Nata non riusciva a credere a ciò che le stava capitando: suo marito, l’unico amore che considerava il suo sostegno e la sua roccia, quel giorno le disse: «Non ti amo più». Sconvolta, si immobilizzò mentre lui preparava la valigia e cercava le chiavi, proprio quando lei ne avrebbe avuto più bisogno: poche settimane prima aveva perso il padre improvvisamente, era costretta per senso di responsabilità a sostenere la mamma ormai canuta e la sorellina, invalidata a 18 anni da un grave trauma cranico. I familiari vivevano in un paese vicino. Il figlio era appena entrato in prima elementare. A giugno la ditta dove lavorava aveva chiuso; ora era disoccupata. E ora, anche il marito… Natascia si cinse la testa tra le mani, si sedette al tavolo e scoppiò in lacrime amare. – Oddio, cosa devo fare? Come sopravviviamo? Oh, Ales­sandro! Devo andare a prenderlo a scuola! L’urgenza delle piccole responsabilità quotidiane la costrinse a rimettersi in piedi. – Mamma, hai pianto? – No, Alessandro, no. – Piangi per nonno? Mi manca tanto, mamma! – Anche a me, tesoro. Ma dobbiamo essere forti. Il nonno è sempre stato forte. Ora sta bene con il Signore, non preoccuparti! Si merita il riposo, in vita non si è mai fermato. – E papà dov’è? – Papà? Sarà di nuovo in trasferta. E tu come va a scuola? La vita deve andare avanti. Non ti ama più? Non puoi farci nulla. L’amore non si impone. Nella confusione della sua vita qualcosa le era sfuggita… Mentre Alessandro pranzava e giocava con i soldatini, Natascia accese il computer del marito. Non lo aveva mai fatto prima; la password era a lato, facilissima. Lui non aveva nemmeno cancellato l’ultima mail. C’erano prove evidenti del suo amore per un’altra. E lei era ormai la “non amata”. Per dieci anni era “il suo sole”, dopo otto anni di battaglie per avere un figlio era diventata anche “la mamma”. Ora tutto era cambiato. E bisognava abituarsi. Prima di tutto, trovare lavoro. Nessuno si preoccupava della sua laurea a pieni voti. Il sussidio della disoccupazione non risolveva nessun problema. Cosa era successo, dove aveva sbagliato? Un marito affidabile, attento quanto basta, improvvisamente era diventato uno sconosciuto. Le sue riflessioni portavano a una sola conclusione: lui “era impazzito”. La casa costruita con i mattoni del sacrificio non era finita. Per fortuna avevano un tetto sopra la testa e una stanza dove dormire. – Lavoro, quanto mi servi! – Natascia stava per ricominciare a piangere, ma non ce n’era tempo. Aveva bisogno di un impiego, subito! I tentativi durarono giorni. Senza risultati! Il lavoro a scuola di Alessandro e la sua nuova solitudine riducevano le possibilità al minimo. La sera di un altro giorno fallimentare arrivò la telefonata di Romano, il suo compare: – Natascia, allora, non è tornato? – No. – Fare la magazziniera ti va? – Sei serio? – Sì, lo so che ora non hai voglia di scherzare. È con orario flessibile, puoi andare a prendere il figlioccio o fare il doposcuola. Lo stipendio è 1.200 euro. Pochino, ma meglio che niente. Domani vi porto un po’ di patate, cipolle e pollo. – Romano, ho già le galline che ci sfamano, mi fanno le uova! – Allora che ti continuino a sfamare: le tue galline non si toccano. – Grazie. E Galina? – Si tiene: è una roccia. Così era sempre stato: sua moglie Galina aveva subìto una dura operazione e faceva la chemio, ma Romano non si lamentava mai. “Va tutto bene”. Natascia pensò che forse poteva farcela. “Grazie a Dio – pregò – tu sei il più affidabile, vedi tutto e non abbandoni mai. Grazie per il mio compare.” Il lavoro fu facile da apprendere e c’erano momenti per restare sola e riflettere su tutto quello che era successo. I giorni, le settimane, i mesi passarono. Dopo un anno, Natascia si accorse di avere di nuovo appetito, di riuscire a dormire, a ridere, a gioire dei progressi di suo figlio. Il dolore per il tradimento del marito tornava solo quando lui si presentava per portare Alessandro nei weekend. Non gli negava il bambino, il loro rapporto non doveva rendere il figlio infelice. Avrebbe voluto chiedergli in cosa avesse sbagliato, anche se sapeva che non era quello il motivo, ma la passione improvvisa del marito per un’altra donna. Le tornò in mente una frase di un film: “L’amore dura fino alla prima curva, poi comincia la vita vera.” Per lei, amore e vita erano un tutt’uno. Per lui? L’autunno quell’anno sembrava un prolungamento dell’estate: caldo, alberi ancora verdi, voci di bambini in strada, colori di astri e crisantemi in giardino. Il giorno in cui Natascia incrociò lo sguardo di Michele non era diverso dagli altri, forse c’era più sole, la musica alla finestra era più alta, oppure era davvero il destino che aveva deciso di far incontrare due solitudini al momento giusto. – Signorina, la aiuto io. Non può caricarsi così, sa? – Mi sono abituata. – Eh no, una bella donna come lei non dovrebbe abituarsi a portare pesi. – Aiuta tutte le donne belle? Sei di turno davanti al negozio? – Eccome, ‘sto turno l’ho fatto a lungo, finalmente ti ho incontrata. Non si poteva evitare di ridere. E risero forte, di cuore, senza fermarsi. – Michele, – si presentò con la mano tesa e il sorriso negli occhi. – Natascia. – “Natascia, Natascia, la donna d’altri…” conosci la canzone? – No. Ma non sono la donna di nessuno. – Davvero? Che fortuna! Finalmente incontro una donna che sembra uscita da un sogno, e che è libera. Ma sono tutti impazziti, qui intorno, o sono ciechi? – Vedo che il senso dell’umorismo non ti manca. E la serietà? – Anche quella: Natascia, oggi andiamo al cinema insieme, parliamo, ci conosciamo. – Non posso, devo prendere mio figlio dal doposcuola. – Ma non ci credo: hai un figlio?! Avrai sì e no vent’anni, che doposcuola? – Ne ho 35. – Anch’io. Che coincidenza. Ma davvero pensavo fossi giovanissima. – E adesso? – Adesso sto realizzando. Tutti i papà sognano un figlio. E tu, così leggera: non sei sposata, dov’è il padre di tuo figlio? – Preferirei non parlarne ora. – Capito. E non insistiamo. Allora nel weekend. Possiamo andare al cinema per bambini, anche con tuo figlio. – Nel weekend va dal padre. – Non voglio essere invadente. Ma se hai due ore libere, chiamami. Ecco il mio biglietto: pediatra, ematologo pediatrico. – Questo sì che è serio. – E non ho tempo per cercare donne, di solito! – Va bene, Michele. Ti chiamerò, – rispose sinceramente. – Ti aspetto. Che autunno magnifico! Era proprio il loro regalo. I raggi tiepidi del sole mescolavano tra le foglie incredibili sfumature. Giornate limpide che li portarono in tutti i parchi della città. E poi la loro dolcezza, che bucò il dolore e li travolse in una danza d’autunno sotto il fogliame. Si avvicinarono con la delicatezza di chi ha paura di rovinare tutto: Natascia sentì di essere profondamente attratta da quell’uomo speciale. E, quasi un mese e mezzo dopo il primo incontro, si azzardò a proporgli un “tè insieme”. – Natascia, non offenderti: non verrò a casa tua. Per me è importante. Voglio custodire bene ciò che succede ora. Ti fidi? Quel weekend andarono nel parco naturale, Michele affittò una casetta che sembrava un castello. Dentro era calda e accogliente, ma Natascia non vedeva altro che gli occhi scuri dell’uomo che ormai amava, e si perdeva in loro. Non sapeva che la vera intimità tra uomo e donna potesse essere così dolce. – Michele, dove sono? Sembra di morire dal bene che provo. Ti amo. Come ho fatto senza di te? – Sei meravigliosa! Quanto sono felice! Di mese in mese sentivano sempre più forte il bisogno di stare insieme. – Natascia, sposami. – Michele, il mio divorzio è a fine mese. – E subito dopo ti sposo. Così nessuno mi ruba la “mia ragazza”. – Ma la ragazza decide per sé. Non è per chiunque. Ha già il suo uomo. Michele, niente feste: solo la firma e via, portami in quel castello dove sono diventata tua moglie per sempre. – Come vuoi, amore, così sarà. Solo Romano e Galina furono testimoni alle nozze. Mamma e sorella mandarono un telegramma festoso. Si trasferirono nella casa presa da Michele e, insieme, con passione la ristrutturarono: in particolare, la stanza per Alessandro. Il nuovo papà lo aveva già conosciuto, ma Alessandro, per cui la mamma e il papà erano le due metà inseparabili, con fatica accettava Michele. – Natascia, non spaventarti, facciamo controllare il sangue ad Alessandro. È troppo pallido. – Dai, Michele… è solo stress, soffre molto per il divorzio. Dicono che il divorzio per i bambini è peggio della morte di uno dei genitori. – Lo so, donna saggia. Anch’io da bambino ho vissuto il divorzio come una fine del mondo. Ma gli esami li facciamo lo stesso, piccolino? Il giorno dopo Michele tornò a casa con la testa bassa. Natascia capì subito: qualcosa non andava. – Natascia, non agitarti. Nel sangue di Alessandro ci sono delle anomalie. L’intuizione non mi ha tradito. Domani lo porto con me. Sembrava ingiusto. Si deve pagare la felicità con un prezzo così alto? Leucemia. Una parola da brivido. La loro vita cambiò. Natascia chiese un congedo non retribuito, non sapeva come avrebbe supportato Alessandro tra flebo e prelievi. Gli teneva la mano e gli diceva: – Resisti, tesoro! Sei forte! Sei il mio migliore amico! Non ti lascerò mai, resteremo sempre insieme! Quando non ce la faceva più, Michele le ordinava di dormire mentre lui restava con il bambino. Dormire non riusciva, fissava il soffitto. Il suo ex richiese che lei uscisse dalla casa in costruzione. – Al figlio penserò io. Starà a casa sua da me. – Visitalo, piuttosto. – Ora non posso, sono in trasferta. Michele, ascoltando tutto, la tranquillizzò: – Natascia, ce la faremo. Non pensare al passato. – Fa male. Lavoravo, investivo tutto in casa. E ora devo pensare a essere cancellata? – Non pensarci. Ogni pensiero lo dedica ad Alessandro. Io ce la farò. La famiglia è sempre stato il mio sogno. Dio lo sa. Non ci lascerà. – Michele, gli esami? – Continuiamo. I risultati non sono buoni. Natascia piangeva silenziosamente. Alessandro non doveva capire che stava male. – Papà Michele, cosa ho nel sangue? – Vedi, ci sono dei vascelli rossi e bianchi. Si danno battaglia… – Chi vince? – I bianchi, per ora. – E poi? – Aiuta i rossi. – Mamma, mi portate via? Sono stanco. – Natascia, volevo proporlo anch’io. Portiamolo nel nostro castello. Adesso c’è bel tempo, andiamo nel bosco. Si riposa. La primavera fiorì con i suoi colori attorno a loro. Camminavano nel bosco, gioivano di ogni fiore e filo d’erba. Alessandro, però, si concentrava con aria strana: – Cosa c’è, amore, stai male? – Mamma, non parlare. Sto facendo una battaglia navale. La piccola vacanza finì. Il bambino sembrava rinato: più fresco, con le guance colorate. – Mamma, dov’è papà? – In trasferta, amore. – Di nuovo? Vabbè… Rientrando in clinica, rifecero gli esami. La capolaboratorio chiese a Michele: – Michele, dove avete portato il bambino? – Vicino, in una riserva naturale. Perché? – Il sangue è ottimo. È in remissione. Michele fece un salto nella stanza: – Alessandro, che hai fatto? Stai meglio! Non piangere, Natascia. Sta guarendo. Che hai fatto, piccolo? – Papà, ricordi i vascelli? Ad ogni battaglia vincevano sempre quelli rossi.

Diario di Caterina

Non riesco ancora a credere a ciò che mi sta succedendo. Fabio, mio marito, lunico uomo che ho sempre considerato il mio sostegno e la mia roccia, oggi mi ha detto: Non ti amo più. Sono rimasta paralizzata, quasi ridicola nella postura, mentre lui sfrecciava per casa, raccogliendo le sue cose e facendo tintinnare le chiavi. Era proprio quello che mancava, come se non bastasse il dolore che già sentivo. Mio padre è morto poco fa, allimprovviso Eppure, nonostante la mia sofferenza, ho dovuto occuparmi della mamma, che ormai ha i capelli bianchi, e della mia sorellina Martina, che da quando ha avuto quellincidente a diciotto anni è rimasta invalida. Vivono nel paesino accanto. Mio figlio Lorenzo ha appena iniziato la prima elementare. A giugno la fabbrica dove lavoravo ha chiuso. Senza lavoro, adesso anche senza marito.

Mi sono seduta al tavolo, ho stretto la testa tra le mani e ho pianto. Signore, cosa devo fare? Come si va avanti? Oddio, Lorenzo! Devo correre a prenderlo a scuola.

Le responsabilità quotidiane mi hanno spronata ad alzarmi e andare avanti.

Mamma, hai pianto?
No, Lorenzino, non piango.
Piangi per il nonno? Anche io mi manco tanto!
E anche a me, tesoro. Ma dobbiamo essere forti. Il nonno era sempre così, forte. Adesso sta bene lassù in Paradiso, non ti preoccupare! Ha meritato il riposo, non si è mai fermato.
E papà dovè?
Papà? Forse è partito per lavoro. Ma tu, comè andata a scuola?

Bisogna vivere. Non mi ama più? Non si può obbligare nessuno a volerti bene. Nel trambusto quotidiano mi sono persa qualcosa.

Lorenzo pranzava e giocava con i suoi soldatini di plastica mentre io, per la prima volta, sbirciavo nel portatile lasciato da Fabio. Non lavevo mai fatto prima. Accedere alla posta è stato facilissimo, licona era lì in alto a sinistra. Non aveva cancellato lultima conversazione. Una donna. Pieno damore E io ora sono la non amata. Dieci anni sono stata la mia luce, e dopo otto anni di lotta per avere il nostro figlio sono diventata anche la nostra mamma.

Ora tutto è cambiato. Cè da abituarsi. Ma prima di tutto devo trovare lavoro. Tutta quella laurea non vale niente, il sussidio di disoccupazione allINPS, quattro spiccioli, non basta a risolvere nulla.

Cosè successo a Fabio, perché lui così serio, onesto, sufficientemente premuroso, si è trasformato di colpo in uno sconosciuto? Tutti i miei ragionamenti portavano ad una sola conclusione: è impazzito. La casa che avevamo costruito insieme, mattone dopo mattone, è rimasta incompleta. Fortuna che almeno abbiamo un tetto, una stanza e un letto.

Lavoro, quanto mi servi! Avrei voluto piangere ancora, ma non potevo permettermelo. Mi serviva un lavoro!

I tentativi sono andati avanti per giorni, senza successo. Il primo anno di scuola, la mia solitudine Tutto abbassava le mie possibilità. Una sera, dopo lennesima giornata andata male, squilla il telefono: è il mio caro compare Romano.

Cate, senti, è tornato Fabio?
No, Romano, niente.
Ti interessa fare la magazziniera?
Dici sul serio?
Certo. Capisco che non sembri la soluzione migliore, dopo Fabio… Turni flessibili, puoi andare a prendere Lorenzo o lasciarlo a scuola. Lo stipendio è 1.200 euro. Poco, ma meglio di niente. Domani ti porto un po di patate, cipolle e un pollo.
Ma Romano, ho già le galline Ci danno le uova, ci sfamano.
Benissimo così. Non finirle per la carne.
Ti ringrazio. E tua moglie Giulia?
Resiste. Una forza della natura.

Romano è sempre così. Sua moglie ha subito una brutta operazione e ora fa la chemioterapia, ma lui non si è mai lamentato del peso che porta. Va sempre avanti. Ho sospirato: ho una speranza per la sopravvivenza. Grazie a Dio, Lui vede tutto. E grazie al mio compare.

Il lavoro era semplice, e trovavo anche qualche momento per riflettere, piangere da sola, cercando di capire cosa fosse successo.

Sono volati giorni, settimane, mesi. Dopo un anno ho ritrovato il gusto di mangiare, di dormire, di ridere con Lorenzo per i suoi piccoli successi. Il dolore del tradimento si risvegliava quando Fabio veniva a prendere Lorenzo il fine settimana. Non glielo impedivo, non volevo rendere infelice il bambino. Avrei tanto voluto chiedergli cosavevo sbagliato, anche se sapevo che non si trattava di me, ma di una nuova passione improvvisa. Mi sono ricordata una frase di un vecchio film: Lamore dura finché non giri langolo; poi comincia la vera vita. Per me amore e vita erano una cosa sola. Per lui?

Questanno lautunno sembrava estate: caldo, alberi ancora verdi, voci di bambini in strada, le aiuole piene di astri e crisantemi. Quel giorno, quando ho incrociato la sguardo di Michele, era come tutti gli altri, forse col sole più vivace e la musica dalla finestra vicina più allegra, o forse era semplicemente arrivato il momento che due vite si dovessero incontrare.

Signorina, posso aiutarla? Non si può andare in giro carichi così!
Ormai ci sono abituata.
È un peccato che una donna così bella abbia fatto della fatica la sua abitudine.
Lei aiuta tutte le belle donne? Si mette davvero di guardia fuori dal supermercato?
Sì, ho fatto la guardia finché non ti ho trovata.

Impossibile non ridere. E abbiamo riso, di gusto, come non mai.

Michele, si è presentato, lo sguardo ancora ironico e vivace.
Caterina.
Caterina, Caterina, sei già sposata, conosci questa canzone?
No. Ma non sono più sposata.
Davvero? Che fortuna ho, a trovare una donna libera che sembra uscita da un sogno. Sono tutti diventati ciechi o scemi?
Lei ha uno spirito brillante. Mi piace. Ma è anche serio?
Lo sono. E allora, usciamo stasera? Andiamo al cinema, chiacchieriamo.
Non posso, devo andare a prendere mio figlio da scuola.
Incredibile! Ha già un figlio? Ma lei ne dimostra venti!
Ne ho trentacinque.
Anchio. Che coincidenza. Ma davvero sembri una ragazzina.
E adesso?
Adesso devo elaborare. Tutti gli uomini sognano un figlio. Tu mi dici così, con tanta naturalezza, che sei una mamma single. E il padre dovè?
Non voglio parlarne, per ora.
Va bene, rispetto. Allora il weekend? Possiamo portarci tuo figlio al cinema per bambini.
Il weekend Lorenzo lo passa con suo padre.
Non voglio essere fastidioso. Ma se ti trovi con qualche ora libera, chiamami. Questa è la mia scheda. In più sono dottore, ematologo pediatrico.
Una professione davvero seria.
E infatti non ho mai tempo per cercare belle donne.
Va bene, Michele. Ti chiamerò, davvero.
Ti aspetto.

Che splendida era quella stagione! Sento che la natura stessa aveva deciso di regalarcela. I raggi del sole tingevano le foglie con mille colori. I giorni miti e luminosi ci hanno portato in ogni parco della città. Ma soprattutto, la dolcezza che è cresciuta piano piano tra noi, come se il dolore si dissolvesse nella danza autunnale sotto una pioggia di foglie. Mi sorprendevo di quanto mi attirasse questo uomo gentile. Dopo quasi sei settimane dalla nostra prima chiacchierata, sono io che ho avuto il coraggio di invitarlo a prendere un tè.

Cate, non arrabbiarti. Non verrò da te stasera. È troppo speciale ciò che sto vivendo. Voglio prendermi cura di questo momento. Ti fidi?

Quel fine settimana abbiamo lasciato la città, lui ha affittato una casetta in un parco naturale che sembrava un piccolo castello. Tutto era ordinato e accogliente, ma io vedevo solo i suoi grandi occhi castani e ci affondavo perdendomi nel suo abbraccio. Non credevo che ciò che può esserci tra uomo e donna fosse così dolce.

Michele, dove sono, che mi sta succedendo Mi sembra di morire. Ti amo tanto. Come ho fatto a vivere senza di te? Sto troppo bene con te!
Sei meravigliosa, Cate… Io sono felice!

Altri due mesi e ci sembrava impossibile separarci.

Caterina, sposami.
Michele, il divorzio arriverà a fine mese.
E subito dopo diventi mia moglie. Se no qualcun altro mi ruba la mia ragazza.
La ragazza sa scegliere, non si lascia portare via. Ho già scelto chi amo, Michele. Ma basta cerimonie e feste, voglio solo firmare e tornare subito là, in quel castello dove sono diventata tua moglie.
Certamente, tesoro, sarà come vuoi.

Romano e Giulia sono stati i nostri unici testimoni. Mamma e Martina ci hanno mandato una telegramma piena di gioia. Poco dopo ci siamo trasferiti nella nuova casa che Michele aveva trovato, due stanze e tanta voglia di renderla confortevole. Soprattutto la stanza di Lorenzo: Michele ci ha messo tanta cura. Lorenzo aveva già conosciuto Michele, ma per lui il mondo erano la mamma e il papà, e ci ha messo tempo ad accettare il nuovo compagno.

Cate, non spaventarti, vorrei fare un prelievo a Lorenzo. Mi sembra troppo pallido.
Ma Michele, sai che per lui è dura Deve ancora capire il nostro divorzio, sperava che non succedesse. Ho letto che per un bambino il divorzio è peggio della morte di un genitore.
Hai ragione, donna saggia. Anche io da bambino ho vissuto la separazione dei miei come una tragedia. Ma i controlli li facciamo, ok piccolo?
Quella sera Michele è tornato a casa con la testa bassa, ho capito subito che qualcosa non andava.

Cate, non ti agitare. Nei risultati di Lorenzo cè qualcosa che non va. La mia intuizione purtroppo ha avuto ragione. Domani lo porto con me.
Sembrava ingiusto, dover pagare per la felicità trovata. E con un prezzo così alto. Leucemia. Una parola che fa paura.

È iniziata unaltra vita. Ho preso laspettativa dal lavoro, non potevo lasciare Lorenzo solo con le punture, i flebo, i prelievi. Gli tenevo la mano e dicevo solo: Forza, Lorenzo! Sei forte! Sei sempre stato il mio migliore amico, siamo sempre stati insieme e lo saremo per sempre!

Quando non reggevo più, Michele mi mandava a letto e restava lui con Lorenzo. Non sempre riuscivo a dormire, spesso stavo stesa, fissando il soffitto.

Un giorno Fabio ha chiamato per convincermi a lasciare la casa che non abbiamo finito di costruire.
Al bambino ci penso io. Verrà a casa mia.
Perché non vieni tu almeno a trovarlo?
Non posso, sono via per lavoro.
Ascoltando, Michele mi ha accarezzato la spalla:
Cate, ce la facciamo da soli. Basta col passato.
Mi fa male E pensare che lavoravo bene, investivo tutto in quella casa. Ma che senso ha adesso pensare alla casa e ai soldi?
Fregatene. Metti tutta te stessa in Lorenzo. Io mi arrangio. Ho sempre sognato una famiglia. Dio lo sa. Non vi lascerà.
Michele, come vanno gli esami?
Abbiamo fatto tutto, ma per ora non vanno bene

Piangevo in silenzio. Non volevo che Lorenzo capisse che cera qualcosa che non andava.

Zio Michele, cosa ho nel sangue?
Guarda, nel sangue ci sono piccoli barchette rosse e bianche. Le tue stanno combattendo.
Chi vince?
Per ora le bianche.
E poi?
Aiuta le rosse!
Mamma, portatemi via Sono così stanco.

Michele, vorrei portarlo via qualche giorno. Facciamolo riposare nel nostro castello, cè bel tempo, possiamo camminare nel bosco, respirare

La primavera ha reso magico il nostro angolo. Noi tre insieme tra arbusti in fiore, alberi e passeggiate nei sentieri, felici di ogni fiore, di ogni filo derba. Ma a volte Lorenzo si bloccava, concentrato in un suo silenzio.

Che cè amore, ti senti male?
Mamma, aspettami, sto facendo la battaglia navale!

La piccola vacanza è volata. Lorenzo era cambiato: il volto più fresco, un po di rosa sulle guance.

Mamma, papà dovè?
Ancora in viaggio, tesoro.
Di nuovo? Va bene

Al ritorno in ospedale, altri prelievi. La dottoressa capo del laboratorio è venuta di persona.

Dottor Michele, dovè stato col suo bimbo?
In un parco a pochi chilometri. Che succede?
Tutto a posto. Ecco i risultati, la sua situazione è migliorata. Cè remissione!

Corse da noi in stanza, emozionato.

Lorenzo! Come ti senti? Stai vincendo, piccolino. Non piangere, Cate, sta meglio! Cosa facevi, cuore?
Papà, ti ricordi delle barchette? In ogni battaglia navale vincevo con quelle rosse!Michele gli mise una mano sulla fronte e Cate lo strinse forte tra le braccia. In quellabbraccio cerano tutte le paure vissute, ma anche la promessa di un futuro. Le barchette rosse stavano davvero vincendo.

Passarono giorni pieni di sole. Dalla finestra del castello, Lorenzo guardava le nuvole, giocava con i soldatini e rideva di gusto ogni volta che Cate inventava storie buffe. Michele, dopo ogni visita in ospedale, tornava a casa con lo sguardo sereno e portava sempre una sorpresa: il racconto di una nuova scoperta, una battuta per far sorridere Lorenzo.

Una sera destate, seduti in giardino tra le lucciole, Lorenzo chiuse gli occhi e disse: Mamma, papà Michele, sapete una cosa? Quando ero malato pensavo che la felicità fosse come una lampadina che si spegne. Adesso nella mia testa cè un interruttore: lo accendo e posso vedere tutto quello che abbiamo fatto insieme. Voglio che sia sempre acceso.

Cate lo abbracciò, sentendo finalmente addosso non più il gelo della perdita, ma il calore della speranza. Aveva perso un marito, un padre, un lavoro, ma aveva trovato un compagno gentile, un piccolo eroe, e una famiglia nuova. Non cerano più domande senza risposta, solo la certezza che bisognava vivere, nonostante tutto.

Quella notte, con la finestra aperta e la musica lontana di una festa nel paese, Lorenzo si addormentò sereno. Cate e Michele rimasero a guardare le stelle. Ti amo, sussurrò lei.

Anchio, rispose lui, e stringendole la mano aggiunse: Abbiamo vinto la nostra battaglia, Cate. La felicità ha il tuo nome.

Fu allora che capì: la vita non era perfetta, ma in quellimperfezione cera la magia. E così il diario di Caterina poteva chiudersi, con una pagina nuova, tutta da scrivere, fatta di coraggio, amore e nuove barchette rosse che salpavano, luminose, verso il domani.

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Nata non riusciva a credere a ciò che le stava capitando: suo marito, l’unico amore che considerava il suo sostegno e la sua roccia, quel giorno le disse: «Non ti amo più». Sconvolta, si immobilizzò mentre lui preparava la valigia e cercava le chiavi, proprio quando lei ne avrebbe avuto più bisogno: poche settimane prima aveva perso il padre improvvisamente, era costretta per senso di responsabilità a sostenere la mamma ormai canuta e la sorellina, invalidata a 18 anni da un grave trauma cranico. I familiari vivevano in un paese vicino. Il figlio era appena entrato in prima elementare. A giugno la ditta dove lavorava aveva chiuso; ora era disoccupata. E ora, anche il marito… Natascia si cinse la testa tra le mani, si sedette al tavolo e scoppiò in lacrime amare. – Oddio, cosa devo fare? Come sopravviviamo? Oh, Ales­sandro! Devo andare a prenderlo a scuola! L’urgenza delle piccole responsabilità quotidiane la costrinse a rimettersi in piedi. – Mamma, hai pianto? – No, Alessandro, no. – Piangi per nonno? Mi manca tanto, mamma! – Anche a me, tesoro. Ma dobbiamo essere forti. Il nonno è sempre stato forte. Ora sta bene con il Signore, non preoccuparti! Si merita il riposo, in vita non si è mai fermato. – E papà dov’è? – Papà? Sarà di nuovo in trasferta. E tu come va a scuola? La vita deve andare avanti. Non ti ama più? Non puoi farci nulla. L’amore non si impone. Nella confusione della sua vita qualcosa le era sfuggita… Mentre Alessandro pranzava e giocava con i soldatini, Natascia accese il computer del marito. Non lo aveva mai fatto prima; la password era a lato, facilissima. Lui non aveva nemmeno cancellato l’ultima mail. C’erano prove evidenti del suo amore per un’altra. E lei era ormai la “non amata”. Per dieci anni era “il suo sole”, dopo otto anni di battaglie per avere un figlio era diventata anche “la mamma”. Ora tutto era cambiato. E bisognava abituarsi. Prima di tutto, trovare lavoro. Nessuno si preoccupava della sua laurea a pieni voti. Il sussidio della disoccupazione non risolveva nessun problema. Cosa era successo, dove aveva sbagliato? Un marito affidabile, attento quanto basta, improvvisamente era diventato uno sconosciuto. Le sue riflessioni portavano a una sola conclusione: lui “era impazzito”. La casa costruita con i mattoni del sacrificio non era finita. Per fortuna avevano un tetto sopra la testa e una stanza dove dormire. – Lavoro, quanto mi servi! – Natascia stava per ricominciare a piangere, ma non ce n’era tempo. Aveva bisogno di un impiego, subito! I tentativi durarono giorni. Senza risultati! Il lavoro a scuola di Alessandro e la sua nuova solitudine riducevano le possibilità al minimo. La sera di un altro giorno fallimentare arrivò la telefonata di Romano, il suo compare: – Natascia, allora, non è tornato? – No. – Fare la magazziniera ti va? – Sei serio? – Sì, lo so che ora non hai voglia di scherzare. È con orario flessibile, puoi andare a prendere il figlioccio o fare il doposcuola. Lo stipendio è 1.200 euro. Pochino, ma meglio che niente. Domani vi porto un po’ di patate, cipolle e pollo. – Romano, ho già le galline che ci sfamano, mi fanno le uova! – Allora che ti continuino a sfamare: le tue galline non si toccano. – Grazie. E Galina? – Si tiene: è una roccia. Così era sempre stato: sua moglie Galina aveva subìto una dura operazione e faceva la chemio, ma Romano non si lamentava mai. “Va tutto bene”. Natascia pensò che forse poteva farcela. “Grazie a Dio – pregò – tu sei il più affidabile, vedi tutto e non abbandoni mai. Grazie per il mio compare.” Il lavoro fu facile da apprendere e c’erano momenti per restare sola e riflettere su tutto quello che era successo. I giorni, le settimane, i mesi passarono. Dopo un anno, Natascia si accorse di avere di nuovo appetito, di riuscire a dormire, a ridere, a gioire dei progressi di suo figlio. Il dolore per il tradimento del marito tornava solo quando lui si presentava per portare Alessandro nei weekend. Non gli negava il bambino, il loro rapporto non doveva rendere il figlio infelice. Avrebbe voluto chiedergli in cosa avesse sbagliato, anche se sapeva che non era quello il motivo, ma la passione improvvisa del marito per un’altra donna. Le tornò in mente una frase di un film: “L’amore dura fino alla prima curva, poi comincia la vita vera.” Per lei, amore e vita erano un tutt’uno. Per lui? L’autunno quell’anno sembrava un prolungamento dell’estate: caldo, alberi ancora verdi, voci di bambini in strada, colori di astri e crisantemi in giardino. Il giorno in cui Natascia incrociò lo sguardo di Michele non era diverso dagli altri, forse c’era più sole, la musica alla finestra era più alta, oppure era davvero il destino che aveva deciso di far incontrare due solitudini al momento giusto. – Signorina, la aiuto io. Non può caricarsi così, sa? – Mi sono abituata. – Eh no, una bella donna come lei non dovrebbe abituarsi a portare pesi. – Aiuta tutte le donne belle? Sei di turno davanti al negozio? – Eccome, ‘sto turno l’ho fatto a lungo, finalmente ti ho incontrata. Non si poteva evitare di ridere. E risero forte, di cuore, senza fermarsi. – Michele, – si presentò con la mano tesa e il sorriso negli occhi. – Natascia. – “Natascia, Natascia, la donna d’altri…” conosci la canzone? – No. Ma non sono la donna di nessuno. – Davvero? Che fortuna! Finalmente incontro una donna che sembra uscita da un sogno, e che è libera. Ma sono tutti impazziti, qui intorno, o sono ciechi? – Vedo che il senso dell’umorismo non ti manca. E la serietà? – Anche quella: Natascia, oggi andiamo al cinema insieme, parliamo, ci conosciamo. – Non posso, devo prendere mio figlio dal doposcuola. – Ma non ci credo: hai un figlio?! Avrai sì e no vent’anni, che doposcuola? – Ne ho 35. – Anch’io. Che coincidenza. Ma davvero pensavo fossi giovanissima. – E adesso? – Adesso sto realizzando. Tutti i papà sognano un figlio. E tu, così leggera: non sei sposata, dov’è il padre di tuo figlio? – Preferirei non parlarne ora. – Capito. E non insistiamo. Allora nel weekend. Possiamo andare al cinema per bambini, anche con tuo figlio. – Nel weekend va dal padre. – Non voglio essere invadente. Ma se hai due ore libere, chiamami. Ecco il mio biglietto: pediatra, ematologo pediatrico. – Questo sì che è serio. – E non ho tempo per cercare donne, di solito! – Va bene, Michele. Ti chiamerò, – rispose sinceramente. – Ti aspetto. Che autunno magnifico! Era proprio il loro regalo. I raggi tiepidi del sole mescolavano tra le foglie incredibili sfumature. Giornate limpide che li portarono in tutti i parchi della città. E poi la loro dolcezza, che bucò il dolore e li travolse in una danza d’autunno sotto il fogliame. Si avvicinarono con la delicatezza di chi ha paura di rovinare tutto: Natascia sentì di essere profondamente attratta da quell’uomo speciale. E, quasi un mese e mezzo dopo il primo incontro, si azzardò a proporgli un “tè insieme”. – Natascia, non offenderti: non verrò a casa tua. Per me è importante. Voglio custodire bene ciò che succede ora. Ti fidi? Quel weekend andarono nel parco naturale, Michele affittò una casetta che sembrava un castello. Dentro era calda e accogliente, ma Natascia non vedeva altro che gli occhi scuri dell’uomo che ormai amava, e si perdeva in loro. Non sapeva che la vera intimità tra uomo e donna potesse essere così dolce. – Michele, dove sono? Sembra di morire dal bene che provo. Ti amo. Come ho fatto senza di te? – Sei meravigliosa! Quanto sono felice! Di mese in mese sentivano sempre più forte il bisogno di stare insieme. – Natascia, sposami. – Michele, il mio divorzio è a fine mese. – E subito dopo ti sposo. Così nessuno mi ruba la “mia ragazza”. – Ma la ragazza decide per sé. Non è per chiunque. Ha già il suo uomo. Michele, niente feste: solo la firma e via, portami in quel castello dove sono diventata tua moglie per sempre. – Come vuoi, amore, così sarà. Solo Romano e Galina furono testimoni alle nozze. Mamma e sorella mandarono un telegramma festoso. Si trasferirono nella casa presa da Michele e, insieme, con passione la ristrutturarono: in particolare, la stanza per Alessandro. Il nuovo papà lo aveva già conosciuto, ma Alessandro, per cui la mamma e il papà erano le due metà inseparabili, con fatica accettava Michele. – Natascia, non spaventarti, facciamo controllare il sangue ad Alessandro. È troppo pallido. – Dai, Michele… è solo stress, soffre molto per il divorzio. Dicono che il divorzio per i bambini è peggio della morte di uno dei genitori. – Lo so, donna saggia. Anch’io da bambino ho vissuto il divorzio come una fine del mondo. Ma gli esami li facciamo lo stesso, piccolino? Il giorno dopo Michele tornò a casa con la testa bassa. Natascia capì subito: qualcosa non andava. – Natascia, non agitarti. Nel sangue di Alessandro ci sono delle anomalie. L’intuizione non mi ha tradito. Domani lo porto con me. Sembrava ingiusto. Si deve pagare la felicità con un prezzo così alto? Leucemia. Una parola da brivido. La loro vita cambiò. Natascia chiese un congedo non retribuito, non sapeva come avrebbe supportato Alessandro tra flebo e prelievi. Gli teneva la mano e gli diceva: – Resisti, tesoro! Sei forte! Sei il mio migliore amico! Non ti lascerò mai, resteremo sempre insieme! Quando non ce la faceva più, Michele le ordinava di dormire mentre lui restava con il bambino. Dormire non riusciva, fissava il soffitto. Il suo ex richiese che lei uscisse dalla casa in costruzione. – Al figlio penserò io. Starà a casa sua da me. – Visitalo, piuttosto. – Ora non posso, sono in trasferta. Michele, ascoltando tutto, la tranquillizzò: – Natascia, ce la faremo. Non pensare al passato. – Fa male. Lavoravo, investivo tutto in casa. E ora devo pensare a essere cancellata? – Non pensarci. Ogni pensiero lo dedica ad Alessandro. Io ce la farò. La famiglia è sempre stato il mio sogno. Dio lo sa. Non ci lascerà. – Michele, gli esami? – Continuiamo. I risultati non sono buoni. Natascia piangeva silenziosamente. Alessandro non doveva capire che stava male. – Papà Michele, cosa ho nel sangue? – Vedi, ci sono dei vascelli rossi e bianchi. Si danno battaglia… – Chi vince? – I bianchi, per ora. – E poi? – Aiuta i rossi. – Mamma, mi portate via? Sono stanco. – Natascia, volevo proporlo anch’io. Portiamolo nel nostro castello. Adesso c’è bel tempo, andiamo nel bosco. Si riposa. La primavera fiorì con i suoi colori attorno a loro. Camminavano nel bosco, gioivano di ogni fiore e filo d’erba. Alessandro, però, si concentrava con aria strana: – Cosa c’è, amore, stai male? – Mamma, non parlare. Sto facendo una battaglia navale. La piccola vacanza finì. Il bambino sembrava rinato: più fresco, con le guance colorate. – Mamma, dov’è papà? – In trasferta, amore. – Di nuovo? Vabbè… Rientrando in clinica, rifecero gli esami. La capolaboratorio chiese a Michele: – Michele, dove avete portato il bambino? – Vicino, in una riserva naturale. Perché? – Il sangue è ottimo. È in remissione. Michele fece un salto nella stanza: – Alessandro, che hai fatto? Stai meglio! Non piangere, Natascia. Sta guarendo. Che hai fatto, piccolo? – Papà, ricordi i vascelli? Ad ogni battaglia vincevano sempre quelli rossi.