Nel vecchio villino aleggiava il profumo dei profumi francesi e dell’assenza d’amore. La piccola Lisa conosceva una sola carezza calda: le mani della domestica Ninetta. Ma un giorno, spariti i soldi dalla cassaforte, anche quelle mani svanirono per sempre. Sono passati vent’anni. Ora Lisa è lei stessa sulla soglia di una casa — con un bambino in braccio e una verità che brucia in gola… *** L’impasto profumava di casa. Non di quella casa con la scala di marmo e il lampadario di cristallo a tre piani in cui Lisa aveva trascorso l’infanzia. No — di una casa vera. Quella che aveva immaginato da bambina, seduta su uno sgabello in una grande cucina ad osservare le mani di Ninetta, arrossate dall’acqua, che impastavano con forza la pasta. — Ma perché la pasta è viva? — chiedeva la Lisa di cinque anni. — Perché respira, — rispondeva Ninetta senza smettere di lavorare. — Vedi come si gonfia? È contenta, che presto andrà nel forno. Strano, vero? Essere felici per il fuoco. Allora Lisa non capiva. Ora sì. Stava sul ciglio di una strada sterrata dissestata, stringendo a sé il piccolo Mattia di quattro anni. L’autobus era ripartito, buttandoli giù nel grigiore del crepuscolo di febbraio, e intorno non c’era altro che silenzio: quel silenzio particolare di campagna, dove si sente il cigolio della neve sotto i passi a tre case di distanza. Mattia non piangeva. Aveva quasi smesso di piangere negli ultimi sei mesi — aveva imparato. Guardava solo con i suoi occhi scuri, seri da adulto, e Lisa ogni volta sussultava: erano gli occhi di Stefano. Il suo mento. Il suo silenzio — quello dietro cui si nascondeva sempre qualcosa. Non pensare a lui. Non ora. — Mamma, ho freddo. — Lo so, piccolo. Ora troviamo… Non conosceva l’indirizzo. Non sapeva nemmeno se Ninetta fosse ancora viva — erano passati vent’anni, una vita. Tutto quello che ricordava: «Borgo Pini, provincia di Siena». E il profumo di quell’impasto. E il calore di quelle mani, uniche fra tutte le mani di quella grande casa che l’avevano accarezzata sulla testa senza motivo, solo per affetto. La strada passava accanto a recinti storti. Qua e là c’era una luce nelle finestre — gialla, fioca, ma viva. Lisa si fermò davanti all’ultima casetta, solo perché le gambe non la reggevano più e Mattia era ormai troppo pesante. Il cancelletto cigolò. Due gradini del portico coperti di neve. La porta — vecchia, screpolata, la vernice scrostata. Bussò. Silenzio. Poi — passi trascinati. Il rumore del chiavistello che si sposta. E una voce — roca, invecchiata, ma così familiare che a Lisa mancò il fiato: — Chi è che gira a quest’ora di buio? La porta si aprì. Sulla soglia c’era una vecchina minuta, una maglia di lana sopra la camicia da notte. Il viso — come una mela al forno, pieno di rughe. Ma gli occhi — sempre quelli. Scoloriti, azzurri, ancora vivi. — Ninetta… La donna rimase immobile. Poi lentamente sollevò una mano — proprio quella, segnata dal lavoro, con le dita nodose — e sfiorò la guancia di Lisa. — Santo cielo… Lisetta? A Lisa cedettero le ginocchia. Rimase lì, stringendo a sé il figlio, incapace di dire una parola — solo le lacrime calde che scendevano sulle guance gelate. Ninetta non chiese nulla. Né «da dove?», né «perché?», né «che è successo?». Semplicemente prese il vecchio cappotto appeso vicino alla porta e lo posò sulle spalle di Lisa. Poi prese Mattia — lui nemmeno si mosse, la fissava solo coi suoi occhi scuri — e lo abbracciò. — Ecco, sei a casa, rondinella, — disse. — Entra. Entra, cara. *** Vent’anni. Bastano per costruire un impero e distruggerlo. Per dimenticare la propria lingua. Per seppellire i genitori — anche se quelli di Lisa erano ancora vivi, solo che erano diventati estranei, come mobili in un appartamento in affitto. Da bambina pensava che la loro casa fosse il mondo intero. Quattro piani di felicità: il salotto col camino, lo studio del padre che odorava di sigari e severità, la camera della mamma con le tende di velluto, e — laggiù, in seminterrato — la cucina. Il suo regno. Il regno di Ninetta. — Lisetta, qui non ti devi fermare, — la riprendevano tate e governanti. — Devi salire, dalla mamma. Ma sopra la mamma era sempre al telefono. Sempre. Con le amiche, con i soci, con gli amanti — queste cose Lisa allora non le capiva, ma sentiva che qualcosa non andava. Qualcosa di sbagliato nel modo in cui la mamma rideva al telefono e subito le si spegneva il viso quando entrava il papà. In cucina invece era tutto giusto. Lì Ninetta le insegnava a fare i tortellini — storti, con le punte sporgenti. Lì aspettavano insieme che l’impasto crescesse — «Zitta, Lisetta, non fare rumore, sennò si offende e si sgonfia». Lì, quando di sopra cominciavano a urlare, Ninetta la prendeva sulle ginocchia e cantava — una canzone semplice, contadina, quasi senza parole, solo con la voce. — Ninè, tu sei la mia mamma? — le chiese una volta Lisa, sei anni. — Cosa dici, signorina. Sono solo la serva. — Ma perché io ti voglio più bene che alla mamma? Ninetta allora tacque. A lungo. Accarezzava Lisa tra i capelli e poi disse piano, quasi sussurrando: — L’amore non chiede permesso. Arriva e basta. Anche alla mamma vuoi bene, solo in modo diverso. Lisa non voleva bene. Lo sapeva già allora — con spaventosa chiarezza infantile. La mamma era bella, importante, le comprava i vestiti e la portava a Parigi. Ma non si sedeva mai vicino a lei quando Lisa era malata. Quello lo faceva Ninetta — di notte, tenendole la mano fresca sulla fronte. Poi venne quella sera. *** — Ottantamila euro, — sentì Lisa dalla porta socchiusa. — Dalla cassaforte. Sono sicura di averli messi lì. — Forse li hai già spesi e hai dimenticato? — Giulio! La voce del padre — stanca, spenta, come tutto in lui negli ultimi anni: — Va bene, va bene. Chi aveva accesso? — Ninetta, per le pulizie nello studio. Sa il codice — gliel’ho detto io, per spolverare. Pausa. Lisa era nel corridoio, appoggiata al muro, e sentiva che qualcosa dentro di lei — qualcosa di importante — si stava spezzando. — Sua madre ha il tumore, — disse il padre. — Le cure costano care. Un mese fa ha chiesto l’anticipo. — Non gliel’ho dato. — Perché? — Perché è una serva, Giulio. Se a tutte le serve dobbiamo dare soldi per la mamma, il papà, il fratello… — Marina. — Cosa, Marina? Vedi anche tu. Le servivano i soldi, aveva accesso… — Non lo sappiamo di preciso. — Vuoi denunciare? Lo scandalo? Che si sappia che qui dentro rubano? Ancora silenzio. Lisa chiuse gli occhi. Aveva nove anni — abbastanza da capire, troppo pochi per cambiare qualcosa. La mattina dopo Ninetta fece la valigia. Lisa la osservava da dietro la porta — piccola, col pigiamino degli orsetti, scalza sul pavimento freddo. Ninetta metteva nella borsa le sue poche cose: una vestaglia, le pantofole, un’icona di San Nicola che teneva sempre sul comodino. — Ninè… Si voltò. Il viso — calmo, solo gli occhi rossi e gonfi. — Lisetta. Non dormi ancora? — Vai via? — Sì, piccola. Devo andare da mamma. È malata. — E io? Ninetta si abbassò sulle ginocchia fino ad avere i suoi occhi alla stessa altezza. Profumava ancora di pasta — sempre, anche quando non cucinava. — Tu crescerai, Lisetta. Diventerai una brava persona. E magari un giorno verrai a trovarmi. A Borgo Pini. Te lo ricordi? — Borgo Pini. — Brava. Le diede un bacio in fronte — veloce, quasi di nascosto — e se ne andò. La porta si chiuse. Scattò la serratura. E quel profumo — di pasta, di calore, di casa — scomparve per sempre. *** La casa di Ninetta era minuscola. Una stanza, la stufa all’angolo, il tavolo ricoperto di cerata, due letti dietro una tenda a fiori. Sulla parete — la stessa icona di San Nicola, annerita dal tempo e dal fumo della lampada. Ninetta trafficava — metteva a bollire il tè, prendeva una marmellata dalla cantina, preparava il letto a Mattia. — Siediti, siediti, Lisetta. Ai piedi non si dice la verità. Ti scaldi, poi parliamo. Ma Lisa non poteva sedersi. Rimase in piedi, nel mezzo di quella casetta povera, misera — lei, figlia di quelli che un tempo avevano posseduto una villa di quattro piani — e sentiva una cosa strana. Pace. Per la prima volta dopo tanti anni — vera pace. Come se qualcosa dentro, teso da anni fino a far male, finalmente si allentasse. — Ninetta, — disse con la voce tremante. — Ninetta, perdonami. — Di cosa, piccola? — Per non averti difesa allora. Per aver taciuto vent’anni. Perché… Si fermò. Come spiegarlo? Mattia dormiva già profondamente. Ninetta era seduta di fronte, teneva in mano una tazza di tè e attendeva. E Lisa raccontò. Di come, dopo la partenza di Ninetta, la casa era diventata del tutto straniera. Di come i genitori, due anni dopo, avessero divorziato quando si era scoperto che gli affari del padre erano solo una bolla scoppiata nella crisi, lasciando la famiglia senza casa, senza auto, senza villetta. La madre si era trasferita col nuovo marito in Germania, il padre aveva cominciato a bere ed era morto in un monolocale mentre Lisa aveva ventitré anni. E Lisa era rimasta sola. — Poi è arrivato Stefano, — continuò fissando il tavolo. — Ci conoscevamo dalle elementari. Veniva a casa nostra, te lo ricordi? Magro, spettinato. Sempre con le mani nella scatola dei cioccolatini. Ninetta annuì. — Me lo ricordo. — Ho pensato — finalmente. Una famiglia. Una mia famiglia. — Lisa sorrise amaro. — E invece… Giocatore, Ninetta. Carte, slot, tutto. Non lo sapevo. Lo nascondeva. Quando l’ho scoperto era già tardi. Debiti. Usurai. Mattia… Tacque. La stufa crepitava. La lampada davanti all’icona tremolava, gettando ombre sulla parete. — Quando ho detto che chiedevo il divorzio, lui… — Lisa deglutì. — Pensava di salvarsi con la verità. Che avrei perdonato. Che avrei apprezzato la sua onestà. — La verità su cosa, piccola? Lisa alzò gli occhi. — È stato lui a rubare allora. Quei soldi. Dalla cassaforte. Sapeva il codice — l’aveva visto quando era nostro ospite. Gli servivano… Nemmeno ricordo, ormai. Beh, per le sue scommesse. E la colpa è ricaduta su di te. Silenzio. Ninetta rimase immobile. Il viso — impassibile. Solo le mani sulla tazza erano bianche dalla pressione. — Ninetta, perdonami. Se puoi. L’ho saputo solo una settimana fa. Non lo sapevo, io… — Zitta. Ninetta si alzò. Lentamente si avvicinò a Lisa. E come vent’anni prima si piegò sulle ginocchia, con fatica, finché i loro occhi furono allo stesso livello. — Tesoro mio. Tu che colpa hai? — Ma tua madre… Avevi bisogno dei soldi per le cure… — Mamma è mancata un anno dopo. Pace all’anima sua. — Ninetta si fece il segno della croce. — E io? Vivo. Ho l’orto, una capretta. Ho vicini bravi. Non mi serve tanto. — Ma ti hanno cacciata! Da ladra! — Ma non succede così, che attraverso una menzogna Dio ti porta dove devi? — Ninetta parlava piano, quasi sussurrando. — Se non mi avessero cacciata, forse non avrei fatto in tempo a vedere mamma ancora in vita. Invece mi sono goduta un anno con lei. Il più importante. Lisa taceva. Dentro di lei bruciava qualcosa — vergogna, dolore, amore, gratitudine — tutto insieme, tutto mescolato. — Ero arrabbiata? — continuò Ninetta. — Sì, tanto. Una rabbia che stringeva il cuore. Mai preso un soldo non mio, in tutta la mia vita. E lì, cacciata come una ladra. Ma poi… poi ho lasciato andare. Non subito. Ci sono voluti anni. Ma è passato. Perché se ti tieni dentro il rancore — ti divora. E io volevo vivere. Prese le mani di Lisa tra le sue — fredde, ruvide, nodose. — Sei arrivata. Con il tuo bambino. Da me, vecchia, in questa catapecchia. Vuol dire che mi ricordavi. Vuol dire che mi volevi bene. E questo quanto vale? Più di tutte le casseforti. Lisa pianse. Non come piangono i grandi, in silenzio, di nascosto. Ma come si piange da bambini — a singhiozzi, affondando il volto sulla spalla magra di Ninetta. *** Il mattino dopo Lisa fu svegliata da un profumo. Impasto. Aprì gli occhi. Vicino a lei dormiva Mattia, abbandonato nel sonno. Dietro la tenda di cotone, Ninetta trafficava — spostava cose, sfregava carta. — Ninè? — Sei sveglia? Alzati, rondinella, che i panzerotti si raffreddano. Panzerotti. Lisa si alzò — ancora come in sogno. Sul tavolo, sopra un vecchio giornale, c’erano loro — dorati, storti, con la chiusura come ai vecchi tempi. E profumavano… di casa. — Pensavo… — disse Ninetta, versandole il tè in una tazza sbeccata, — ti servirebbe un lavoro. Alla biblioteca in paese cercano aiuto. Pagano poco, ma qui le spese sono niente. Mattia lo mandiamo all’asilo, c’è la Signora Valentina che è la direttrice, una brava donna. E poi si vedrà. Lo diceva con naturalezza, come se tutto fosse già deciso e ovvio. — Ninetta, — Lisa si bloccò. — Io per te… sono nessuno. Sono passati tanti anni. Perché… — Perché cosa? — Perché mi hai accolto? Senza domande? Così, senza altro? Ninetta la fissò — quello sguardo che Lisa ricordava dall’infanzia. Limpido, saggio, buono. — Ti ricordi quando mi chiedevi perché la pasta è viva? — Perché respira. — Ecco. Come l’amore. Respira e basta. Non si licenzia, non si caccia. Abita dove vuole lei. Che tu aspetti vent’anni, o trenta. Posò un panzerotto davanti a Lisa — caldo, morbido, con il ripieno di mele. — Mangia, dai. Sei tutta pelle e ossa, signorina. Lisa ne morse uno. E, per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise. Fuori l’alba avanzava. La neve scintillava alla luce del primo sole e il mondo — quel mondo grande, difficile, ingiusto — sembrava per un attimo semplice e buono. Come i panzerotti di Ninetta. Come le sue mani. Come l’amore che non si può licenziare. Mattia uscì da dietro la tenda, stropicciandosi gli occhi. — Mamma, che buon profumo. — Li ha fatti la nonna Ninetta. — Non-na? — assaggiò la parola, fissò Ninetta. Lei gli sorrise — le rughe corsero sul viso, gli occhi si accesero. — Nonna, nonna. Siediti qui vicino, che mangiamo insieme. E lui si sedette. E mangiò. E per la prima volta in sei mesi — rise, quando Ninetta gli fece vedere come modellare omini di pasta. E Lisa li guardava — il suo bambino e la donna che aveva considerato una mamma — e capiva: questa è casa. Non muri, né marmi, né lampadari. Solo mani calde. Solo il profumo del pane. Solo amore — semplice, silenzioso, terreno. Amore che non si paga. Che non si compra. Che semplicemente c’è — e ci sarà, finché batte anche un solo cuore. Strana cosa, la memoria del cuore. Dimentichiamo date, facce, anni interi, ma il profumo dei panzerotti della mamma lo portiamo fino all’ultimo respiro. Forse perché l’amore non abita nella testa. Sta in un luogo più profondo, dove non arrivano né le offese né il tempo. E a volte bisogna perdere tutto — posizione, soldi, orgoglio — per ritrovare la strada di casa. Da quelle mani che aspettano.

Nella villa aleggiava un odore di profumo francese e di mancanza damore. La piccola Beatrice conosceva un solo paio di mani calde: quelle della domestica, Nunzia. Ma un giorno dal cassaforte sparirono dei soldi, e quelle mani svanirono per sempre. Ventanni dopo, Beatrice si ritrova a bussare a una porta con il figlioletto in braccio e una verità che le brucia in gola

***

Limpasto profumava di casa.

Non quella casa con la scala di marmo e il lampadario di cristallo a tre livelli dove Beatrice aveva trascorso linfanzia. No, una casa vera. Quella che aveva inventato nella sua fantasia, seduta sullo sgabello della grande cucina a osservare le mani di Nunzia, rosse dacqua, che lavoravano la pagnotta elastica.

Ma perché limpasto è vivo? domandava Beatrice, che aveva solo cinque anni.

Perché respira, rispondeva Nunzia, senza sollevare la testa. Vedi come fa le bolle? È contento, sa che presto andrà in forno. Strano, vero? Essere felici dandare tra le fiamme.

Allora Beatrice non capiva. Ora sì.

Si trovava sul ciglio di una vecchia strada di campagna, stringendosi al petto il piccolo Mattia, quattro anni. Lautobus era già ripartito, lasciandoli immersi nel silenzio tipico dei paesi: quello dove si sente anche il crepitio della neve sotto i passi sconosciuti a tre case di distanza.

Mattia non piangeva. Negli ultimi sei mesi aveva quasi smesso di farlo: aveva imparato. La fissava con i suoi occhi scuri, seri per la sua età, e Beatrice sobbalzava ogni volta erano gli occhi di Sandro. Il suo mento. Quel suo silenzio che nascondeva sempre qualcosa.

Non pensarci. Non ora.

Mamma, ho freddo.

Lo so, piccolo. Adesso troviamo dove andare.

Non sapeva lindirizzo. Non sapeva neppure se Nunzia fosse viva erano passati ventanni. Tutto ciò che aveva nella memoria era: Borgo dei Pini, provincia di Siena. E lodore di quellimpasto. E il calore di quelle mani, le uniche che avevano mai accarezzato la sua testa senza motivo, solo per affetto.

La strada fiancheggiava staccionate storte. Qua e là qualche finestra illuminata luce gialla, soffusa, ma viva. Beatrice si fermò davanti allultima casetta, semplicemente perché non aveva più forza e Mattia stava diventando pesante.

La cancellata cigolò. Due gradini coperti di neve portavano alla porta, vecchia e sverniciata.

Bussò.

Silenzio.

Poi, passi strisciati e un chiavistello che veniva tirato. Una voce rauca, invecchiata, ma così riconoscibile che a Beatrice mancò il fiato:

Chi va in giro a questora?

La porta si aprì.

Sulluscio comparve una vecchina minuta con un cardigan sopra la camicia da notte. Il viso raggrinzito, come una mela cotta, incorniciato da mille rughe. Ma gli occhi quegli occhi azzurri, sbiaditi ma ancora vivissimi.

Nunzia…

La vecchia si immobilizzò. Poi, lentamente, sollevò una mano stanca, dalle venature gonfie, e accarezzò la guancia di Beatrice.

Santo cielo Beatricina?

Le gambe di Beatrice cedettero. Stava lì, stringendo il figlio e incapace di dire una parola solo le lacrime le correvano calde sulle guance gelate.

Nunzia non chiese nulla. Nessun da dove?, nessun perché?, nessun cosa è successo?. Semplicemente tolse dallattaccapanni il cappotto sformato, lo poggiò sulle spalle di Beatrice. Poi prese in braccio Mattia, che non si mosse, fissandola con i suoi occhi grandi, e lo strinse a sé.

Eccoti a casa, rondinella, disse. Vieni, vieni entra.

***

Ventanni.

In quel tempo cè spazio per costruire imperi e distruggerli. Per dimenticare la lingua madre. Per seppellire i genitori anche se quelli di Beatrice erano ancora vivi, semplicemente estranei come un vecchio mobile.

Da bambina pensava che casa loro fosse il mondo intero. Quattro piani di felicità: il salone con il camino, lo studio del padre che sapeva di fumo e severità, la camera della madre con le tende di velluto. E poi, nel seminterrato, la cucina: il regno di Nunzia.

Beatricina, qui no, ripetevano tate e governanti, cercando di mandarla di sopra dalla mamma.

Ma la mamma era sempre al telefono. Sempre. Con le amiche, i soci, gli amanti allora non capiva, ma sentiva che qualcosa non andava. Qualcosa di sbagliato nel sorriso artificiale di mamma e limprovviso spegnersi del suo viso appena entrava il papà.

Ma in cucina tutto era giusto. Lì Nunzia le insegnava a fare i ravioli storti, deformati, con i bordi sbilenchi. Lì aspettavano insieme che lievitasse limpasto Zitta, Beatricina, non fare rumore o si offende. Lì, quando in alto urlavano, Nunzia la faceva sedere sulle ginocchia e le cantava canzoni antiche e semplici, quasi senza parole.

Nunzia, sei la mia mamma? chiese Beatrice una volta, a sei anni.

Ma dai, signorinella. Solo domestica sono

Allora perché ti voglio più bene che alla mamma?

Nunzia rimase in silenzio, lisciandole i capelli. Poi sussurrò piano:

Lamore non domanda permesso. Arriva e basta. Anche tua mamma la vuoi bene, solo in modo diverso.

Beatrice sapeva che non era vero. Lo sentiva con una lucidità inquietante per una bambina. La mamma era bella, importante, le comprava vestiti e la portava a Parigi. Ma quando era malata, la mamma non sedeva mai accanto a lei: lo faceva solo Nunzia, con una mano fresca sulla fronte, nelle notti lunghe.

Poi arrivò quella sera.

***

Ottantamila euro, sentì Beatrice, dietro la porta semiaperta. Dal cassaforte. Ricordo bene che li avevo messi.

Magari li hai spesi e poi te lo sei dimenticata

Giulio!

La voce del padre stanca, opaca, come tutto ciò che lo riguardava ultimamente:

Va bene, va bene. Chi aveva accesso?

Nunzia ha pulito nello studio. Il codice lo sa, glielavevo detto io, per la polvere

Pausa. Beatrice, in corridoio, sentiva dentro qualcosa lacerarsi.

Sua madre ha un tumore, disse il padre. Serve una cura cara. Mese scorso aveva chiesto un anticipo.

Non glielho dato.

Perché?

È una domestica, Giulio. Se diamo a ogni domestica per la mamma, il papà, il fratello

Anna.

Cosa cè, Anna? Lhai visto anche tu. Le servivano i soldi, aveva accesso

Non è certo che sia stata lei.

Vuoi chiamare la polizia? Lo scandalo? Far sapere a tutti che si ruba in casa nostra?

Di nuovo silenzio. Beatrice chiuse gli occhi. Aveva nove anni: quanto bastava per capire, troppo piccola per cambiare le cose.

La mattina dopo, Nunzia preparava la valigia.

Beatrice la spiava da dietro la porta, piccola, col pigiamino e scalza sul pavimento freddo. Nunzia metteva nella sacca logora le sue poche cose: la vestaglia, le ciabatte, licona di San Nicola che aveva sempre sul comodino.

Nunzia

Si voltò. Il viso sereno, ma gli occhi gonfi e rossi.

Beatricina. Perché non dormi?

Te ne vai?

Sì, piccola. Da mia mamma. Sta male.

E io?

Nunzia si abbassò a guardarla negli occhi. Profumava dimpasto sempre, anche senza cucinare.

Crescerai, Beatricina. Sarai una brava persona. E magari, un giorno, verrai a trovarmi. Al Borgo dei Pini. Lo ricordi?

Borgo dei Pini.

Brava.

Un bacio rapido sulla fronte furtivo, quasi rubato e via.

Si chiuse la porta. Scattò la serratura. E quellodore di impasto, di calore, di casa svanì per sempre.

***

La casetta era minuscola.

Una stanza sola, la stufa in un angolo, il tavolo con la cerata, due letti separati da una tendina a fiori. Sul muro, la stessa icona di San Nicola, annerita dal tempo e dalla candela.

Nunzia si dava da fare metteva il bollitore sul fuoco, tirava fuori una marmellata dalla cantina, sistemava il lettino per Mattia.

Siediti, Beatricina. Le gambe non portano verità. Scaldati, poi parliamo.

Ma Beatrice non riusciva a stare seduta. Stava in piedi in quella misera casetta lei, figlia di chi aveva posseduto una villa a quattro piani ma sentiva una strana quiete.

Serenità.

La prima, dopo tanti anni. Come se qualcosa dentro lei, teso da anni fino a spezzarsi, finalmente si fosse rilassato.

Nunzia, disse, con la voce incrinata. Nunzia, perdonami.

Perché mai, bella?

Per non averti difeso. Per aver taciuto ventanni. Per aver

Si interruppe. Come spiegare? Come dire tutto?

Mattia già dormiva caduto in un sonno profondo, appena toccato il cuscino. Nunzia sedeva di fronte a lei, con una tazza di tè, in attesa.

E Beatrice raccontò.

Di come, dopo la partenza di Nunzia, la casa fosse diventata estranea. Di come la madre e il padre, dopo due anni, si fossero separati quando si era scoperto che limpresa del padre era tutta fumo, crollata nella crisi, portandosi via appartamento, auto, e villa in campagna. Di come la madre fosse scappata col nuovo marito in Germania, mentre il padre si era abbandonato allalcol ed era morto in affitto, quando Beatrice aveva ventitré anni. Di come si fosse trovata sola.

Poi è arrivato Sandro, disse, fissando il tavolo. Lo conoscevo dalle elementari. Veniva a casa nostra, ti ricordi? Magro, spettinato sempre a rubare caramelle dal vaso.

Nunzia annuì.

Me lo ricordo, il ragazzino.

Pensavo daver trovato la mia famiglia. Quella vera. Un sorriso amaro. E invece è un giocatore, Nunzia. Ai videopoker, alle carte, tutto. Non lo sapevo. Metteva tutto a tacere. Quando ho scoperto era già troppo tardi. Debiti. Usurai. Mattia

Si interruppe. Dal camino proveniva il crepitio della legna. La lampada davanti allicona tremolava, proiettando unombra lunga sulla parete.

Quando ho detto che chiedevamo il divorzio lui Beatrice inghiottì a fatica. Ha voluto confessare. Pensava che lavrei perdonato. Che avrei apprezzato la sua sincerità.

Confessare cosa, bella?

Beatrice la guardò negli occhi.

Fu lui a rubare allora. Quei soldi nel cassaforte. Sapeva il codice lo aveva visto quando veniva da noi. Gli servivano nemmeno ricordo perché. Solite sue cose E ti diedero la colpa.

Silenzio.

Nunzia restava immobile. Il volto imperturbabile. Solo le mani, strette sulla tazza, diventate bianche alle nocche.

Nunzia, scusami. Se puoi. Lho scoperto solo una settimana fa. Non sapevo nulla, io

Ssshhh.

Nunzia si alzò. Si avvicinò lenta a Beatrice. Poi, come ventanni prima, si inginocchiò con fatica, col corpo dolorante per guardarla dritta negli occhi.

Tesoro mio. E tu che colpa ne hai?

Ma tua madre Ti servivano i soldi per curarla

È mancata lanno dopo. Che il Cielo labbia in gloria. Nunzia si fece il segno della croce. E io che devo dire? Ho lorto, una capretta. Vicini buoni. Non mi serve altro.

Ti hanno scacciata! Da ladra!

A volte dal male il Signore ti porta al bene. Nunzia parlava piano, quasi sussurrando. Se non mi avessero cacciata, forse non lavrei vista viva mia madre. Invece le sono stata accanto per un anno. Lanno più importante.

Beatrice rimase zitta. Nel petto un miscuglio di vergogna, dolore, amore e gratitudine.

Mi sono arrabbiata? Certo che sì. Ho sofferto tanto. Non ho mai preso un centesimo in vita mia. E invece… trattata come un ladro. Poi però col tempo, passa. Non subito, no. Passano gli anni. E smette di far male. Perché se ti porti dentro il rancore, finisce che ti mangia il cuore. E io, io volevo vivere.

Prese le mani di Beatrice tra le proprie fredde, rovinate, nodose.

Sei tornata. Con tuo figlio. Da me, vecchia, in questa catapecchia. Volevi dire che mi pensavi. Che mi volevi bene. E questa, lo sai, vale più di tutti i cassaforti del mondo.

Beatrice si mise a piangere. Non come fanno gli adulti con pudore e in silenzio ma come un tempo: singhiozzando nel magro collo di Nunzia.

***

La mattina dopo, Beatrice fu svegliata da un profumo.

Impasto.

Aprì gli occhi. Accanto, Mattia russava, sparpagliato sul cuscino. Oltre la tendina a fiori, Nunzia trafficava silenziosa, spostando oggetti e carte.

Nunzia?

Già sveglia? Alzati, rondinella, i panzerotti si raffreddano.

Panzerotti.

Beatrice si alzò e, ancora tra sogno e realtà, uscì dalla tenda. Sul tavolo, su un vecchio giornale, ce nerano diversi dorati, storti, bordi irregolari, proprio come quelli dellinfanzia. E profumavano di casa.

Pensavo, disse Nunzia versandole il tè in una tazza sbeccata, che un lavoretto in biblioteca al capoluogo lo troveresti. Pagano poco, ma qui servono pochi soldi. Mattia si può iscrivere allasilo, la preside è la signora Valentina, una brava donna. Poi vedremo.

Lo diceva con naturalezza, come se tutto fosse già deciso, normale.

Nunzia, Beatrice si bloccò. Io io non sono nulla per te. Sono passati tanti anni. Perché tu?

Perché cosa?

Perché mi hai accolta? Senza domande, senza esitare?

Nunzia la guardò con lo stesso sguardo che Beatrice ricordava da bambina. Trasparente, saggio, buono.

Ti ricordi di quando mi chiedevi perché limpasto è vivo?

Perché respira.

Ecco. Anche lamore. Respira. Non si licenzia, non si scaccia. Si sistema dove vuole, e ci sta. Anche ventanni, anche trenta.

Pose davanti a Beatrice un panzerotto ancora caldo, col ripieno di mele.

Mangia. Sei diventata magrolina, signorinella.

Beatrice ne assaggiò uno. E, per la prima volta da tantissimi anni, sorrise.

Fuori albeggiava. La neve brillava alla luce nuova, e il mondo grande, difficile, ingiusto sembrava per un attimo semplice e buono. Come i panzerotti di Nunzia. Come le sue mani. Come quellamore che nessuno può licenziare.

Mattia uscì dalla tendina, strofinandosi gli occhi.

Mamma, che buon profumo!

Li ha fatti nonna Nunzia.

Non-na? provò la parola con la bocca, guardò Nunzia. Lei gli sorrise, e le rughe le si allargarono tenere sul volto, mentre gli occhi si accendevano.

Nonna, nonna. Vieni qui, gioia. Mangiamo insieme.

E lui si sedette, iniziò a mangiare. E per la prima volta da sei mesi, rise, quando Nunzia gli mostrò come modellare omini buffi con limpasto.

Beatrice li osservava suo figlio e la donna che aveva creduto sua madre e capiva: eccola, la casa. Non sono muri, marmi, lampadari. Sono solo mani calde. Solo profumo di impasto. Solo amore quieto, vero, semplice.

Amore che non si compra, non si paga. Che esiste, semplicemente, finché cè almeno un cuore che batte.

Strana, la memoria del cuore. Dimentichiamo date, volti, anni interi, ma il profumo delle focacce di mamma lo ricordiamo fino allultimo respiro. Forse perché lamore non abita nella testa, ma più in fondo, dove non arrivano né rancori né il tempo. E a volte bisogna perdere tutto posizione, soldi, orgoglio per ricordare la via di casa. Verso quelle mani che aspettano.

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Nel vecchio villino aleggiava il profumo dei profumi francesi e dell’assenza d’amore. La piccola Lisa conosceva una sola carezza calda: le mani della domestica Ninetta. Ma un giorno, spariti i soldi dalla cassaforte, anche quelle mani svanirono per sempre. Sono passati vent’anni. Ora Lisa è lei stessa sulla soglia di una casa — con un bambino in braccio e una verità che brucia in gola… *** L’impasto profumava di casa. Non di quella casa con la scala di marmo e il lampadario di cristallo a tre piani in cui Lisa aveva trascorso l’infanzia. No — di una casa vera. Quella che aveva immaginato da bambina, seduta su uno sgabello in una grande cucina ad osservare le mani di Ninetta, arrossate dall’acqua, che impastavano con forza la pasta. — Ma perché la pasta è viva? — chiedeva la Lisa di cinque anni. — Perché respira, — rispondeva Ninetta senza smettere di lavorare. — Vedi come si gonfia? È contenta, che presto andrà nel forno. Strano, vero? Essere felici per il fuoco. Allora Lisa non capiva. Ora sì. Stava sul ciglio di una strada sterrata dissestata, stringendo a sé il piccolo Mattia di quattro anni. L’autobus era ripartito, buttandoli giù nel grigiore del crepuscolo di febbraio, e intorno non c’era altro che silenzio: quel silenzio particolare di campagna, dove si sente il cigolio della neve sotto i passi a tre case di distanza. Mattia non piangeva. Aveva quasi smesso di piangere negli ultimi sei mesi — aveva imparato. Guardava solo con i suoi occhi scuri, seri da adulto, e Lisa ogni volta sussultava: erano gli occhi di Stefano. Il suo mento. Il suo silenzio — quello dietro cui si nascondeva sempre qualcosa. Non pensare a lui. Non ora. — Mamma, ho freddo. — Lo so, piccolo. Ora troviamo… Non conosceva l’indirizzo. Non sapeva nemmeno se Ninetta fosse ancora viva — erano passati vent’anni, una vita. Tutto quello che ricordava: «Borgo Pini, provincia di Siena». E il profumo di quell’impasto. E il calore di quelle mani, uniche fra tutte le mani di quella grande casa che l’avevano accarezzata sulla testa senza motivo, solo per affetto. La strada passava accanto a recinti storti. Qua e là c’era una luce nelle finestre — gialla, fioca, ma viva. Lisa si fermò davanti all’ultima casetta, solo perché le gambe non la reggevano più e Mattia era ormai troppo pesante. Il cancelletto cigolò. Due gradini del portico coperti di neve. La porta — vecchia, screpolata, la vernice scrostata. Bussò. Silenzio. Poi — passi trascinati. Il rumore del chiavistello che si sposta. E una voce — roca, invecchiata, ma così familiare che a Lisa mancò il fiato: — Chi è che gira a quest’ora di buio? La porta si aprì. Sulla soglia c’era una vecchina minuta, una maglia di lana sopra la camicia da notte. Il viso — come una mela al forno, pieno di rughe. Ma gli occhi — sempre quelli. Scoloriti, azzurri, ancora vivi. — Ninetta… La donna rimase immobile. Poi lentamente sollevò una mano — proprio quella, segnata dal lavoro, con le dita nodose — e sfiorò la guancia di Lisa. — Santo cielo… Lisetta? A Lisa cedettero le ginocchia. Rimase lì, stringendo a sé il figlio, incapace di dire una parola — solo le lacrime calde che scendevano sulle guance gelate. Ninetta non chiese nulla. Né «da dove?», né «perché?», né «che è successo?». Semplicemente prese il vecchio cappotto appeso vicino alla porta e lo posò sulle spalle di Lisa. Poi prese Mattia — lui nemmeno si mosse, la fissava solo coi suoi occhi scuri — e lo abbracciò. — Ecco, sei a casa, rondinella, — disse. — Entra. Entra, cara. *** Vent’anni. Bastano per costruire un impero e distruggerlo. Per dimenticare la propria lingua. Per seppellire i genitori — anche se quelli di Lisa erano ancora vivi, solo che erano diventati estranei, come mobili in un appartamento in affitto. Da bambina pensava che la loro casa fosse il mondo intero. Quattro piani di felicità: il salotto col camino, lo studio del padre che odorava di sigari e severità, la camera della mamma con le tende di velluto, e — laggiù, in seminterrato — la cucina. Il suo regno. Il regno di Ninetta. — Lisetta, qui non ti devi fermare, — la riprendevano tate e governanti. — Devi salire, dalla mamma. Ma sopra la mamma era sempre al telefono. Sempre. Con le amiche, con i soci, con gli amanti — queste cose Lisa allora non le capiva, ma sentiva che qualcosa non andava. Qualcosa di sbagliato nel modo in cui la mamma rideva al telefono e subito le si spegneva il viso quando entrava il papà. In cucina invece era tutto giusto. Lì Ninetta le insegnava a fare i tortellini — storti, con le punte sporgenti. Lì aspettavano insieme che l’impasto crescesse — «Zitta, Lisetta, non fare rumore, sennò si offende e si sgonfia». Lì, quando di sopra cominciavano a urlare, Ninetta la prendeva sulle ginocchia e cantava — una canzone semplice, contadina, quasi senza parole, solo con la voce. — Ninè, tu sei la mia mamma? — le chiese una volta Lisa, sei anni. — Cosa dici, signorina. Sono solo la serva. — Ma perché io ti voglio più bene che alla mamma? Ninetta allora tacque. A lungo. Accarezzava Lisa tra i capelli e poi disse piano, quasi sussurrando: — L’amore non chiede permesso. Arriva e basta. Anche alla mamma vuoi bene, solo in modo diverso. Lisa non voleva bene. Lo sapeva già allora — con spaventosa chiarezza infantile. La mamma era bella, importante, le comprava i vestiti e la portava a Parigi. Ma non si sedeva mai vicino a lei quando Lisa era malata. Quello lo faceva Ninetta — di notte, tenendole la mano fresca sulla fronte. Poi venne quella sera. *** — Ottantamila euro, — sentì Lisa dalla porta socchiusa. — Dalla cassaforte. Sono sicura di averli messi lì. — Forse li hai già spesi e hai dimenticato? — Giulio! La voce del padre — stanca, spenta, come tutto in lui negli ultimi anni: — Va bene, va bene. Chi aveva accesso? — Ninetta, per le pulizie nello studio. Sa il codice — gliel’ho detto io, per spolverare. Pausa. Lisa era nel corridoio, appoggiata al muro, e sentiva che qualcosa dentro di lei — qualcosa di importante — si stava spezzando. — Sua madre ha il tumore, — disse il padre. — Le cure costano care. Un mese fa ha chiesto l’anticipo. — Non gliel’ho dato. — Perché? — Perché è una serva, Giulio. Se a tutte le serve dobbiamo dare soldi per la mamma, il papà, il fratello… — Marina. — Cosa, Marina? Vedi anche tu. Le servivano i soldi, aveva accesso… — Non lo sappiamo di preciso. — Vuoi denunciare? Lo scandalo? Che si sappia che qui dentro rubano? Ancora silenzio. Lisa chiuse gli occhi. Aveva nove anni — abbastanza da capire, troppo pochi per cambiare qualcosa. La mattina dopo Ninetta fece la valigia. Lisa la osservava da dietro la porta — piccola, col pigiamino degli orsetti, scalza sul pavimento freddo. Ninetta metteva nella borsa le sue poche cose: una vestaglia, le pantofole, un’icona di San Nicola che teneva sempre sul comodino. — Ninè… Si voltò. Il viso — calmo, solo gli occhi rossi e gonfi. — Lisetta. Non dormi ancora? — Vai via? — Sì, piccola. Devo andare da mamma. È malata. — E io? Ninetta si abbassò sulle ginocchia fino ad avere i suoi occhi alla stessa altezza. Profumava ancora di pasta — sempre, anche quando non cucinava. — Tu crescerai, Lisetta. Diventerai una brava persona. E magari un giorno verrai a trovarmi. A Borgo Pini. Te lo ricordi? — Borgo Pini. — Brava. Le diede un bacio in fronte — veloce, quasi di nascosto — e se ne andò. La porta si chiuse. Scattò la serratura. E quel profumo — di pasta, di calore, di casa — scomparve per sempre. *** La casa di Ninetta era minuscola. Una stanza, la stufa all’angolo, il tavolo ricoperto di cerata, due letti dietro una tenda a fiori. Sulla parete — la stessa icona di San Nicola, annerita dal tempo e dal fumo della lampada. Ninetta trafficava — metteva a bollire il tè, prendeva una marmellata dalla cantina, preparava il letto a Mattia. — Siediti, siediti, Lisetta. Ai piedi non si dice la verità. Ti scaldi, poi parliamo. Ma Lisa non poteva sedersi. Rimase in piedi, nel mezzo di quella casetta povera, misera — lei, figlia di quelli che un tempo avevano posseduto una villa di quattro piani — e sentiva una cosa strana. Pace. Per la prima volta dopo tanti anni — vera pace. Come se qualcosa dentro, teso da anni fino a far male, finalmente si allentasse. — Ninetta, — disse con la voce tremante. — Ninetta, perdonami. — Di cosa, piccola? — Per non averti difesa allora. Per aver taciuto vent’anni. Perché… Si fermò. Come spiegarlo? Mattia dormiva già profondamente. Ninetta era seduta di fronte, teneva in mano una tazza di tè e attendeva. E Lisa raccontò. Di come, dopo la partenza di Ninetta, la casa era diventata del tutto straniera. Di come i genitori, due anni dopo, avessero divorziato quando si era scoperto che gli affari del padre erano solo una bolla scoppiata nella crisi, lasciando la famiglia senza casa, senza auto, senza villetta. La madre si era trasferita col nuovo marito in Germania, il padre aveva cominciato a bere ed era morto in un monolocale mentre Lisa aveva ventitré anni. E Lisa era rimasta sola. — Poi è arrivato Stefano, — continuò fissando il tavolo. — Ci conoscevamo dalle elementari. Veniva a casa nostra, te lo ricordi? Magro, spettinato. Sempre con le mani nella scatola dei cioccolatini. Ninetta annuì. — Me lo ricordo. — Ho pensato — finalmente. Una famiglia. Una mia famiglia. — Lisa sorrise amaro. — E invece… Giocatore, Ninetta. Carte, slot, tutto. Non lo sapevo. Lo nascondeva. Quando l’ho scoperto era già tardi. Debiti. Usurai. Mattia… Tacque. La stufa crepitava. La lampada davanti all’icona tremolava, gettando ombre sulla parete. — Quando ho detto che chiedevo il divorzio, lui… — Lisa deglutì. — Pensava di salvarsi con la verità. Che avrei perdonato. Che avrei apprezzato la sua onestà. — La verità su cosa, piccola? Lisa alzò gli occhi. — È stato lui a rubare allora. Quei soldi. Dalla cassaforte. Sapeva il codice — l’aveva visto quando era nostro ospite. Gli servivano… Nemmeno ricordo, ormai. Beh, per le sue scommesse. E la colpa è ricaduta su di te. Silenzio. Ninetta rimase immobile. Il viso — impassibile. Solo le mani sulla tazza erano bianche dalla pressione. — Ninetta, perdonami. Se puoi. L’ho saputo solo una settimana fa. Non lo sapevo, io… — Zitta. Ninetta si alzò. Lentamente si avvicinò a Lisa. E come vent’anni prima si piegò sulle ginocchia, con fatica, finché i loro occhi furono allo stesso livello. — Tesoro mio. Tu che colpa hai? — Ma tua madre… Avevi bisogno dei soldi per le cure… — Mamma è mancata un anno dopo. Pace all’anima sua. — Ninetta si fece il segno della croce. — E io? Vivo. Ho l’orto, una capretta. Ho vicini bravi. Non mi serve tanto. — Ma ti hanno cacciata! Da ladra! — Ma non succede così, che attraverso una menzogna Dio ti porta dove devi? — Ninetta parlava piano, quasi sussurrando. — Se non mi avessero cacciata, forse non avrei fatto in tempo a vedere mamma ancora in vita. Invece mi sono goduta un anno con lei. Il più importante. Lisa taceva. Dentro di lei bruciava qualcosa — vergogna, dolore, amore, gratitudine — tutto insieme, tutto mescolato. — Ero arrabbiata? — continuò Ninetta. — Sì, tanto. Una rabbia che stringeva il cuore. Mai preso un soldo non mio, in tutta la mia vita. E lì, cacciata come una ladra. Ma poi… poi ho lasciato andare. Non subito. Ci sono voluti anni. Ma è passato. Perché se ti tieni dentro il rancore — ti divora. E io volevo vivere. Prese le mani di Lisa tra le sue — fredde, ruvide, nodose. — Sei arrivata. Con il tuo bambino. Da me, vecchia, in questa catapecchia. Vuol dire che mi ricordavi. Vuol dire che mi volevi bene. E questo quanto vale? Più di tutte le casseforti. Lisa pianse. Non come piangono i grandi, in silenzio, di nascosto. Ma come si piange da bambini — a singhiozzi, affondando il volto sulla spalla magra di Ninetta. *** Il mattino dopo Lisa fu svegliata da un profumo. Impasto. Aprì gli occhi. Vicino a lei dormiva Mattia, abbandonato nel sonno. Dietro la tenda di cotone, Ninetta trafficava — spostava cose, sfregava carta. — Ninè? — Sei sveglia? Alzati, rondinella, che i panzerotti si raffreddano. Panzerotti. Lisa si alzò — ancora come in sogno. Sul tavolo, sopra un vecchio giornale, c’erano loro — dorati, storti, con la chiusura come ai vecchi tempi. E profumavano… di casa. — Pensavo… — disse Ninetta, versandole il tè in una tazza sbeccata, — ti servirebbe un lavoro. Alla biblioteca in paese cercano aiuto. Pagano poco, ma qui le spese sono niente. Mattia lo mandiamo all’asilo, c’è la Signora Valentina che è la direttrice, una brava donna. E poi si vedrà. Lo diceva con naturalezza, come se tutto fosse già deciso e ovvio. — Ninetta, — Lisa si bloccò. — Io per te… sono nessuno. Sono passati tanti anni. Perché… — Perché cosa? — Perché mi hai accolto? Senza domande? Così, senza altro? Ninetta la fissò — quello sguardo che Lisa ricordava dall’infanzia. Limpido, saggio, buono. — Ti ricordi quando mi chiedevi perché la pasta è viva? — Perché respira. — Ecco. Come l’amore. Respira e basta. Non si licenzia, non si caccia. Abita dove vuole lei. Che tu aspetti vent’anni, o trenta. Posò un panzerotto davanti a Lisa — caldo, morbido, con il ripieno di mele. — Mangia, dai. Sei tutta pelle e ossa, signorina. Lisa ne morse uno. E, per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise. Fuori l’alba avanzava. La neve scintillava alla luce del primo sole e il mondo — quel mondo grande, difficile, ingiusto — sembrava per un attimo semplice e buono. Come i panzerotti di Ninetta. Come le sue mani. Come l’amore che non si può licenziare. Mattia uscì da dietro la tenda, stropicciandosi gli occhi. — Mamma, che buon profumo. — Li ha fatti la nonna Ninetta. — Non-na? — assaggiò la parola, fissò Ninetta. Lei gli sorrise — le rughe corsero sul viso, gli occhi si accesero. — Nonna, nonna. Siediti qui vicino, che mangiamo insieme. E lui si sedette. E mangiò. E per la prima volta in sei mesi — rise, quando Ninetta gli fece vedere come modellare omini di pasta. E Lisa li guardava — il suo bambino e la donna che aveva considerato una mamma — e capiva: questa è casa. Non muri, né marmi, né lampadari. Solo mani calde. Solo il profumo del pane. Solo amore — semplice, silenzioso, terreno. Amore che non si paga. Che non si compra. Che semplicemente c’è — e ci sarà, finché batte anche un solo cuore. Strana cosa, la memoria del cuore. Dimentichiamo date, facce, anni interi, ma il profumo dei panzerotti della mamma lo portiamo fino all’ultimo respiro. Forse perché l’amore non abita nella testa. Sta in un luogo più profondo, dove non arrivano né le offese né il tempo. E a volte bisogna perdere tutto — posizione, soldi, orgoglio — per ritrovare la strada di casa. Da quelle mani che aspettano.