Nella villa aleggiava un odore di profumo francese e di mancanza damore. La piccola Beatrice conosceva un solo paio di mani calde: quelle della domestica, Nunzia. Ma un giorno dal cassaforte sparirono dei soldi, e quelle mani svanirono per sempre. Ventanni dopo, Beatrice si ritrova a bussare a una porta con il figlioletto in braccio e una verità che le brucia in gola
***
Limpasto profumava di casa.
Non quella casa con la scala di marmo e il lampadario di cristallo a tre livelli dove Beatrice aveva trascorso linfanzia. No, una casa vera. Quella che aveva inventato nella sua fantasia, seduta sullo sgabello della grande cucina a osservare le mani di Nunzia, rosse dacqua, che lavoravano la pagnotta elastica.
Ma perché limpasto è vivo? domandava Beatrice, che aveva solo cinque anni.
Perché respira, rispondeva Nunzia, senza sollevare la testa. Vedi come fa le bolle? È contento, sa che presto andrà in forno. Strano, vero? Essere felici dandare tra le fiamme.
Allora Beatrice non capiva. Ora sì.
Si trovava sul ciglio di una vecchia strada di campagna, stringendosi al petto il piccolo Mattia, quattro anni. Lautobus era già ripartito, lasciandoli immersi nel silenzio tipico dei paesi: quello dove si sente anche il crepitio della neve sotto i passi sconosciuti a tre case di distanza.
Mattia non piangeva. Negli ultimi sei mesi aveva quasi smesso di farlo: aveva imparato. La fissava con i suoi occhi scuri, seri per la sua età, e Beatrice sobbalzava ogni volta erano gli occhi di Sandro. Il suo mento. Quel suo silenzio che nascondeva sempre qualcosa.
Non pensarci. Non ora.
Mamma, ho freddo.
Lo so, piccolo. Adesso troviamo dove andare.
Non sapeva lindirizzo. Non sapeva neppure se Nunzia fosse viva erano passati ventanni. Tutto ciò che aveva nella memoria era: Borgo dei Pini, provincia di Siena. E lodore di quellimpasto. E il calore di quelle mani, le uniche che avevano mai accarezzato la sua testa senza motivo, solo per affetto.
La strada fiancheggiava staccionate storte. Qua e là qualche finestra illuminata luce gialla, soffusa, ma viva. Beatrice si fermò davanti allultima casetta, semplicemente perché non aveva più forza e Mattia stava diventando pesante.
La cancellata cigolò. Due gradini coperti di neve portavano alla porta, vecchia e sverniciata.
Bussò.
Silenzio.
Poi, passi strisciati e un chiavistello che veniva tirato. Una voce rauca, invecchiata, ma così riconoscibile che a Beatrice mancò il fiato:
Chi va in giro a questora?
La porta si aprì.
Sulluscio comparve una vecchina minuta con un cardigan sopra la camicia da notte. Il viso raggrinzito, come una mela cotta, incorniciato da mille rughe. Ma gli occhi quegli occhi azzurri, sbiaditi ma ancora vivissimi.
Nunzia…
La vecchia si immobilizzò. Poi, lentamente, sollevò una mano stanca, dalle venature gonfie, e accarezzò la guancia di Beatrice.
Santo cielo Beatricina?
Le gambe di Beatrice cedettero. Stava lì, stringendo il figlio e incapace di dire una parola solo le lacrime le correvano calde sulle guance gelate.
Nunzia non chiese nulla. Nessun da dove?, nessun perché?, nessun cosa è successo?. Semplicemente tolse dallattaccapanni il cappotto sformato, lo poggiò sulle spalle di Beatrice. Poi prese in braccio Mattia, che non si mosse, fissandola con i suoi occhi grandi, e lo strinse a sé.
Eccoti a casa, rondinella, disse. Vieni, vieni entra.
***
Ventanni.
In quel tempo cè spazio per costruire imperi e distruggerli. Per dimenticare la lingua madre. Per seppellire i genitori anche se quelli di Beatrice erano ancora vivi, semplicemente estranei come un vecchio mobile.
Da bambina pensava che casa loro fosse il mondo intero. Quattro piani di felicità: il salone con il camino, lo studio del padre che sapeva di fumo e severità, la camera della madre con le tende di velluto. E poi, nel seminterrato, la cucina: il regno di Nunzia.
Beatricina, qui no, ripetevano tate e governanti, cercando di mandarla di sopra dalla mamma.
Ma la mamma era sempre al telefono. Sempre. Con le amiche, i soci, gli amanti allora non capiva, ma sentiva che qualcosa non andava. Qualcosa di sbagliato nel sorriso artificiale di mamma e limprovviso spegnersi del suo viso appena entrava il papà.
Ma in cucina tutto era giusto. Lì Nunzia le insegnava a fare i ravioli storti, deformati, con i bordi sbilenchi. Lì aspettavano insieme che lievitasse limpasto Zitta, Beatricina, non fare rumore o si offende. Lì, quando in alto urlavano, Nunzia la faceva sedere sulle ginocchia e le cantava canzoni antiche e semplici, quasi senza parole.
Nunzia, sei la mia mamma? chiese Beatrice una volta, a sei anni.
Ma dai, signorinella. Solo domestica sono
Allora perché ti voglio più bene che alla mamma?
Nunzia rimase in silenzio, lisciandole i capelli. Poi sussurrò piano:
Lamore non domanda permesso. Arriva e basta. Anche tua mamma la vuoi bene, solo in modo diverso.
Beatrice sapeva che non era vero. Lo sentiva con una lucidità inquietante per una bambina. La mamma era bella, importante, le comprava vestiti e la portava a Parigi. Ma quando era malata, la mamma non sedeva mai accanto a lei: lo faceva solo Nunzia, con una mano fresca sulla fronte, nelle notti lunghe.
Poi arrivò quella sera.
***
Ottantamila euro, sentì Beatrice, dietro la porta semiaperta. Dal cassaforte. Ricordo bene che li avevo messi.
Magari li hai spesi e poi te lo sei dimenticata
Giulio!
La voce del padre stanca, opaca, come tutto ciò che lo riguardava ultimamente:
Va bene, va bene. Chi aveva accesso?
Nunzia ha pulito nello studio. Il codice lo sa, glielavevo detto io, per la polvere
Pausa. Beatrice, in corridoio, sentiva dentro qualcosa lacerarsi.
Sua madre ha un tumore, disse il padre. Serve una cura cara. Mese scorso aveva chiesto un anticipo.
Non glielho dato.
Perché?
È una domestica, Giulio. Se diamo a ogni domestica per la mamma, il papà, il fratello
Anna.
Cosa cè, Anna? Lhai visto anche tu. Le servivano i soldi, aveva accesso
Non è certo che sia stata lei.
Vuoi chiamare la polizia? Lo scandalo? Far sapere a tutti che si ruba in casa nostra?
Di nuovo silenzio. Beatrice chiuse gli occhi. Aveva nove anni: quanto bastava per capire, troppo piccola per cambiare le cose.
La mattina dopo, Nunzia preparava la valigia.
Beatrice la spiava da dietro la porta, piccola, col pigiamino e scalza sul pavimento freddo. Nunzia metteva nella sacca logora le sue poche cose: la vestaglia, le ciabatte, licona di San Nicola che aveva sempre sul comodino.
Nunzia
Si voltò. Il viso sereno, ma gli occhi gonfi e rossi.
Beatricina. Perché non dormi?
Te ne vai?
Sì, piccola. Da mia mamma. Sta male.
E io?
Nunzia si abbassò a guardarla negli occhi. Profumava dimpasto sempre, anche senza cucinare.
Crescerai, Beatricina. Sarai una brava persona. E magari, un giorno, verrai a trovarmi. Al Borgo dei Pini. Lo ricordi?
Borgo dei Pini.
Brava.
Un bacio rapido sulla fronte furtivo, quasi rubato e via.
Si chiuse la porta. Scattò la serratura. E quellodore di impasto, di calore, di casa svanì per sempre.
***
La casetta era minuscola.
Una stanza sola, la stufa in un angolo, il tavolo con la cerata, due letti separati da una tendina a fiori. Sul muro, la stessa icona di San Nicola, annerita dal tempo e dalla candela.
Nunzia si dava da fare metteva il bollitore sul fuoco, tirava fuori una marmellata dalla cantina, sistemava il lettino per Mattia.
Siediti, Beatricina. Le gambe non portano verità. Scaldati, poi parliamo.
Ma Beatrice non riusciva a stare seduta. Stava in piedi in quella misera casetta lei, figlia di chi aveva posseduto una villa a quattro piani ma sentiva una strana quiete.
Serenità.
La prima, dopo tanti anni. Come se qualcosa dentro lei, teso da anni fino a spezzarsi, finalmente si fosse rilassato.
Nunzia, disse, con la voce incrinata. Nunzia, perdonami.
Perché mai, bella?
Per non averti difeso. Per aver taciuto ventanni. Per aver
Si interruppe. Come spiegare? Come dire tutto?
Mattia già dormiva caduto in un sonno profondo, appena toccato il cuscino. Nunzia sedeva di fronte a lei, con una tazza di tè, in attesa.
E Beatrice raccontò.
Di come, dopo la partenza di Nunzia, la casa fosse diventata estranea. Di come la madre e il padre, dopo due anni, si fossero separati quando si era scoperto che limpresa del padre era tutta fumo, crollata nella crisi, portandosi via appartamento, auto, e villa in campagna. Di come la madre fosse scappata col nuovo marito in Germania, mentre il padre si era abbandonato allalcol ed era morto in affitto, quando Beatrice aveva ventitré anni. Di come si fosse trovata sola.
Poi è arrivato Sandro, disse, fissando il tavolo. Lo conoscevo dalle elementari. Veniva a casa nostra, ti ricordi? Magro, spettinato sempre a rubare caramelle dal vaso.
Nunzia annuì.
Me lo ricordo, il ragazzino.
Pensavo daver trovato la mia famiglia. Quella vera. Un sorriso amaro. E invece è un giocatore, Nunzia. Ai videopoker, alle carte, tutto. Non lo sapevo. Metteva tutto a tacere. Quando ho scoperto era già troppo tardi. Debiti. Usurai. Mattia
Si interruppe. Dal camino proveniva il crepitio della legna. La lampada davanti allicona tremolava, proiettando unombra lunga sulla parete.
Quando ho detto che chiedevamo il divorzio lui Beatrice inghiottì a fatica. Ha voluto confessare. Pensava che lavrei perdonato. Che avrei apprezzato la sua sincerità.
Confessare cosa, bella?
Beatrice la guardò negli occhi.
Fu lui a rubare allora. Quei soldi nel cassaforte. Sapeva il codice lo aveva visto quando veniva da noi. Gli servivano nemmeno ricordo perché. Solite sue cose E ti diedero la colpa.
Silenzio.
Nunzia restava immobile. Il volto imperturbabile. Solo le mani, strette sulla tazza, diventate bianche alle nocche.
Nunzia, scusami. Se puoi. Lho scoperto solo una settimana fa. Non sapevo nulla, io
Ssshhh.
Nunzia si alzò. Si avvicinò lenta a Beatrice. Poi, come ventanni prima, si inginocchiò con fatica, col corpo dolorante per guardarla dritta negli occhi.
Tesoro mio. E tu che colpa ne hai?
Ma tua madre Ti servivano i soldi per curarla
È mancata lanno dopo. Che il Cielo labbia in gloria. Nunzia si fece il segno della croce. E io che devo dire? Ho lorto, una capretta. Vicini buoni. Non mi serve altro.
Ti hanno scacciata! Da ladra!
A volte dal male il Signore ti porta al bene. Nunzia parlava piano, quasi sussurrando. Se non mi avessero cacciata, forse non lavrei vista viva mia madre. Invece le sono stata accanto per un anno. Lanno più importante.
Beatrice rimase zitta. Nel petto un miscuglio di vergogna, dolore, amore e gratitudine.
Mi sono arrabbiata? Certo che sì. Ho sofferto tanto. Non ho mai preso un centesimo in vita mia. E invece… trattata come un ladro. Poi però col tempo, passa. Non subito, no. Passano gli anni. E smette di far male. Perché se ti porti dentro il rancore, finisce che ti mangia il cuore. E io, io volevo vivere.
Prese le mani di Beatrice tra le proprie fredde, rovinate, nodose.
Sei tornata. Con tuo figlio. Da me, vecchia, in questa catapecchia. Volevi dire che mi pensavi. Che mi volevi bene. E questa, lo sai, vale più di tutti i cassaforti del mondo.
Beatrice si mise a piangere. Non come fanno gli adulti con pudore e in silenzio ma come un tempo: singhiozzando nel magro collo di Nunzia.
***
La mattina dopo, Beatrice fu svegliata da un profumo.
Impasto.
Aprì gli occhi. Accanto, Mattia russava, sparpagliato sul cuscino. Oltre la tendina a fiori, Nunzia trafficava silenziosa, spostando oggetti e carte.
Nunzia?
Già sveglia? Alzati, rondinella, i panzerotti si raffreddano.
Panzerotti.
Beatrice si alzò e, ancora tra sogno e realtà, uscì dalla tenda. Sul tavolo, su un vecchio giornale, ce nerano diversi dorati, storti, bordi irregolari, proprio come quelli dellinfanzia. E profumavano di casa.
Pensavo, disse Nunzia versandole il tè in una tazza sbeccata, che un lavoretto in biblioteca al capoluogo lo troveresti. Pagano poco, ma qui servono pochi soldi. Mattia si può iscrivere allasilo, la preside è la signora Valentina, una brava donna. Poi vedremo.
Lo diceva con naturalezza, come se tutto fosse già deciso, normale.
Nunzia, Beatrice si bloccò. Io io non sono nulla per te. Sono passati tanti anni. Perché tu?
Perché cosa?
Perché mi hai accolta? Senza domande, senza esitare?
Nunzia la guardò con lo stesso sguardo che Beatrice ricordava da bambina. Trasparente, saggio, buono.
Ti ricordi di quando mi chiedevi perché limpasto è vivo?
Perché respira.
Ecco. Anche lamore. Respira. Non si licenzia, non si scaccia. Si sistema dove vuole, e ci sta. Anche ventanni, anche trenta.
Pose davanti a Beatrice un panzerotto ancora caldo, col ripieno di mele.
Mangia. Sei diventata magrolina, signorinella.
Beatrice ne assaggiò uno. E, per la prima volta da tantissimi anni, sorrise.
Fuori albeggiava. La neve brillava alla luce nuova, e il mondo grande, difficile, ingiusto sembrava per un attimo semplice e buono. Come i panzerotti di Nunzia. Come le sue mani. Come quellamore che nessuno può licenziare.
Mattia uscì dalla tendina, strofinandosi gli occhi.
Mamma, che buon profumo!
Li ha fatti nonna Nunzia.
Non-na? provò la parola con la bocca, guardò Nunzia. Lei gli sorrise, e le rughe le si allargarono tenere sul volto, mentre gli occhi si accendevano.
Nonna, nonna. Vieni qui, gioia. Mangiamo insieme.
E lui si sedette, iniziò a mangiare. E per la prima volta da sei mesi, rise, quando Nunzia gli mostrò come modellare omini buffi con limpasto.
Beatrice li osservava suo figlio e la donna che aveva creduto sua madre e capiva: eccola, la casa. Non sono muri, marmi, lampadari. Sono solo mani calde. Solo profumo di impasto. Solo amore quieto, vero, semplice.
Amore che non si compra, non si paga. Che esiste, semplicemente, finché cè almeno un cuore che batte.
Strana, la memoria del cuore. Dimentichiamo date, volti, anni interi, ma il profumo delle focacce di mamma lo ricordiamo fino allultimo respiro. Forse perché lamore non abita nella testa, ma più in fondo, dove non arrivano né rancori né il tempo. E a volte bisogna perdere tutto posizione, soldi, orgoglio per ricordare la via di casa. Verso quelle mani che aspettano.






