanti a tutti.
Qualcosa si ruppe dentro. Al suo posto nacque qualcosa di algido e saldo: una pietra, inattaccabile.
Non fece scene. Non corse a seguirli. Uscì, prese la sua Panda, tornò a casa.
La prima cosa che fece fu cercare i documenti: titolo di proprietà col suo nome, atto di donazione della mamma, carta didentitàsolo lei e i figli. Marco era rimasto registrato dalla madre, tanto gli importava.
Poi cercò online il numero per la sostituzione delle serrature.
Buonasera, ho urgentemente bisogno di cambiare la serratura. Sì, porta blindata, ho i documenti. Arrivate fra unora? Perfetto.
Il fabbro, baffuto e in tuta blu, arrivò quasi subito. Nessuna domanda di troppo, solo: «Che tipo di serratura mette, signora?»
Quella più sicura che avete. Che non si possa aprire, nemmeno con chiavi vecchie.
Ricevuto, signora. Le monto la Mottura di nuova generazione. Aprirla sarà peggio di sfida per un ladro, figuriamoci per un marito col duplicato.
Il trapano ronzava come unape gigante. I trucioli si depositavano come i ricordi sulla moquette. Il vecchio cilindro cadde col suono opaco di una fine. Cadeva la vecchia paura, labitudine di accontentarsi, di essere accomodante.
Quando se ne andò lasciando il mazzo nuovo e lucido, Beatrice girò la chiave quattro volte. Quattro scatti. Quattro mura della sua fortezza.
Raccolse le cose di Marco: giacche, scarpe, lenze, attrezzi. Tutto in sacchi neri giganti. Cinque borsoni. Fuori, nellatrio, accanto alluscio.
Passò unaltra settimana. Nessuna notizia. Forse la «prova sentimentale» col fiore fresco stava proseguendo bene. Beatrice si sentiva finalmente in pace. Aveva fatto online la richiesta di divorzio: facile, come fare click sul carrello.
La chiamata arrivò un sabato, la campanella insistente.
Beatrice guardò dallo spioncino. Marco, in giacca sgualcita, ma con aria compiaciuta, pacco di viveri in mano e garofani nellaltra.
Beatrice non aprì. Poggiò la fronte al metallo freddo, ad ascoltare.
Marco provò la chiave, grattando nella serratura. Nulla. Altri tentativi, niente. Poi, già spazientito: Bea! Sono io! Che hai fatto alla serratura?
Silenzio.
Beatrice, apri! So che sei dentro, la macchina sta fuori!
Sbatteva i pugni nervoso, rabbioso. Che sistema è questo? Sono qui con i fiori! Avevamo detto un mese, ma sono venuto prima! Mi sei mancata!
Beatrice prese fiato, scandì attraverso la porta:
Le tue cose sono nei sacchi neri, a sinistra. Prendile e vai via.
Silenzio. Marco dovette vedere i sacchi.
Sei impazzita? adesso la voce era acida. Che sono quei sacchi? Apri subito! Sono tuo marito, ho diritto di entrare!
Non è più casa tua, Marco, rispose calma. Questa è la mia casa. Vuoi la tua vita separata? Eccola. Per sempre.
Hai cambiato la serratura?! Ma come hai osato? Chiamo i Carabinieri! Faccio scassinare la porta!
Chiama pure. Mostra la residenza. E raccontagli che hai lasciato tua moglie per una «prova sentimentale» con una ventenne nel monolocale. Vedrai le risate.
Quale ventenne? Sei fuori! Ero da solo!
Vi ho visti in centro commerciale, gioielleria, cappotto rosso. Basta bugie, esperimento finito. Risultato negativo.
Dallaltra parte, imprecazioni. Un calcio sulla porta.
Te ne pentirai! Resterai sola, vecchia gallina! Nessuno a quarantacinque anni ti vuole! Io volevo tornare, ti facevo un favore! Ti porto via metà delle cose: la macchina, la casa al lago!
La macchina e la villetta li dividiamo in Tribunale, replicò lei. Ma la casa qui non la tocchi. Vai, Marco. O chiamo davvero i Carabinieri e racconto che uno sconosciuto aggressivo vuole forzare la porta.
Ancora un po di schiamazzi, insulti, suoni sordi. Beatrice sentì il mazzo di fiori scivolare giù, le sporte trascinate via.
Vipera! urlò lui per lultima volta. Poi il corridoio sprofondò nel silenzio.
Beatrice scivolò a terra contro la porta. Le gambe tremanti, le lacrime sulle guance, ma non erano più lacrime di dolore. Era la tensione che le usciva dal corpo, come pioggia salata.
Rimase lì per dieci minuti. Poi si lavò col viso sotto lacqua fredda. Si osservò nello specchio: una donna dagli occhi stanchi, ma il mento sollevato.
Un messaggino da Claudia: «Allora? Che fine ha fatto Casanova? Ho visto la sua macchina fuori».
Rispose: «Andato. Con la sua roba. Le serrature funzionano alla grande».
«Brava! Orgogliosa di te! Stasera passo con una torta, festeggiamo la nuova te».
Beatrice preparò il tè. Scorse i garofani sul tappetino, visti dallo spioncino. Meno male non aveva aperto. Garofani Ventanni e non aveva mai capito che lei li odiava. Aveva sempre amato i tulipani.
Un mese dopo, in Tribunale, la separazione fu rapida: i figli erano adulti. La villetta venduta e il ricavato diviso in euro, la macchina restò a Marco, dopo che le versò la sua quota (che lei investì in una settimana a Ischia).
La giovane «ispirazione» lasciò Marco appena lui restò senza casa e con il conto alleggerito. Non riuscendo più nemmeno a pagare il monolocale, fu costretto a tornare dalla madre, in quella palazzina popolare allestrema periferia, la stessa dove era rimasto registrato.
Beatrice lo seppe da amici comuni. E non le fece né caldo né freddo. Era tornata da poco dalla Turchia, la prima vacanza da sola dopo anni, abbronzata, vestita di colori e persino con un flirt con un elegante tedesco: niente di serio, ma sufficiente a ricordarle di essere una donna ancora affascinante.
Una sera, mentre rientrava dal lavoro, nellaria tiepida di aprile, sentì una voce allingresso.
Bea?
Marco seduto su una panchina, dimagrito, infagottato in una giacca vecchia e spiegazzata.
Ciao, rispose senza fermarsi, ma rallentando appena.
Possiamo parlare? si avvicinò. Sono stato un idiota. Ho sbagliato, era il diavolo a tentarmi. Mamma mi tartassa giorno e notte. Mi manca casa nostra il tuo minestrone. Ripartiamo da zero? Ventanni non si possono cancellare
Beatrice lo fissò e si accorse che non sentiva più nulla. Né odio, né pena, né nostalgia. Solo il vuoto. Come con un passante che chiede qualche moneta.
Ventanni non si cancellano, ammise. Ma il passato va lasciato dove sta. La mia vita è nuova, Marco. Non cè più posto per gli stessi sbagli. Né per te.
Ma sono cambiato! Ho capito tutto!
Anchio sono cambiata, sorrise. Ho scoperto che sola non soffoco. Respiro.
Tirò fuori le chiavi nuove, lucide, sue e si incamminò verso lingresso. Il citofono suonò fremente, aprendole la soglia. La porta si richiuse alle sue spalle, lasciando Marco e i suoi rimorsi nel crepuscolo.
Salendo in ascensore, Beatrice pensava che doveva cambiare la carta da parati dellingresso, magari color pesca. E prendere una poltrona nuova, comoda per la maglia. La vita ricominciava adesso, e le chiavi della sua felicità erano, finalmente, solo nelle sue mani.






