La moglie aveva contato tutto
Quindi vuoi portarti via anche la pelliccia, disse Francesca con una voce piatta, anche se dentro qualcosa le si attorcigliò così forte che il respiro diventò corto. E lauto. E il servizio di piatti, quello che avevamo preso insieme in quella bancarella nel duemilaotto.
Giovanni sedeva di fronte a lei al lungo tavolo della sala colloqui dello studio legale. Indossava la sua giacca migliore, grigio scuro, quella stessa che lei gli aveva scelto per un incontro importante sette inverni fa. Ora, probabilmente, anche quella giacca era diventata un suo bene esclusivo.
Franci, non far così. Non sono io che ho deciso, è la legge. Le cose comprate con i miei soldi durante il matrimonio sono considerate
Ho già sentito, Gianni, lo interruppe piano, senza alzare la voce. Il tuo avvocato me lha spiegato mezzora fa. Ho capito tutto.
Lavvocato di Giovanni, un tipo giovane e con la barba curata, guardava fisso le sue carte. Quello di Francesca, la signora Rosa Baldini, posò la mano sul tavolo come a trattenere qualcosa di invisibile.
Signora Francesca, disse calma, ora abbiamo ascoltato anche la posizione della controparte. Direi di chiudere qui per oggi.
Aspetti, Francesca rimase seduta. Guardava Giovanni. Ogni ruga, ogni piccolo cenno del viso che conosceva da ventitré anni. Ora spostava appena la spalla sinistra: segno che si sentiva a disagio. E non la guardava negli occhi, solo fuori dalla finestra. Era chiaro che aveva già deciso tutto, parlarci non sarebbe servito a nulla. Voglio solo una domanda, una sola.
Chiedi pure, alla fine la guardò.
Ti ricordi quando nel duemilaquattro hai ricevuto quel lavoro per cui siamo dovuti venire a Torino? Io allora ho lasciato il lavoro che adoravo. Ho mollato i corsi che mi mancavano pochi esami per finire. Siamo stati in affitto con Elisa e Matteo per tre mesi finché tu non ti sei sistemato. Ti ricordi?
Lui taceva.
Voglio solo sapere, Gianni. Te lo ricordi o no?
Sì, disse lui infine, a bassa voce.
Bene, si alzò, chiuse la borsa. Allora mi basta così.
Fuori era marzo, freddo e grigio. Rosa Baldini la raggiunse allascensore, le prese il braccio materna.
Sei stata brava, disse.
Non sono brava, rispose Francesca onestamente. E che ancora non ho capito cosè successo.
Uscì per strada e rimase a lungo sul marciapiede, tra le auto che passavano come un fiume. Aveva cinquantadue anni. Ventitré di questi come moglie di Giovanni Rinaldi. Nessun lavoro ufficiale negli ultimi sedici; nessun risparmio, nessuna carriera, neanche una riga scolorita sulla vecchia tessera sindacale. Solo lappartamento dove aveva vissuto coi figli mentre Giovanni era sempre in trasferta. Ma lappartamento era intestato a lui.
Era la sua storia. E ancora non sapeva come sarebbe finita.
La sera Elisa arrivò da lei, portando cibo nei Tupperware e preoccupazione negli occhi. Elisa aveva ventotto anni, lavorava come grafica e viveva per conto suo da tre. Matteo, ventisei, stava a Milano, scriveva poco, ma la settimana prima aveva telefonato: «Mamma, tieni duro, sono con te». Bastava quello.
Davvero vuole la pelliccia? chiese Elisa, sistemando i contenitori sul tavolo. Ma è impazzito?
Lavvocato sostiene che sia bene dato in uso temporaneo. Suona come un affitto, vero?
Mamma, è assurdo.
È un divorzio, Elisa. Qui tutto prende una piega assurda.
Francesca si fece un tè, sedette stringendo la tazza tra le mani. In cucina cera odore di cena e casa. Lo stesso profumo che sentiva da quando avevano comprato quellappartamento insieme nel 2010. Lavevano scelto e sistemato insieme. Lei stessa aveva dipinto le pareti di quella cucina, passava ore a decidere le tinte da portare pure in campagna, a vedere come cambiavano con la luce.
Ma lappartamento era di Giovanni. Per comodità, aveva detto lui. Dai, Francesca, che differenza fa di chi sia? Siamo una famiglia. Lei aveva detto va bene. Non le importava, allora, pensava fossero davvero una famiglia.
Che dice la signora Baldini? domandò Elisa.
Dice che serve tempo. Che il processo sarà lungo. Che non ho posizioni forti, perché ufficialmente non ho mai lavorato. Niente dichiarazioni di reddito, niente punti in busta paga, niente prove che anche io ho lavorato.
Ma tu hai lavorato! Hai fatto tutto!
Il lavoro domestico, Elisa, è invisibile agli occhi della legge. Almeno secondo lavvocato di Giovanni. Francesca sorseggiò il tè. Ma penso che qualcosa ci inventeremo.
Lo disse tranquilla. Elisa la guardò un po stupita.
La mattina dopo Francesca prese un vecchio quaderno e iniziò a scrivere. A lungo, con metodo, come le aveva insegnato sua madre: Se vuoi capire una cosa difficile, scrivila su carta. La carta resiste, non ti interrompe.
Annotava cosa aveva fatto in questi sedici anni, ufficialmente niente. Puliva un appartamento di ottantasette metri quadri; cucinava colazioni, pranzi, cene, ogni giorno, salvo rare cene fuori richieste da Giovanni. Portava i figli a scuola, calcio, lezioni di musica, dentista. Notte al loro capezzale quando stavano male. Lorganizzazione dei traslochi: tre cambi di città in quegli anni, tre scuole nuove, tre case da trasformare in dimora.
Accoglieva i soci di Giovanni. Ricordava i nomi delle mogli, dei figli; preparava i regali giusti, imbandiva tavolati che facevano esclamare: Sei stato fortunato, Gianni!. Giovanni sorrideva ed incassava il complimento come si farebbe con una bella credenza.
Era la sua assistente personale, anche se non lo aveva mai detto così. Ricordava appuntamenti, telefonava quando lui non poteva, sbrigava documenti, rovistava in quelle cartelline che lui diceva dai, solo un’occhiata. Li capiva. Aveva lasciato per lui un corso di Economia e una mente che sapeva fare i conti.
Quando il quaderno fu pieno per un terzo, chiamò la signora Baldini.
Vorrei fare un rapporto contabile dettagliato, tagliò corto. Con tariffe di mercato per ogni mansione: colf, cuoca, babysitter, psicologa, assistente personale, organizzatrice di eventi. Voglio calcolare quanto avrebbe pagato Giovanni se avesse assunto dei professionisti.
Lavvocata rimase in silenzio un momento.
È un approccio inconsueto.
Ma non è vietato?
No. In alcune cause aiuta il giudice a valutare il contributo del coniuge non lavoratore.
Comincio a farlo allora.
Vi si dedicò per due settimane. Strano e allo stesso tempo liberatorio. Chiamava le agenzie di pulizia per i costi di una casa grande, le chef a domicilio, guardava i tariffari degli assistenti personali. Leggeva quanto prendessero gli psicologi per ascoltare il marito ogni sera per anni, con i suoi sfoghi da ufficio, le recriminazioni, la stanchezza.
I numeri si componevano in una colonna. Che cresceva.
Colf due volte la settimana, tariffa media per Torino, sedici anni. Cuoca a domicilio, cinque giorni su sette. Servizi di babysitter, primi sette anni. Assistente personale. Organizzazione di quattro cene aziendali allanno, una voce a parte. Sedute psicologiche: almeno duecento ore in totale, onestamente.
La somma in fondo al foglio la fece rileggere a mente fredda. Poi chiuse il quaderno, si alzò, passeggiò per casa. Guardò dalla finestra la strada dove il marzo faceva sciogliere la neve nera.
Non era solo un racconto di vita. Era un documento economico.
Signora Baldini, disse alla riunione dopo, poggiando i fogli stampati ho fatto i conti. Sedici anni. Senza contare traslochi e la carriera abortita.
Rosa Baldini sfogliò lenta le pagine, si tolse gli occhiali, la guardò.
Ha fatto un lavoro preciso.
È tutto quello che so fare: lavorare precisa, disse Francesca, semplice. Solo che nessuno lo aveva mai contato.
È un argomento forte. Ma il tribunale può vederlo in modi diversi… Baldini rimise gli occhiali. Francesca, voglio chiederle altro. Lei sapeva qualcosa degli affari di suo marito?
Francesca si immobilizzò.
In che senso?
In senso lavorativo. Diceva che badava a certi documenti…
Silenzio. Il pensiero volò alle cartelline che Giovanni portava la sera. E a quello che lei aveva trovato, ma deciso di non vedere. Non voleva pensarci allora. Era affar suo. O anche suo?
Ho visto qualcosa, ammise infine. Non tutto. Ma abbastanza.
Mi racconti, disse Rosa, pacata.
Francesca raccontò, con calma. Della società Torino Edilizia Sviluppo, che Giovanni citava spesso, ma nei documenti ufficiali non cera mai. Dei bonifici che aveva visto sul portatile, un giorno in cui lui le aveva chiesto di controllargli un file. Giovanni era uscito in cucina, lei aveva letto di sfuggita le cifre: le aveva impresse nella memoria. Era cinque anni fa. I numeri li ricordava bene.
Della volta in cui, a una cena a casa, sentì due invitati parlare a bassa voce mentre lei sistemava i piatti. Pensavano che fosse uscita. Lei aveva ascoltato. Ricordava i nomi: memoria da elefante, diceva sempre Giovanni. Non sapeva che un giorno sarebbe diventata una minaccia.
Rosa Baldini ascoltava e annotava. Quando Francesca concluse, lavvocata fece silenzio qualche secondo.
Francesca, ciò che mi ha detto è delicato. Serve unattenta riflessione. Le dico solo che suo marito corre dei rischi, soprattutto di reputazione. E ci sono persone che non vorrebbero mai che certi dati arrivassero allAgenzia delle Entrate o peggio.
Lo capisco.
E capisce anche che non segnaleremo niente a nessuno. Ma… lasceremo intendere che linformazione esiste. Nella trattativa per laccordo.
Capisco.
E lei è daccordo?
Francesca alzò lo sguardo.
Rosa, lui vuole portarmi via la pelliccia che mi ha regalato lui stesso. Vuole lasciarmi senza casa, senza indennizzo, senza ventitré anni della mia vita. Sì, sono daccordo.
La Baldini annuì.
Allora cominciamo.
Era ormai metà aprile quando Giovanni la chiamò. Non tramite lavvocato: di persona. Il suo nome comparve sullo schermo. Francesca lo fissò, dubitando se rispondere. Ormai non era più Gianni, come lo chiamavano mamma e amici. Per lei ora era Giovanni Rinaldi, la controparte.
Sì, rispose.
Franci La voce smorzata, quasi gentile. Non parlava così con lei da anni; ultimamente urlava o usava il tono degli sconosciuti. Il tuo… rapporto è arrivato.
Sì. Rosa lha mandato al tuo avvocato.
Ci sono delle tariffe segnate.
I costi dei miei servizi. Esatto.
Ma Franci… non è normale fare i conti così.
Le montò dentro una calma tagliente.
Giovanni, tu sei stato il primo a voler contare. Io ho solo continuato dove hai iniziato tu.
Lui fu zitto. Solo il respiro sottile nella cornetta.
E poi cera… una nota a parte. Del tuo avvocato.
So della nota.
Lì… si fa allusione a
Giovanni, lo interruppe con dolce fermezza, voglio incontrarti. Non nello studio. Da soli. Per parlare. Senza trascinarsi in tribunale.
Una pausa.
Va bene, disse infine.
Si videro in un caffè sul Po, dove un tempo camminavano nei primi anni a Torino. Lei arrivò prima, tavolino vicino alla finestra. Ordinò un caffè, guardava l’acqua: il ghiaccio era sparito, il fiume sembrava liquido e grigio.
Giovanni entrò, la trovò subito. Sembrava invecchiato. O forse era solo che lei ora non lo vedeva più da moglie, ma da persona che conosceva il prezzo di ogni parola.
Sedette, ordinò qualcosa che non intendeva consumare.
Stai bene, disse.
Gianni, lasciamo stare.
Daccordo, mise giù il menù. Che vuoi?
Casa. Lo disse semplice. Quella dove vivo, intestata a me. E una compensazione economica. Ti dirò la cifra: è la minima fissata dal mio rapporto. Niente contestazioni sulle cose che sono in casa.
La fissò a lungo.
E poi?
E poi fine. Si firma laccordo, ognuno per la sua strada.
E quella… informazione?
Rimane con me. Non mi serve. Ma la tengo, capisci.
Era una frase piatta, oggettiva, come si parla del tempo o della tabellina.
Giovanni abbassò lo sguardo. Poi la fissò di nuovo.
Sei cambiata, Francesca.
No, disse lei. Sono solo tornata me stessa.
Lui guardava il fiume, gli ultimi ghiacci che la corrente portava via. Lei lo guardava pensare. E si accorgeva che non sentiva odio, né vittoria. Solo una fatica che si faceva leggera.
È stato un lungo matrimonio, Gianni, disse. Non voglio che finisca male. Né per noi né per i figli. Sei intelligente: chiedi meno di quello che mi spetterebbe.
Lui annuì, lento, come chi fa fatica.
Parlo con il mio avvocato, disse.
Va bene.
Lei finì il caffè, si mise il cappotto.
Stammi bene, Gianni, disse e si sorprese, perché era sincera. Non gli voleva male. Solo, non avevano più nulla in comune.
Uscì sulla riva del Po. Tirava vento, profumo dacqua e di primavera. Da lontano si sentivano i gabbiani. Francesca camminava e pensava a cosa fosse la giustizia in famiglia. Quanto a lungo aveva creduto che fosse un dono naturale, dove cè amore cè anche giustizia. E invece no. Bisogna imparare a difenderla. Senza odio, ma difendere.
Tre settimane dopo, gli avvocati firmarono laccordo.
In base allaccordo, la casa diventava proprietà di Francesca. Oltre a una compensazione di trentamila euro. Non erano le cifre dei suoi sogni, ma abbastanza per ricominciare davvero. Per riprendere fiato.
Ricorda ancora quel giorno di firme. Tornò a casa, entrò in cucina stessa tinta delle pareti che aveva dipinto lei sette anni prima. Rimase un po alla finestra. Nulla di speciale fuori: normale cortile di aprile, pozzanghere, bambini, una vecchina con il cane. Eppure sentiva qualcosa in lei che finalmente si stendeva e si apriva, come dopo essere stata a lungo raggomitolata.
Suonò Elisa.
Mamma, come stai?
Bene, Elisa. Va tutto bene.
Davvero?
Davvero. Vieni nel weekend? Faccio una torta. Voglio festeggiare.
Festeggiare cosa?
Un nuovo inizio, disse Francesca e rise, una risata leggera, viva, che la sorprese. Solo una torta e due chiacchiere. Semplice.
Vengo, rispose Elisa, sollevata.
Matteo scrisse la sera stessa: «Mamma, ho sentito che è andata. Sei forte, davvero». Lei lesse tre volte, posò il telefono. Non aveva bisogno della sua approvazione, lo capiva adesso. Ma faceva piacere, come tutte le cose buone: non necessarie, ma gradite.
Le settimane dopo furono spese tra pratiche, cambi dintestazione, apertura di un conto tutto suo il primo dove Giovanni non avrebbe mai messo mano. Piccolo gesto, piacere enorme.
Una sera, con il rapporto contabile tra le mani, Francesca rifletteva. Sapeva fare i conti, sapeva trattare con documenti, aveva lasciato a metà un dottorato economico per la famiglia, figli, traslochi. Ma la testa era sempre lì.
Prese un foglio, scrisse due parole. Poi cercò su internet: cosa serve per aprire una piccola impresa. Cercò piccoli locali in affitto. Letto articoli su corsi richiesti da donne che vogliono tornare autonome dopo anni di invisibilità.
Sinfilò nella mente lidea: corsi di amministrazione per donne. Donne come lei, che sanno contare, organizzare case, tenere la contabilità familiare, ma non hanno mai portato tutto questo fuori, in maniera ufficiale. Senza curricula, ma con solide capacità ignorate.
Telefonò a Chiara, amica di vecchia data.
Chiara, sei impegnata?
Franz! No, ti stavo per chiamare. Ho saputo della tua storia.
Sì, è tutto vero. Voglio parlarti. Tu lavoravi in un centro di formazione, giusto?
Sì, ma ho lasciato due anni fa.
Raccontami tutto. Voglio capire come funziona quel mercato.
Chiara rise.
Francesca, mi spaventi. In senso buono. Vieni domani, ne parliamo.
Il giorno dopo andarono avanti tre ore in cucina. Chiara parlava, Francesca prendeva appunti. Poi parlava Francesca, Chiara la ascoltava. Poi, seria, Chiara disse:
Franci, quello che hai fatto tu, poche ce la fanno. Compilare quel rapporto: ci vuole testa, e forza.
Era questione di sopravvivenza, tagliò corto Francesca.
Non dirlo. Anche la mia vicina aveva la stessa urgenza, quando il marito se nè andato. Dopo tre anni piangeva ancora, ferma. Tu, in pochi mesi, ti sei rimessa in piedi.
Al momento dei saluti, Francesca si voltò:
Chiara, ti andrebbe di farlo insieme? Non come impiegata. Come socia?
Chiara la fissò.
Sei seria?
Sì.
Dammi qualche giorno.
Va bene.
Due giorni dopo, Chiara la richiamò.
Entro, disse. Ma partiamo piano. Sono poco audace.
Nemmeno io, rispose Francesca. Perciò partiamo piccole.
Lestate le trovò immerse nel lavoro. Ma era un lavoro diverso: non quello di casa, invisibile la sera, cancellato la mattina dopo. Era lavoro vero, e lasciava tracce.
Affittarono un piccolo ufficio in un edificio in periferia: quattro stanzette, cucina, accoglienza. Chiara organizzava, Francesca scriveva la didattica. Discutivano sul nome, sorridevano, si stancavano, ridevano ancora, si commuovevano sul tè freddo.
Il corso si chiamava Conto Proprio. Lidea nacque pensando a quel conto aperto in primavera sul quale nessuno, se non lei, poteva disporre del denaro. Proprio conto, proprio conto da gestire. Chiara approvò.
Il primo ciclo erano appena dodici donne. Tutte, più o meno, con storie simili: lunghi anni a casa, poca fiducia, paura di aver perso il treno. Francesca si rivedeva in ognuna di loro. Spiegava col suo linguaggio, concreto, senza tecnicismi. Cosè un bilancio, perché gestirlo da sola, come leggere i documenti, come non lasciarsi intimidire dalle scartoffie. Che il lavoro domestico ha un valore, anche se nessuno te lo dice mai.
Una volta, durante una lezione, una donna sulla cinquantina, Vera, disse piano:
Si vede che lei cè passata davvero.
Ci sono passata, rispose Francesca chiara.
Cade un silenzio.
E cosa lha salvata? chiese Vera.
La carta e la penna, rispose Francesca. Quando non sai che fare, metti tutto nero su bianco. E poi ti accorgi che hai fatto molto. Più di quanto immaginassi.
Lautunno scese veloce a Torino. Ottobre portò freddo, le foglie volarono via in pochi giorni, il cielo si abbassò grigio. Francesca amava quel tempo, sempre laveva amato, anche se tanti lo trovavano triste: era un tempo onesto, senza maschere.
Il secondo ciclo fu di venti. Chiara diceva: Ottimo trend. Si costruivano piani per lanno nuovo. Francesca ascoltava, annuiva, prendeva appunti. La sera tornava nella casa dovera finalmente padrona. Una cena semplice, o a volte qualcosa di sofisticato solo per piacere, non più per dovere.
Telefonava a Elisa, chiacchierava con Matteo. Leggeva. Guardava film quelli che Giovanni odiava, noiosi diceva. Ma lei li trovava pieni di cose da scoprire, semplicemente prima non aveva mai avuto tempo di guardare davvero fino in fondo.
Un giorno incontrò Giovanni al supermercato. Lui era in fila, con le buste e una donna giovane, tipica detà da seconda vita. Francesca li individuò subito. Non si voltò, non si affrettò. Solo lì, in attesa.
Quando lui si accorse, per un istante nei suoi occhi passò qualcosa di complicato. Lei non tentò nemmeno di analizzare.
Francesca, disse.
Ciao, Gianni, rispose pacata.
Si scambiarono uno sguardo di due secondi. Erano ventitré anni di esistenza, in coda alla cassa. Poi lui annuì, lei anche, e si allontanò.
Francesca uscì, si fermò davanti al supermercato. Faceva freddo, odorava di neve che ancora non cadeva, ma era nellaria. Realizzò che non sentiva nulla. Né dolore, né amarezza, né sollievo. Solo spazio. Non gelo, non ostilità. Solo spazio, come una stanza svuotata dal vecchio mobilio usato per abitudine. Ora la stanza era grande.
Camminava verso casa pensando che da dentro, le storie di vita sembrano enormi, impossibili. Da fuori sono solo una delle tante. Una donna, un uomo, una separazione, una divisione di case e cose. Ma vissuta da dentro, era unaltra cosa. Come reimparare a camminare. Camminavi tutta la vita, e poi devi trovare il tuo equilibrio da sola.
E lequilibrio laveva trovato. Non in un giorno, ma laveva trovato.
A novembre arrivò una nuova corsista, portata da Vera. Una donna di quarantotto anni, con mani nervose, sempre intrecciate in grembo. Si chiamava Donatella.
Dopo la lezione, Donatella le si avvicinò:
Francesca, mio marito dice che non valgo niente. Dice che senza di lui non sono nulla. Sto iniziando a crederci.
Francesca la guardava. Si vedeva in lei non la stessa storia, ma qualcosa di familiare.
Sai tenere una casa? domandò.
Sì.
Sai organizzare, ricordare mille cose da fare?
Certo.
Sai parlare alle persone, risolvere situazioni, tranquillizzare chi ti sta intorno?
Credo di sì.
Allora sai fare tantissimo, disse Francesca. Solo che nessuno tha insegnato a chiamarlo col suo nome. Qui impariamo anche questo.
Donatella la guardò come una persona che sente finalmente una cosa che sognava, ma pensava impossibile.
Davvero?
Davvero.
Uscì tardi, quella sera. Chiara era rimasta per parlare del calendario di dicembre. Ora Francesca, da sola, passeggiava per la città, tra vetrine luminose, passanti coi sacchetti, già le prime luci di Natale troppo presto, come sempre.
Pensava a Donatella. A Vera. Alle dodici del primo gruppo, chi aveva trovato lavoro, chi aveva aperto qualcosa di suo, chi aveva affrontato un marito difficile. Pensava che non dava lezioni di morale né consigli: mostrava solo che contare si può, e i conti invisibili si rendono visibili, se lo desideri.
Si fermò sul lungofiume. Il Po era nero e quieto, le luci si stendevano in strisce. Faceva freddo, ma era un freddo buono. Tirò fuori il cellulare: messaggio di Elisa Mamma, domani arrivo, porto qualcosa di buono. Ti bacio.
Rispose: Ti aspetto. Vieni presto.
Ripose il telefono. Rimase ancora un po lì. Pensava a cosa significasse davvero una nuova vita dopo il divorzio. La raccontano sempre con lesclamativo, come fosse una festa, o come una catastrofe. Ma in fondo è solo un giorno dopo laltro. Ti alzi, ti lavi, ti fai il tè. Guardi la casa, che ora è tua davvero. Pensi che puoi spostare il divano, finalmente. Chiedi alla figlia come sta. Vai a lavorare. Torni di sera.
La casa era sua. Il lavoro era suo. La vita, finalmente, era sua.
Non era un trionfo con fanfara. Non la fine di unincubo. Solo un inizio nuovo, tranquillo e vero.
E tornò a casa.
Il giorno dopo Elisa arrivò presto, con una crostata fatta da sé e nuove storie di lavoro raccontate con entusiasmo. Sedettero in cucina, vicino alla finestra proprio il colore che Francesca aveva scelto da sola. Il sole di novembre, pallido, disegnava chiazze sul tavolo.
Mamma, disse Elisa, prendendosi un altro pezzo di torta, posso chiederti una cosa?
Dimmi.
Non ti dispiace? Tutti questi anni. Tutto quello che hai dato, per finire così
Francesca stringeva la tazza tra le mani. Rifletté.
Elisina, sospirò, sì, un po dispiace. Ho dato anni che non torneranno, energie che forse erano spese in posti dove non sarebbero servite, o almeno non sono state apprezzate. Questo sì, mi dispiace.
Elisa stava in silenzio.
Ma non mi pento di voi, continuò. Non mi pento di quel che so fare, né di aver scoperto quanto posso fare quando non cè altra scelta. Vedi, io ho sempre pensato che il mio valore fosse nellessere utile agli altri: brava moglie, brava madre, far star bene chi mi sta intorno. Invece cè anche altro: valgo qualcosa anchio, da sola. Questo lho capito solo adesso, a cinquantadue anni.
Non è tardi, mamma.
No, annuì Francesca. Non è tardi.
Stettero in silenzio. Un silenzio buono, pieno.
Posso portarti unamica ai corsi? chiese Elisa. Ha da poco lasciato il lavoro, si sente persa.
Portala, disse Francesca. A gennaio iniziano le nuove lezioni.
Fuori, per la prima volta, cadeva una neve vera. Lieve, timida, si depositava su davanzali e rami. Francesca la guardava e pensava a come questinverno, per la prima volta, non le faceva paura.





