30 ottobre 2025
Oggi ho finalmente messo in moto il piano che porto dentro da anni: adottare un bambino da un orfanotrofio. Dopo sei lunghi anni di matrimonio con Marco, che ha deciso di andarsene con unaltra, più giovane e più brillante, mi sono resa conto che la mia vita coniugale era diventata un peso insostenibile. Non avevo più energie né voglia di cercare ancora una volta una compagna di vita, nelle gioie e nei dolori. Ho capito che, se dovevo spendere il mio cuore e la mia forza, avrei preferito farlo per chi davvero ne ha bisogno, non per un altro uomo.
Così ho cominciato a muovermi. Ho fatto visita ai servizi sociali, ho raccolto tutta la documentazione necessaria. Il passo più difficile rimaneva: trovare il bambino che sarebbe diventato mio figlio, il prolungamento della mia anima, e donargli tutto il calore che ho accumulato in 38 anni di esistenza.
Non volevo un neonate: temeva di non saper gestire un neonato a causa delletà che mi aveva già tolto la voglia di notte insonni, fasciotti e ninne nanne. Perciò mi sono diretta allorfanotrofio di Via della Scala, sperando di incontrare un ragazzino di trecinque anni, abbastanza grande da farmi ancora compagnia.
Il viaggio in tram verso la stazione di Cadorna mi ha fatto battere il cuore come al primo appuntamento. Non notavo affatto la primavera che, a Milano, si era finalmente svegliata: una luce vivace, un leggero gelo che il sole rendeva scintillante. Il tram cigolava alle curve, io ero persa nei pensieri sul futuro di quel piccolo che ancora non conosceva la sua destinazione.
Attraverso il finestrino vedevo la città che si risvegliava: le auto che scintillavano sotto il sole, la gente che correva da un impegno allaltro. Nessuno di loro sapeva che io, Natalia, stavo viaggiando verso il mio stesso felicità. Mi sono voltata verso il vetro, ma ormai il sorriso era già dipinto sul volto, perché dentro di me già incontravo il figlio che avrei avuto fra pochi minuti.
La fermata si chiamava Orfanotrofio. Appena scesa, davanti a me si ergeva un vecchio palazzo con colonne di intonaco scrostato, quasi mascherate da una vernice verde militare, forse per non farsi notare. Ho bussato, ho spiegato al custode dove volevo andare, e lui mi ha indicato la porta dellufficio della direttrice.
Lì mi sono presentata a una donna quasi anziana, avvolta in una vecchia maglia di lana piena di pallini. La direttrice, dallaspetto provinciale e un po trasandato, però con gli occhi che tradivano una vita vissuta con dignità, mi ha guardato come se già sapesse chi ero. Dopo poche parole, perché la mattina stessa avevamo parlato al telefono, ha detto:
Allora, andiamo a scegliere?
Ha alzato in piedi la sua sedia, ed io lho seguita. Nel lungo corridoio dalle pareti blu scuro, mi ha detto alle spalle:
Il gruppo più piccolo è in gioco, andiamo anche noi dentro.
Spingendo la porta, siamo entrate in una stanza dove un tappeto colorato copriva il pavimento. Quindici bambini bambine e bambini correvano intorno a scaffali pieni di giochi. Uneducatrice sedeva al tavolo vicino alla finestra, scrivendo qualcosa e alzando di tanto in tanto lo sguardo per tenere docchio la confusione.
Appena noi adulti siamo entrate, i piccoli si sono avvicinati in massa, abbracciandoci le ginocchia, sollevando la testa e gridando come gabbiani:
È la mia mamma! Vieni qui!
No, è la mamma di tutti! Lho vista nei sogni!
Prendimi! Sono la tua bambina!
La direttrice accarezzava distrattamente i capelli dei bimbi, sussurrandomi brevi descrizioni su ognuno. Io, però, ero ormai confusa: dovevo scegliere tutti, perché dentro di me sentivo il desiderio di abbracciare ogni bambino.
Il mio sguardo si è fermato su un ragazzino seduto su una sedia piccola vicino alla finestra, che non si avvicinava a noi ma guardava fuori, forse osservando il riflesso della città. Ho sentito un impulso irresistibile e mi sono avvicinata, posando la mano sul suo capo.
Sotto il palmo, i suoi occhi piccolissimi e leggermente inclinati, di un colore indefinito, scrutavano il mio volto, incorniciati da zigomi alti, un naso largo e sopracciglia appena accennate. Non somigliava per niente al bambino che avevo immaginato; sembrava quasi la prova che la vita fosse diversa da come la dipingo nella mia mente. E, come a confermare la mia intuizione, il piccolo ha parlato:
Non mi sceglierai comunque.
Il suo sguardo affamato si è rivolto a me, quasi chiedendo qualcosaltro.
Perché pensi così, piccolo? ho chiesto, senza togliere la mano dalla sua testa.
Perché sono sempre col naso che cola e mi ammalo spesso. Ho anche una sorellina, Lellina, nella classe dei più piccoli. Ogni giorno corro da lei e le accarezzo la testa per ricordarle che ha un fratello maggiore. Io mi chiamo Vittorio, e senza Lellina non vado da nessuna parte…
Un piccolo naso ha cominciato a colare, segno del suo nervosismo.
In quel momento ho capito che tutta la mia vita avevo atteso di incontrare quellinfante con il naso che cola, con la sorella che non avevo mai visto ma che già amavo. Questincontro è stato il segnale che il mio cuore, dopo decenni di attese vuote, ha finalmente trovato il suo ritmo.






